Mese: giugno 2015

Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze

cinquantaseicozze

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Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze, italic, Ancona 2015

Narrano un’esistenza in versi lunghi, constatazioni asciutte e proiezioni spietate − soprattutto del sé − le Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi. Nell’andirivieni, in alta e bassa stagione, così come fuori stagione, tra città e litorale − siamo sulla Firenze-Mare − schiudono le loro valve e, se non mostrano perle (altrimenti non sarebbero cozze),  alzano il sipario, quinte, fondali e  liquido d’immersione compreso («salamoia amniotica»). su una commedia umana con grassi, vezzi e vizi in eccesso, illusioni maleodoranti già prima di sfiorire, riti sociali forzati e small talk tanto ridicoli quanto pervasivi. L’io lirico stesso non esce indenne da prove generali, prime assolute e repliche; il suo distinguersi, tuttavia, sta nella mobilità del punto di vista e nel variare di toni e azioni: il bisbiglio dalla buca del suggeritore, l’affaccendarsi nei camerini e dietro le quinte del servo di scena, l’esperto lavoro di forbici e filo del costumista, la prospettiva e il trompe-l’oeil dello scenografo, il corsivo delle indicazioni di regia, lo struggimento dell’attor giovane, il cerone consumato del caratterista.
Impepata à la comédie humaine con poeta che inforca «la maschera salmastra» della sua conoscenza, soprattutto del dolore e della paura. È una conoscenza, questa, che attraversa i registri più distanti tra di loro, che lascia dominare  la corda ironica, ma sa scrivere memorabili sezioni della suite in tonalità minore. È una conoscenza, ancora, che si nutre della passione per la migliore tradizione liederistica, in un ricchissimo confluire di voci e apporti: un esempio per tutti è l’attacco Ich bin der Welt abhanden gekommen (“Sono ormai perduto al mondo”, nella traduzione di Luigi Bellingardi), uno dei Rückert-Lieder per voce e orchestra, con la musica di Gustav Mahler e il testo di Friedrich Rückert, poeta tedesco. La maschera salmastra mostra i segni delle immersioni ripetute nelle acque degli scrittori amati ed è strumento ottico formidabile,  inaccessibile ai noncuranti, ai gitanti dell’esistenza pervicacemente ignari. L’essere nel tempo, il suo situarsi nella storia è motivo conduttore e condotto con maestria, pungolo costante per la coscienza, ‘calmieratore’ di emozioni altrove alle stelle, come dimostra in maniera esemplare la “cozza” III. Chi legge si imbatte, all’interno dei versi lunghi,  in segmenti indimenticabili, dalla potenza singolare di suono e significato e dalla sicura precisione metrica: «la scia glaciale della propria assenza», «sarà lo scender dell’autunno», «si prende scorno e cura dei miei resti». «l’avida fola della permanenza»,  «distendersi una nebbiosa salvezza», «Qui l’a priori non ci può far male». (Anna Maria Curci)

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III.

La radio semina ricorrenze civiche nel deserto; io
rivedo i tuoi sguardi clorofilla che a sprazzi hanno irrorato giorni spessi.
Umidi dei vent’anni mi annunciarono di via D’Amelio, ed eravamo
casti e sapevi del fieno attorno casa; poi burrascosi in venuzze, specchi
ustori di Alice nel meraviglioso mondo bancario all’alba del nuovo
millennio, sprezzavano a Genova quei miei comunisti di merda
se Giuliani è morto, dicevi, qualcosa avrà pur combinato,
male non fare paura non avere (refugium peccatorum). (altro…)

