Giorno: 4 giugno 2015

Nuova poesia latinoamericana. #11: Francisco Véjar

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

foto francisco véjar 

Francisco Véjar 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Francisco Véjar (Cile, 1967). Poeta, antologista, critico letterario. Ha pubblicato Fluvial (1988), Música para un álbum personal (1992), Continuidad del viaje (1994), A vuelo de poeta (1996), Canciones imposibles (1998), País insomnio (2000), El emboscado (2003) e La fiesta y la ceniza (2008). È stato anche selezionato in diverse antologie, sia in Cile che all’estero. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, italiano, catalano, portoghese e croato. Attualmente è editorialista per la rivista El Mercurio e collabora con la rivista spagnola Clarín. È stato pubblicato nella rivista italiana Poesia, diretta da Nicola Crocetti, nella traduzione di Cristina Sparagana. Nel 2009 ha pubblicato il libro di cronache Los inesperados che tratta di alcuni degli scrittori e artisti cileni più importanti della seconda metà del Novecento.

 

 

CITA EN EL PACÍFICO SUR / 1999

Es bello flotar, así flotan los extraños objetos
que amanecen en las playas y que nadie reconoce.
¿Vienen de algún naufragio? Y qué importa, todos
venimos de algún naufragio aunque no lo sepamos.
.
-Rosamel del Valle-

El mar es nuestro refugio
En días de navegación por el Pacífico Sur
Ese curioso resplandor
Ha sido la única piedra filosofal
Que hemos llegado a poseer
Anoche la vaguada costera viajó con nosotros
Y todo parecía detenerse en ese instante
Tan claro como la luz de la luna
Plateando arena, mar y muelles
Una extraña ave vino a morir a nuestros pies
Mas sobrevivimos burlándonos de nosotros mismos
Y viendo pájaros acuáticos donde sólo había silencio
O poniendo libros sobre mesas de restaurantes marítimos
En comunión con los demás
O con las discriminaciones silvestres a que incita el cielo
La brisa del mar insiste en desordenar el texto
Y repentinamente estas palabras
Relatan – es su derecho –
Lo que ellas son entre nosotros

.

APPUNTAMENTO NEL SUD DEL PACIFICO / 1999

È bello galleggiare, così galleggiano gli strani oggetti
che giungono all’alba sulle spiagge e che nessuno riconosce.
Provengono da qualche naufragio? E che importa, tutti
proveniamo da qualche naufragio benché lo ignoriamo
.
-Rosamel del Valle-

Il mare è il nostro rifugio
In giorni di navigazione attraverso il Sud del Pacifico
Quel curioso bagliore
È stato l’unica pietra filosofale
Che siamo arrivati a possedere
Ieri notte la depressione costiera viaggiò con noi
E tutto sembrava fermarsi in quell’istante
Chiaro come la luce della luna
Tingendo d’argento la sabbia, il mare e i moli
Una strano uccello venne a morire ai nostri piedi
Ma sopravvivemmo burlandoci di noi stessi
E vedendo uccelli acquatici dove c’era solo silenzio
O mettendo libri sui tavoli dei ristoranti marittimi
In comunione con gli altri
O con le discriminazioni silvestri a cui incita il cielo
La brezza del mare insiste a disordinare il testo
E repentinamente queste parole
Raccontano – è un loro diritto –
Quello che loro sono tra di noi

.

.

HABITAR UN PAÍS COMO TUS OJOS

Quiero vivir en un país como tus ojos
más nítido que las horas que el tiempo deshecha,
más lúcido y real.

Quiero habitar un país como tus ojos;
tu piel navegando en mi piel,
las coincidencias, la respiración,
las horas que sin saberlo se unen,
un bolero y el abrir y cerrar de puertas,
sabiendo que nuestro tema sigue siendo el viento.
Mas el lenguaje no basta, ni el fragmento del sol
que guardabas en tu cuerpo para entregármelo
tras un ir y venir poblado de voces.

Desde las enrarecidas calles me haces señas
para que no ande a tientas,
ciego, borracho o como yo.

