Giorno: 29 maggio 2015

L’ambasciatrice, Viola Amarelli

l'ambasciatrice

Quando leggo le poesie di Viola Amarelli mi ritorna in mente sempre quella frase di Iosif Brodskij in cui sostiene che la poesia è una forma di accelerazione mentale. Se questa affermazione è vera per il processo poetico in generale, è del tutto evidente nei versi della Amarelli; essi si pongono enigmaticamente nella loro visionarietà asciutta e spietata di fronte al lettore, che si trova senza preavviso in un processo vertiginoso di accelerazione mentale appunto, in cui è chiamato, in una logica escludente, a scegliere in una frazione di secondo se aderire o no alla visione, al cortocircuito del pensiero che l’autrice ci pone innanzi con un aut aut irrevocabile, prendere o lasciare, tertium non datur. Questa qualità intrinseca del dettato di Viola Amarelli emerge prepotentemente nel suo ultimo libro L’ambasciatrice, libro autoprodotto in tiratura limitata, gesto coerente di disincantata noncuranza verso l’asfittico mondo editoriale della poesia, con la collaborazione delle sarte utopiche Francesca Genti e Manuela Dago a cui si deve la bellissima rilegatura a mano, che fa sì che il manufatto libro stesso diventi un oggetto da collezione. La poesia per l’autrice de L’ambasciatrice è al tempo stesso una sfida da accettare, un enigma da indagare e un processo linguistico e, in quanto linguistico, conoscitivo, in cui, però, tutte le premesse sono obliate o, meglio, sono implicite e sommerse nello spazio bianco della pagina e, invece, emergono come una punta di iceberg le risultanze ultime, i frammenti, le schegge lucenti che si fanno parola, visione. I versi di questo libro, articolato in otto sezioni, comprendono anche epigrammi di ascendenza marzialiana a volte ironici, altre volte sarcastici, sempre acuti e sinceri verso una varia umanità che fa mostra delle sue miserie, tic, debolezze, vanità e che sempre viene colta sapientemente e causticamente dall’autrice. Sia nelle sezioni più caustiche che in quelle in cui prevale un tono sapienziale, l’autrice dà un saggio di una qualità insita nella sua scrittura: la varietas, la capacità di modulare il registro linguistico sapientemente secondo modalità differenti, cosa molto rara nel panorama italiano attuale. Il procedimento poetico sotteso al dettato de L’ambasciatrice è profondamente antilirico in quanto, grazie a un trattamento accuratissimo del linguaggio, la parola viene forzata, piegata, alleggerita, resa acuminata e rapidissima. In definitiva questo procedimento porta ad una sostanziale presa di distanza dell’io da se stesso, dalla sua deriva confessionale, dai suoi dolori, che pur emergono evidenti e strazianti attraverso una forma di raffinata e suprema ironia, ma la morte, la vecchiaia, il dolore, la perdita degli affetti non possono che essere detti, proprio per la loro tragicità irredimibile, con levità, che nasconde una intima e segreta compassione (dolce, affettuoso. e spaventato./ il nome-forma che era mio padre). Questo processo di distanziamento nasce da una consapevolezza che è alla base di tutto il libro e che viene sintetizzata mirabilmente nella prima poesia della raccolta (– Troppo difficile da dire/ E tu non dire.// Un riccio rosso, rosari di sabbia/ le vene, le arterie/ L’avviene.). L’avviene non è altro che il ciclo dell’apparire, la nietzschiana innocenza crudele del divenire, il fanciullo cosmico eracliteo che gioca a dadi senza un perché che non sia lo stesso accadere. Nel sostantivo l’avviene è concentrato l’orizzonte ultimo di queste poesie, lo shock linguistico (Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto la brucio. Rimbalza, reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. Il mondo è parole, a cambiarle, il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è una rosa. roseggia. L’ortica orticheggia. E risana.) a cui sono sottoposte le parole non è fine a se stesso, ma serve a mostrare che il senso ultimo delle cose è imperscrutabile e terribile, che non può che essere trattato assumendo il punto di vista di una divina ironia, con sovrana indifferenza creatrice, replicando nel dire poetico il gesto creatore originario del fanciullo cosmico in cui tutte le contraddizioni del divenire si mostrano nel loro rutilante e tremendo succedersi, nella loro intatta noncuranza (Cuore bambino dove/ la briciola diventa meraviglia/ e l’orco resta ucciso/ grasso e sciocco// la candida, l’intatta/ noncuranza). L’autrice, attraverso le maschere che assume di volta in volta, è, quindi, l’ambasciatrice di un ordine misterioso e bizzarro eppure, se si porge uno sguardo attento e senza veli, evidentissimo e semplice, che vuole essere detto per sottrazione, in negativo, in cui quel particolare avvenimento che è l’uomo non ha un posto privilegiato. L’ambasciatrice parla per accenni, frammenti, epigrammi, oppure, come nella sezione omonima, attraverso storie enigmatiche, ma sempre cristalline nel loro dipanarsi, sospese tra favola (la rana della copertina che rimanda a molte altre rane della letteratura) fiaba e mito, dove di nuovo, dietro forme umane si nasconde un ordine cosmico inquietante. L’autrice sembra quasi preoccupata di preservare, platonicamente, un sapere che non è dicibile, una dottrina segreta e salvifica, un’iniziazione sapienziale (di matrice orientale) che è più un vedere che un dire, e di cui si può rendere conto solo attraverso accenni linguistici che emergono dal bianco abbacinante del foglio, dalla luce sgomenta dell’apparire, dalla ruota eterna del divenire (non c’è altro da dire/ non c’è altro da capire/ – questa luce).

© Francesco Filia