I colli: Luzi e Zanzotto


Hanno dimostrato lunga fedeltà alla vita, Luzi e Zanzotto, mirando all’essenza, a «quel giro stretto di vita e volontà»[1] che è amore che tutto lega. Un’unica grande lezione, questa, calcatasi in loro una volta per sempre, e imparata nuovamente dopo ogni dimenticanza, sempre attraverso il fuoco acceso della poesia.
Sono dieci anni che Luzi è scomparso, quattro Zanzotto.
Si può forse finalmente dire, oggi, che Mengaldo sbagliava nell’avvertire nella poesia di Luzi l’esercizio di un «orgoglio travestito da umiltà»; e sbagliava ancor di più il critico milanese nel trovare in questo esercizio una sua presunta «quasi schifiltosità spirituale», degna di tradursi il più delle volte in un elegante ma in fondo deludente «preziosismo formale estenuato ed araldico.»[2]
No: all’umiltà invece, o meglio ancora a una collezione di sguardi umili, infatti, si è rivolto e continua a rivolgersi – possiamo dirlo, oggi – Luzi: «A me premono più gli uomini umili, gli emarginati, ma non tanto per una preferenza di tipo classista, ma perché io vedo in questi, più nudamente scritto, il loro destino, la loro inquietudine. Sono un po’ immagini archetipe in cui mi pare che si legga meglio il problema, il volto dell’umano, il mistero: in definitiva, il destino.»[3]
Lo stesso vale, seppure evidentemente in modo diverso, in Zanzotto: la sua poesia, consentendo che altre lingue rispetto a quella del soggetto ne venissero a comporre la voce, si è aperta e si apre ancora oggi a una simile umiltà di sguardi e di partecipazione.[4]
Più vicini di quanto per anni si è probabilmente creduto, quindi, il poeta fiorentino e il poeta trevigiano.
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Miquel Martí i Pol (da “Set Poemes D’Aniversari” e “La Fàbrica”)

marti i pol

Traduzione e selezione di Pierluigi Manchia

Miquel Martí i Pol nasce nel 1929 a Roda de Ter (Vic), dove passa tutta la vita. A quattordici anni entra a lavorare in una fabbrica di filati di cotone, ne uscirà solo ai quarantatré. Questa è l’esperienza che ispira La Fàbrica, opera che vive due diverse tappe di scrittura, 1958-59 e 1970-1971.
La Fàbrica (1972) ci racconta l’esperienza del lavoro tra le macchine: con un linguaggio apparentemente semplice, ci consegna l’immagine di un mondo che vive al ritmo delle filatrici, di una fabbrica che, come un ventre, digerisce continuamente il tempo di chi ci lavora. Quest’opera, che precede di alcuni anni la sua raccolta più famosa e più venduta Estimada Marta (1978), i cui versi sono un confronto con la malattia che lo accompagnerà per oltre trent’anni (la sclerosi multipla), costituisce la testimonianza di un’esperienza umana, vissuta fino in fondo, di un posto, la fabbrica, dove le relazioni umane si trasformano; di un lavoro che estrae dal corpo tutta l’energia, che esige tutta l’attenzione e la concentrazione dell’individuo, un lavoro che divora il tempo e pretende di essere l’unico tempo possibile.
Miquel Martí i Pol muore nel 2003, a settantaquattro anni, dopo trent’anni di lotta contro la sclerosi multipla. Se ne va come una delle voci più importanti della poesia catalana contemporanea. Lascia al mondo un’eredità di decine di libri di versi: un alfabeto di malattie, silenzi e tenerezza.

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da SET POEMES D’ANIVERSARI
in Miquel Martí i Pol, Estimada Marta, Edicions del Mall, Sant Boi de Llobregat, 1978.

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I

Mira’m els ulls que cap fosca no venç.
Vinc d’un estiu amb massa pluges,
però duc foc a l’arrel de les ungles
i no tinc cap sangraït pels racons
de la pell del record.
Per l’abril farà anys dels desgavell:
set anys, cosits amb una agulla d’or
a la sorra del temps,
platges enllà perquè la mar els renti
i el sol i el vent em facin diademes.
Mira’m els ulls i oblida el cos feixuc,
la cambra closa, els grans silencis;
de tot això só ric, i de més coses,
però no em tempta la fredor del vidre
i sobrevisc, aiguës amunt del somni,
tenaç com sempre.
Mira’m els ulls. Hi pots llegir el retorn.
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II

Set primaveres sense flors ni ocells.
Així també pot escriure’s la història.
No desertar el silenci deu ser l’única
manera d’assumir-lo i enriquir-lo.

I ara no hi ha desordre ni sorpreses,
els mots flueixen lentament i clara
i el bosc és dens i acollidor com sempre.

