Youth (recensione di Nicolò Barison)

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Youth – La giovinezza, le emozioni sono tutto quello che abbiamo

Fred (Michael Caine), noto compositore e direttore d’orchestra alle soglie degli ottant’anni, si trova in vacanza in un lussuosissimo Resort in Svizzera ai piedi delle Alpi. Il suo migliore amico Mick (Harvey Keitel), anch’egli ospite dell’albergo, un vecchio regista ancora in attività, sta cercando di portare alla luce il suo ultimo film, una sorta di grandioso testamento spirituale. Mentre Mick cerca faticosamente di finire la sceneggiatura e di trovare un finale alla sua opera, Fred ha invece abbandonato da tempo il suo lavoro, nonostante la regina Elisabetta in persona voglia assolutamente ascoltare le sue composizioni e rivederlo nuovamente all’opera.
A un anno di distanza dal caso nazionale della Grande Bellezza, torna Paolo Sorrentino con il suo solito (ma magnifico) torrenziale susseguirsi di immagini-quadro, inserti onirici, suggestioni pop (c’è pure Maradona), musiche accattivanti, insomma tutto il repertorio visivo e sonoro che lo contraddistingue sin dai tempi delle Conseguenze dell’amore.

181018117-1f1cba09-c840-4880-9f2b-153d3e5a295eMa questa volta, oltre ai ben noti orpelli barocchi, c’è una maturità che non ti aspetti. Youth è un film di una sensibilità disarmante, dove la tanto decantata giovinezza del sottotitolo italiano è solo un malinconico ricordo nei viali del tramonto dei due protagonisti. La pellicola è una lucida riflessione sulla vecchiaia e l’incessante trascorrere del tempo, sull’ineluttabilità della condizione umana. La vita è fatta di ricordi sfocati, rimpianti, sogni, emozioni. Sì perché come dice Harvey Keitel in una scena del film, “Le emozioni sono tutto quello che abbiamo”. E, anche se da giovani il futuro si vede vicinissimo mentre da vecchi è tutto lontanissimo (tranne la morte), nonostante ciò, si deve vivere con entusiasmo e con ogni fibra del proprio corpo.
Certo è che i non estimatori dell’immaginario sorrentiniano e i detrattori della Grande Bellezza (la pubblica crocifissione del regista napoletano è iniziata proprio con la vittoria dell’Oscar, prima se lo filavano in pochi nonostante finisse regolarmente a Cannes), non mancheranno di dire la loro. Il che è pure logico, dato che, in quanto ad estetica, Sorrentino fa più o meno lo stesso tipo di film da dieci anni.
Oltre alle splendide immagini (ma Sorrentino è maestro in questo, si sa), Youth si regge tutto sulla stagionata coppia Michael Caine/Harvey Keitel, senza dimenticare il bel personaggio interpretato da Paul Dano, attore schiavo di un ruolo che aveva interpretato anni fa, dove faceva un robot, un po’ stile Birdman. E poi c’è Brenda (Jane Fonda), attrice feticcio di Harvey Keitel, la quale rifiuta di essere l’interprete principale del suo film, preferendo il più sicuro e remunerativo contratto per una stupida serie tv. Corpi decadenti in contrasto con la bellissima Miss Universo, che, in una delle scene più emblematiche, si immerge voluttuosamente nell’acqua della piscina catturando l’attenzione di Caine e Keitel, un tempo, a detta loro, grandi Don Giovanni. Fanno da sfondo al tutto lo splendido paesaggio delle Alpi svizzere e l’elegante Resort Spa, i quali diventano un vero e proprio luogo dell’anima, fra fachiri, monaci in grado di lievitare e momenti onirici alla Fellini, come nel caso delle meravigliosa scena in cui Mick si trova davanti a sé, in un prato, tutte le figure femminili di suoi film, che pian piano compaiono e affollano lo spazio verde recitando le loro battute in loop, per poi improvvisamente sparire.
Inoltre, a ben vedere, l’incombenza della morte affrontata da Sorrentino è molto affine a quella trattata da Nanni Moretti in Mia madre, perché entrambi insistono fondamentalmente sul valore di ciò che siamo, di quello che si è riusciti a costruire nell’arco della vita, di quello per cui si verrà ricordati dai posteri.
Youth è il film più riuscito di Sorrentino? Sicuramente è uno fra i più affascinanti, riflessivi e personali, capace di emozionare sia nella leggerezza che nel dramma, un grande viaggio che ci conduce per mano dentro e fuori la vita, il cinema, la musica, l’arte. Complimenti Paolo, ci hai commossi.

© Nicolò Barison

One comment

  1. Dai tempi de “L’uomo in più” Sorrentino dimostrava già la sua unicità. Film sempre splendidi, anche quando il tratto grottesco si è impadronito di “L’amico di famiglia”. Anche il suo libro di esordio “Hanno tutti ragione” per poco non è stato un capolavoro: forse qualche errore di editing, oppure la fretta editoriale della Feltrinelli. È incredibile come la faccia “improbabile” di Paolo Sorrentino possa contenere tutto il suo smisurato talento.

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