El aire de la mañana se suspende allá afuera.

.

ABITARE UN PAESE COME I TUOI OCCHI

Voglio vivere in un paese come i tuoi occhi
più nitido delle ore che il tempo disfa,
più lucido e reale.

Voglio abitare un paese come i tuoi occhi;
la tua pelle che naviga nella mia pelle,
le coincidenze, la respirazione,
le ore che senza saperlo si uniscono,
un bolero e l’aprirsi e chiudersi di porte,
sapendo che il nostro tema continua a essere il vento.
Ma il linguaggio non basta, né il frammento di sole
che conservavi nel tuo corpo per consegnarmelo
dopo un andare e venire popolato di voci.

Dalle rarefatte vie mi fai segnali
perché non vada a tentoni,
cieco, ubriaco o come me.

L’aria del mattino rimane sospesa là fuori.

.

.

ALLÍ DUERME MI PADRE

 

Visito el cementerio:
allí duerme mi padre
sobre polvo y más polvo
donde no hay más que el silencio sordo de otras voces,
lápidas casi borradas por las tempestades:
débiles huellas sobre el mármol.

El viento desordena el entorno.
Camino sobre pétalos resecos
que se unen a la tierra,
sobre pedazos de labios
que se juntaban para amarse.
Pero no hay respuesta.

Un día espíritu y carne
fueron fuertes,
vagaban sin prisa,
releyendo en el aire las señales de la vida.

Estoy de pie en este mundo,
mirando como muere la tarde,
sintiendo la enarbolada sensación de contener
en un segundo otros ecos.

Hay pasos que oyen,
hay ojos disueltos que observan,
también el destello de la nada.

Allí duerme mi padre
frío y delicado como la nieve.

(de País insomnio, 2000)

.

LÌ DORME MIO PADRE

 

Visito il cimitero:
lì dorme mio padre
sopra polvere e più polvere
dove non c’è altro che il silenzio sordo di altre voci,
lapidi quasi cancellate dalle tempeste:
deboli orme sopra il marmo.

Il vento disordina tutt’intorno.
Cammino su petali rinsecchiti
che si uniscono alla terra,
su pezzi di labbra
che si univano per amarsi.
Ma non c’è risposta.

Un giorno spirito e carne
furono forti,
vagavano senza fretta,
rileggendo nell’aria i segnali della vita.

Me ne sto in piedi in questo mondo,
osservando come muore il pomeriggio,
sentendo l’inalberata sensazione di contenere
in un secondo altri echi.

Ci sono passi che ascoltano,
ci sono occhi dissolti che osservano,
anche il luccichio del nulla.

Lì dorme mio padre
freddo e delicato come la neve.

(da País insomnio, 2000)

Sul silenzio

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La parola è un signore dominante, secondo Gorgia.[1] Ma padrone ne è il silenzio, che è prima di ogni cosa, ed è il risvolto della parola. Infatti, «La parola rompe il silenzio. Ma lo fa anche apparire».[2] Si tratta di una rottura inevitabile, e inquietante.
«Quando parli, è come se tutto il resto scomparisse: resta solo la parola (che peraltro fa tutto apparire, mostrando ogni cosa dentro di sé). Non puoi scavalcare ciò che dici e il fatto che dici, perché è in certo modo dentro il dire che stanno appunto le cose… È come se tutte le cose, quando parli, fossero risucchiate nel buco nero della parola, che però insieme le modella con il suo dire. Fuori, invece, nulla e silenzio.»[3] Dunque, nell’istante in cui il linguaggio compare, necessariamente tutto scompare, risucchiato nel linguaggio stesso; lo stesso “nulla”, lo stesso “silenzio”, nel momento in cui sono detti e vengono ravvisati nel dirli, cadono nel buco nero della parola.
Ciò che occorre allora è vedere, o meglio sentire la differenza tra la parola e quello che la parola fa. Sentire e capire soprattutto il dentro e il fuori di essa, la sua superficie e ciò a cui essa conduce.
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