Alçant els punys pots percudir la lluna.

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da LA FÀBRICA (1970-1971)
in Miquel Martí i Pol, La Fàbrica, Edicions 62 (coll. La Butxaca), Barcelona, 2013 (I ed. 1995).

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LA CREACIÓ
I

El primer dia ens atordí la fressa
terrible de les màquines. Lluitàvem
per entendre el que ens deien i, al migdia,
quan vam sortir al carrer,
vam retrobar la quietud perduda.
Era a l’estiu i feia poc que havíem
complert els catorze anys. Llavors encara
érem novells, sense fel ni sospita.

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II

El segon dia vam aprendre el ritme
solemne de la feina. Se’ns liquava,
a poc a poc, tot l’enyor i ja ens servíem
de les mans per comprendre.
A fora queia
la pluja lentament, com en un somni.
Ens ho van dir en plagar i ens en vam riure.

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III

El tercer dia vam comprendre moltes
paraules mig sabudes. La profunda
raó de viure dels qui sempre creixen
vençuts i solitaris, i la nosa
massissa i obsessiva dels preceptes.
Era l’hivern i el gris opac dels vidres
traspuava tristesa.

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IV

El dia quart vam estimar una noia:
darrera un magatzem, amb la presència
llunyana i esmortida de les màquines
per música de fons.
Feia un vent càlid i ella era tan dolça
i acollidora com una ombra. Al vespre
semblava que tinguéssim les mans plenes
de sorra o bé d’ortigues.

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V

El cinquè dia ja era com si haguéssim
nascut entre les màquines. Teníem
les mans tan dures com qui més i alçàvem
la veu per renegar sense temença.
Feia sol al carrer i el petitíssim
bocí d ecel que es veia a les finestres
era absurd i llunyà com un miratge.

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VI

El sisè dia vam cobrar. Nosaltres
som gent plena de seny, que no confia
que el món pugui salvar-se amb un miracle.
Descreguts i solemnes fem les coses
amb un aire tan bròfec que no sembla
que lluitem tenaçment perquè tot sigui
més clar i entenedor. Hi ha gent que ens mira
com sol mirar-se els folls. Després s’ajupen
a besar els peus d’aquells que els apallissen.

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VII

El setè dia era diumenge i vàrem
reposar com Déu mana.
De tot això, pel juny, si no em descompto,
farà ja mil-nou-cents-i-vint-i-quatre
llarguíssims anys.
No res: una fotesa!

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Maria Allo, poesie da “Al dio dei ritorni” e un inedito

Etna dal mare - Foto di Maria Allo

Etna dal mare – Foto di Maria Allo

Maria Allo, poesie da Al dio dei ritorni e un inedito

«Nel giorno del perdono / oso invocarti / sulla sponda del torrente in secca / tra le rovine di una terra che trama / a ridurci rovi».  Una trattazione del tema dei nostoi, allegoria dell’esistenza come perenne viaggio, originale e, allo stesso tempo, non ignara del “grande carico” (per dirla con il titolo di una lirica di Ingeborg Bachmann) della poesia che ci precede: tutto questo si fa incontro a chi legge Al dio dei ritorni di Maria Allo. Segue, chi legge, il moto di chi sempre parte – “Si parte” è uno degli incipit programmatici che ricorrono e si avvicendano nella raccolta -, il gesto di chi tende le mani a una riva anelata e insidiosa, all’approdo che può farsi orrido scoglio, al promontorio che può squassare e squassarsi, rotolando «limo di lava dissidente», al tratto di costa familiare che può rivelarsi «sponda / della solitudine».
Nella molteplicità di toni e sfumature, di elementi-simbolo,  in una tavolozza che non disdegna di accogliere il livido – limaccioso e minaccioso – accanto al nitido, al brillante, al saturo, nell’intenzionale duplicità di valenza delle immagini, resta ben riconoscibile la vocazione dei poeti, che nel loro errare si confermano, con un ossimoro significativo, «custodi del vagare», rivendicano l’autenticità delle loro visioni e rinnovano, come nell’inedito qui presentato, la loro invocazione.  (Anna Maria Curci)

 

Quando tornerai
con la tua lira
a tessere arabeschi
muterai le carni
di tutti i destini
non informe intreccio
di sviliti mondi
non rullo di tamburi
ma ciò che sgorga
dal silenzio
specchio
di ogni verità
quando verrai
o dio dei ritorni
mi coprirò di rugiada
e forse morirò
per ogni possibile resurrezione.

(p. 15)

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Miroslav Košuta: La casa (da La ragazza dal fiore pervinca)

pervinca

Miroslav Košuta: La casa (da La ragazza dal fiore pervinca, Del vecchio editore, 2015 – traduzione di Tatjana Rojc )

*

Hiša

Vsaka hiša ima štiri stene
in nebo.
Vsaka hiša ima uro, ki meri noč,
in črva, ki grizlja smrt
v policah,
v podu,
v posteljni vabi z vonjem po znoju

Vsaka hiša ima vrata, da skoznje
stopa strah,
in med okni
okno za samomorilce.

Hiše v mojih krajih so lamijoni
in svetijo na morje,
v eni
pa je ležišče iz suhih alg,
kier me čaka
telo,
odporto ko zemlja
in globoko
ko grob.

*

La casa

Ogni casa ha quattro pareti
e un cielo.
Ogni casa ha un orologio a misurar le notti,
e un tarlo a rodere la morte
negli scaffali,
nel pavimento,
nell’esca del letto, pregna di sudore.

Ogni casa ha una porta per far entrare
la paura,
e tra le finestre
quella per i suicidi.

Le case dalle mie parti sono lampioni,
e luminoso fanno il mare,
in una
c’è un giaciglio di alghe essiccate,
dove mi aspetta
un corpo
aperto come terra,
profondo
come tomba.

***

La ragazza dal fiore pervinca di Miroslav Košuta è uscito da pochissimo, confesso che non conoscevo affatto i versi di colui che è considerato uno dei maggiori poeti sloveni di sempre. Ne sono rimasto affascinato e colpito dalla prima lettura, mi riservo di parlare in altra sede di tutto il libro, qui, per Marginalia, tratterò la poesia che avete appena letto: La casa. La poesia si trova nella prima parte del libro Primo ciclo – origine, l’ho scelta, intanto, per l’oggettiva bellezza e perché nell’introduzione al libro scritta da Košuta stesso si legge, a proposito di vivere in luoghi di confine: Non credo questo basti per essere un poeta di frontiera. Košuta è un poeta di frontiera, lo è totalmente, lo è dalla testa ai piedi, lo è perché nascere, sopravvivere e poi vivere lungo il confine, su quel confine, rappresenta il suo scheletro, il suo pensiero, la sua scrittura. Ecco il perché di questa poesia. La casa è un luogo chiuso, ma è anche un non luogo, ed è piena di frontiere, confini, varchi da attraversare, porte da chiudere o spalancare. La casa accoglie, la casa salva, la casa può respingere. La casa uccide. Da una casa, a volte, si è costretti a scappare. Košuta, dall’interno di tutti gli interni racconta il mondo. Lo mostra tutto.

Sopra le quattro pareti troviamo un cielo, subito, dunque, l’apertura e insieme il riparo. La casa è misura del tempo e di tutte le angosce, la casa, pare dirci, Košuta è l’unità di misura di ogni cosa. La casa siamo noi stessi, preda di ogni paura e di ogni vento, salvi come con l’amore. Eppure la casa è insieme vita e morte. Quale casa non lo sarebbe? Ma questa casa è la terra del poeta, è l’unico confine possibile. Lì da dove si entra o si esce tutto deve passare. E passerà. Così come passeranno il dolore e la morte, forte come il desiderio di fuga da una prigione, non mancherà la bellezza, pennellata qui in due versi, faccenda che riesce bene solo ai grandi poeti Le case dalle mie parti sono lampioni, / e luminoso fanno il mare. La casa è così importante che è lei che rende luminoso il mare, in una riuscitissima metafora al contrario. La tenerezza dell’ultima strofa, la consapevolezza del poeta, sta tutta in quel verso c’è un giaciglio di alghe essiccate. Di nuovo l’attesa per qualcosa, ma qualcosa che al riparo deve essiccare e metterci molto tempo ad arrivare. Una poesia dolorosa e luminosa, una poesia che reca con sé i segni delle ferite, ma che consente, ancora, la speranza.

©Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri 

Nota: Questo articolo è stato pubblicato in origine su Senza Zucchero blog di Del Vecchio Editore, per la rubrica Marginalia

Un sogno senza filtro

Locandina

Arteterapia: ricerca del benessere psicofisico attraverso l’elaborazione artistica, l’uso libero o guidato delle dinamiche creative per aiutare l’espressione di sé. E c’è un bel gradino, nella ripetizione di quella piccola sillaba “te”: c’è la necessità, per l’arte, di dimenticare le sue esigenze, modellarsi addosso a un bisogno che è salute, e provare, per una volta, a stare dall’altro lato, essere lei strumento di un risultato da ottenere.
Poi succede che l’arte è signora difficile da incatenare, e proprio grazie alla necessità di trattarla come puro mezzo di espressione ritrova la sua forma più vera, ed è in grado di restituire perle che altrimenti sarebbe stato difficile scoprire.
Va detto che ha avuto un ottimo alleato, nel caso che stiamo per raccontare: Shakespeare. Non c’è lavoro del Bardo, non c’è riga che, lo sappiamo da secoli, non si possa schiudere e ribaltare e guardare di sbieco ritrovando ogni volta un nuovo significato. Se ne sono accorti i ragazzi dell’associazione “Il Fiore del Deserto”, ed Enoch Marrella, responsabile del laboratorio di teatro (di lui su Poetarum Silva si è parlato anche qui), e ce ne siamo accorti noi, dal pubblico, quando al Teatro Vascello di Roma è andato in scena ’Na specie de musical, rivisitazione in chiave pop del Sogno di una notte di mezza estate per la conduzione scenica di Marrella (drammaturgia e regia) e Stefania Carvisiglia (movimenti e coreografia).
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Nuova poesia latinoamericana. #14: Julio Espinosa Guerra

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 foto julio espinosa.jpg

Julio Espinosa Guerra

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Julio Espinosa Guerra (Cile, 1974). Ha ottenuto i premi di poesia Villa de Leganés (Spagna, 2004), Sor Juana Inés de la Cruz (Costa Rica/Messico, 2007), Isabel de Portugal (Spagna, 2010), Fundación Pablo Neruda alla sua traiettoria (Cile, 2011) e Villa de Cox (Spagna, 2013). Tra le sue raccolte poetiche vale la pena ricordare Las metamorfosis de un animal sin paraíso (LF, Spagna, 2004), NN (Gens, Spagna, 2007), sintaxis asfalto (Olifante, Spagna, 2010) e La casa amarilla (Pre-Textos, Spagna, 2013). Ha pubblicato anche le antologie poetiche La poesía del siglo XX en Chile (Visor, Spagna, 2005) e Palabras sobre palabras. 13 poetas jóvenes de España (Santiago Inédito, Cile, 2010). È anche autore dei due romanzi El día que fue ayer (Cile, 2006) e La fría piel de agosto (Alfaguara, Cile, 2013). Dirige la rivista de poesia Heterogénea e la Scuola di Scrittori di Zaragoza, in Spagna. Risiede in Spagna dal 2001.

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V

Ser como el grillo
y su canto

Permanecer oculto
en las esquinas
de la casa

y decir tanto
con tan poco.

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VII

Poder tejer
no la araña
sino la red invisible
de los movimientos de su tela

Atrapar
no las moscas y hormigas
en esta imagen
sino su gesto
que se pega al aire
antes de desaparecer.

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XI

Como el caracol
dejo esta huella sobre la página
y presumo de su fosforescencia
aunque no soy capaz de decir
ni la mitad de los minerales
que mis ojos
estrujan de la luz:

en la ruta del signo que arrastro a mis espaldas
me ciego a mí mismo.

(de NN, 2007)

. (altro…)

Ifigenia siamo noi, AAVV – Una nota di lettura

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L’antologia poetica Ifigenia siamo noi – Scuderi Editrice, 2014 a cura di Giuseppe Vetromile , con in copertina la riproduzione dell’opera “Vite parallele” di Eliana Petruzzi – che vede la presenza di molte poetesse italiane e non, di diverse generazioni (Lucianna Argentino, Gaetana Aufiero, Victoria Artamonova, Floriana Coppola, Ulrike Draesner, Federica Giordano, Anila Hanxhari, Giovanna Iorio, Amalia Leo, Ketti Martino, Vera Mocella, Rita Pacilio, Vanina Zaccaria, Regina Cèlia Pereira da Silva, Anna Tumanova, Monika Rinck), ripropone, con originalità, un libro interamente scritto al femminile, ma lo fa con l’idea di tematizzare la questione senza eluderla, ma neanche ponendola in maniera polemica, come invece è capitato per alcune operazioni editoriali simili. Il titolo da questo punto di vista è significativo, Ifigenia, l’eroina tragica greca, che è diventata nel corso della storia della cultura occidentale una cifra inaggirabile della dimensione complessa del femminile. Il titolo dell’antologia è al tempo stesso una rivendicazione di appartenenza a una identità primigenia rispetto alle maschere-forme che poi sono state attribuite al femminile, ma è anche un ripercorrere in maniera quasi mai scontata i luoghi dell’immaginario della poesia secondo determinate declinazioni, come fa notare Giuseppe Vetromile nella sua prefazione: «Ed è appunto il canto delle nostre autrici che rinfocola il mitico gesto della figlia di Agamennone. Riattualizza il sacrificio inserendolo nella nostra quotidianità, indipendentemente dalla radice storico-geografica.» Resta comunque in questo libro protagonista la parola poetica che, attraverso sensibilità e angolazioni diverse, viene indagata nelle sue varie possibilità espressive e disvelative. Se il titolo dell’opera assume un senso forte, la prospettiva che emerge prepotentemente è quella che associa il femminile alla dimensione del sacrificio, senza però alcun vittimismo di genere, ma con la visione lucida, in molte delle autrici selezionate, che la complessità dell’animo femminile è a contatto con le radici profonde della vita, con le sue contraddizioni irrisolte, ma con uno sguardo che è capace di abbracciare il Sé ma anche l’altro da Sé, il diverso, l’apertura originaria che è la possibilità stessa della vita. (altro…)

Una frase lunga un libro #18 – Ugo Riccarelli: L’amore graffia il mondo

riccarelli

Una frase lunga un libro #18 – Ugo Riccarelli: L’amore graffia il mondo, Mondadori, 2012. € 19,00  e-book 6,99

Delmo estrasse dal taschino l’orologio per controllare la puntualità del diretto che di lì a un minuto sarebbe dovuto sbucare dalla curva oltre la roggia, rompendo con il suo sferragliare l’incanto del galleggiare nella dolcezza di quella bevanda opaca. Fu proprio mentre iniziò a sentire il rumore del treno che dalla carie sulla casa si affacciò sua sorella Anita ad annunciare la nascita con un bercio da mercato, e lui all’improvviso dimenticò i treni e la dolcezza dell’orzata e si ricordò della moglie che un paio d’ore prima aveva rotto le acque.

Comincia così L’amore graffia il mondo, con orologi, attese, treni e nascita, e questi quattro elementi saranno i cardini del libro. “Ci sono gesti che bisogna continuare a fare / chiudere finestre, tostare il pane, legarsi / il fazzoletto sulla nuca / non c’è altro modo che i gesti per fare i vivi.” Questi versi, invece,  sono di Paola Turroni (Il Mondo è vedovo, Cartabianca 2010) e ben rappresentano la sintesi di quello che è la vita di Signorina, la protagonista del romanzo di Ugo Riccarelli, vincitore del Premio Campiello 2013, e delle altre donne che di questa storia tesseranno i fili, attraverso le azioni, le scelte, i sacrifici, l’amore e le rinunce. Il nome Signorina viene da un treno. Suo padre Delmo, ferroviere e uomo severo, decide che la bimba appena nata deve essere chiamata così, come il treno che sta entrando in stazione, treno a cui lui ha dato  un nome. Un giorno, ancora bambina, grazie a uno sconosciuto, Signorina scopre di avere un dono, dono che potrebbe cambiarla la vita. La fantasia, che fa sì che Armida, un’oca, sia la sua migliore amica, unita a mani che sono in grado di disegnare, tagliare e cucire e il talento che le permette di creare un modello d’abito da un sacchetto per il pane, rappresentano il dono.

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Si ristampi #7: Gesualdo e Giovanna Bufalino, Il Matrimonio illustrato (di Nadia Terranova)

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Si ristampi #7: Gesualdo e Giovanna Bufalino, Il Matrimonio illustrato, testi d’ogni tempo e paese scelti per norma dei celibi e memoria dei coniugati, Bompiani 1986 (ultima edizione 2003)

 

Dopo un fidanzamento durato più di vent’anni, l’eccentrico intellettuale di provincia e scrittore quasi postumo, ossessionato dai libri, Gesualdo Bufalino sposò infine la sua ex alunna Giovanna. La bomboniera del matrimonio fu un tomo (ma tu guarda!) creato apposta per gli ospiti:

L’idea iniziale fu quella, tutta privata, di offrire agli invitati, in occasione delle nostre prudentissime nozze (premeditate per quasi un quarto di secolo), invece della solita bomboniera, un libriccino di detti aurei, massime propiziatorie, profezie rassicuranti.

Sulla scelta del tema, c’è poco da dire. “La morte stessa non è una questione seria come il matrimonio”, recita un aforisma di von Hofmannsthal (a proposito, è più che fondato il sospetto che tutti gli aforismi anonimi siano in realtà attribuibili a Mastro Don Gesualdo in persona, considerato che eccelleva nel genere, vedi le splendide raccolte Il malpensante o Bluff di parole). Insomma, questo libro, questa bomboniera è la bibbia dell’istituzione stessa del matrimonio. Un tesoro in cui, da Manzoni a monsignor Della Casa, da Tolstoj a Voltaire, da Sant’Agostino a Ovidio, gli invitati avrebbero trovato una summa dolorante e dolorosa di ciò che i due ex giovani non avevano più potuto rimandare. I due fidanzati si presero una vacanza in biblioteca, e si divertirono così prima di avviarsi all’altare.
Bompiani pubblicò poi questo libro privato e ne fece diverse edizioni: la prima meravigliosa, la seconda così così. Io modestamente ho la prima e la sfoglio spesso per trovarci le risposte migliori più o meno a tutto. Qualche esempio: miglior sintesi di scelte pragmatiche:

È troppo nei confronti d’un marito essere insieme devota e civetta; bisognerebbe scegliere (J. de la Bruyère).

Forse qui Bufalino sta “pizzinando” Sciascia, in fondo Il giorno della civetta potrebbe essere un buon titolo per la storia di una sciantosa; miglior spiegazione della caduta del fascismo fornita dal suo capo medesimo:

I cornuti hanno sempre torto (B. Mussolini).

Miglior risposta al Family Day:

Tutti devono ammogliarsi: non è lecito sottrarsi egoisticamente a una calamità generale (M. G. Saphir).

Miglior risposta alle crisi di coppia:

Molte volte la sola cosa che divide un uomo e una donna adorabili è che sono sposati (R. de Flers e G. de Cavaillet).

Avrei avuto molto piacere a regalare questo libro a molti amici che si sono sposati recentemente. Ora che ci penso, qualcuno si sposa in autunno. Coraggio, Bompiani: si ristampi!

© Nadia Terranova

 

Come una lettera #2 (inedito) – L’Etica

di Luciano Mazziotta

a T. Di Dio

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L’etica, l’ethos, scrive Benveniste,
è l’asse, il mos, attorno al quale ruota,
si organizza un sistema di valori.
E l’epos, la parola, la precisa
lo nomina il sistema e riconduce
al centro di quell’asse
il disagio universale
perché non si disgreghi
a macchie ma conosca e riconosca
nella parola una difesa
dall’oblio, dalle paure e il caso.
E noi, Tommaso, dovremmo tutto questo?
Proporre paradigmi,
forzare le strutture, farci padri,
modelli di riferimento?
Non me la sento. È già tanto
se imito il me stesso dei momenti migliori.
E la parola, quella nostra,
fatica a dire il tempo,
questo, con puntualità.
Si sta come ridicoli Pandora
a ricercare il tappo
mentre che il male scappa
e la parola si contagia
sprofonda su se stessa e siamo infetti
io, tu, e quelli per i quali “Bisogna
pagare”, scrivi, e io rispondo:
“Bisogna risarcirci.”

Enrico De Lea, Sarmura (poesie)

pescatori-nel-porto-di-messina fonte siciliaviaggi.it

pescatori-nel-porto-di-messina fonte siciliaviaggi.it

 

Enrico De Lea, poesie da Sarmura (plaquette inedita, in corso di pubblicazione per i tipi di Officina Coviello)

La lingua di questi versi – composti tra il 2013 ed il 2015 (alcuni anticipati in rete) – è debitrice delle diverse varianti del siciliano da me conosciuto/udito/parlato principalmente tra Casalvecchio Siculo, la Valle d’Agrò, la riviera ionica e Messina, (e.d.l.)

 

nni pari

nni pari, cetti voti, ‘a vita
priincuta di minchiati,
ie tannu ‘a motti,
cu tuttu chi nn’atterra,
nni pari chi nni ‘scuta,
comu na pessona seria

(ci sembra)
ci sembra, a volte, la vita
gonfiata di minchiate,
e allora la morte,
malgrado ci abbatta,
ci sembra stia a sentirci,
come una persona seria

 

a vidìumu

a vidìumu ‘e a videmu stampata
notti ‘e gghiornu,
sta mathri ianca ‘e focu,
jittata luntana, attornu,
l’occhiu si facìa un ghiocu
a vardàrla, a Muntagna,
nt’a chiarità du brisciri da matinata,
nt’o lusthru du spirìri da sirata –
ie tuttu tuttu
lassatu ddhocu, nt’o sthrafuttu

(la vedevamo)
la vedevamo e la vediamo
quasi in una stampa
notte e giorno,
questa bianca madre e fuoco,
lontano lanciata, attorno,
l’occhio si affascinava
a guardarla, la Montagna,
nel chiarore dell’albeggiare,
nella luce del declino della sera –
e tutto tutto
lasciato là, con noncuranza

 

cent’anni

a zìa Lucia, avanz’o muru
d’a notti, si mittìa
nt’a na cantunera
e non ci putìa cu iddha a Motti:
spittava thra vigghia e sonnu,
e appoi sapìa ch’iddha a vincìa
pi tutta a luci ‘i na viduta
criata p’a so’ matinata,
sapùta iera, a zìa,
e dicìa: nenti scuru,
sulu a vita è vera

(cent’anni)
la zia Lucia, davanti al muro
della notte, si accucciava
in un angolo
e non riusciva, la morte, a spuntarla con lei:
lei aspettava tra veglia e sonno,
e poi ben sapeva che l’avrebbe vinta lei
per tutta la luce di un paesaggio
creato per la sua mattinata,
saggia era, la zia,
e diceva: nessun buio,
solo la vita è vera

 

chiddhu chi regna

nta stu sdirregnu
di iurnata ‘a scurdata
e di vita ‘a scurdata
chiddhu chi regna
supra i zanni tutti
su’ i facci sciutti
‘i me’ pathri,
‘i me’ nannu,
chi non parrunu
ma sannu

(ciò che persiste)
in questo sterminio
di giornate e di vite,
dominio e dimenticanza,
ciò che persiste
sul vociare di tutti
sono i volti asciutti
di mio padre,
di mio nonno,
che non parlano
ma sanno

 

un cumpagnu

Sempri, un cumpagnu fidatu e eternu,
chi nni spattiumu pani e nfernu,
spuntau ca notti e cuntentu mi taliau,
e iò u so’ nomu e puru u me’ scurdau.

(un compagno)
da sempre, un compagno fidato ed eterno,
da spartirci pane ed inferno,
con la notte spuntava e contento mi guardava
ed io il suo nome e pure il mio dimenticavo.

 

© Enrico De Lea