Alessia D’Errigo, Poesie da “Pasto vergine”

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Alessia D’Errigo, Poesie da Pasto vergine 

Pasto vergine di Alessia D’Errigo, raccolta pubblicata a cura del collettivo ‘Bibbia d’asfalto’, conferma la padronanza di una vera e propria drammaturgia del gesto poetico e, insieme, la perseveranza nella ricerca della restituzione di quel gesto, nel segno della commistione, con slanci in avanti e incursioni nel repertorio ‘storico’ di voci e forme, liriche e teatrali. L’urgenza di dare statuto espressivo a quanto raccolto nella ricerca si manifesta come ondata che travolge, schiaffo visionario, azione sovversiva. Benché distante dalla mia percezione di “azione sovversiva”, non mi sfugge l’autenticità  e l’onestà − non mutuata da altri, con un percorso che sembra a tratti straziare le carne − dell’idea di partenza e del suo percorso di realizzazione. Lo schiaffo visionario arriva violento, talvolta sgradevole, la sua teatralità gioca non di rado sulla sovrabbondanza. Tanto più efficaci e convincenti appaiono così conclusioni lapidarie:  «Un affare sporco la purezza, da incartare col giornale e le uova», così come manifesti di poetica che fanno capolino da un enjambement: «misticanza ingenua ed armigera /che spetta alla donna» . E in più di un punto mi capita di andare incontro convinta alla comune ricerca di azzurro. (Anna Maria Curci)

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E tu ringrazia me, ringrazia l’altro che tutti si ringraziano
nella gogna dei loro giochi, la fatica è la forma del male più noto
un’incisione sulla schiena a suonare preghiere e organi,
a mangiarci l’ossa, inginocchiati sui ceci della speranza.
E tu ringrazia me, ringrazia l’altro che tutti si ringraziano
a passarsi i fili tra i polsi nel teatro dei ciechi come scudieri
delle paure duellanti con lance di frassino. Chi cadrà?
E’ l’editto dei morti che monta a cavallo col suo esercito sbieco
a scrosciare sul mondo liquidi santi: la castità per una croce!
La castità per una croce! (è tutto un urlo di guerra).
E che parlo se tu non ascolti oltre le prostrazioni del corpo,
se parlo senz’ugola di pietate per questo crocicchio nudo e informe:
ancora è l’inferno senza pensiero, ancora è l’inferno senza l’azione del
pensiero.

(p. 13)

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Talune volte vorrei anch’io, donna Madonna, lanciarmi
dall’arco dello sterno priva di cuore, a sasso, correre
verso le alture, ostia bianca d’un medesimo schianto
svuotata e randagia come l’icona del viso Tuo;
le mani caste, le vesti caste e gli angeli al seguito.
Occhi senza occhi, labbra senza fiore, vene di latte e candore
Lasciarmi scorrere dal tempo, marmo freddo marmo,
stendere il corpo, statua di Dio, scolpita, finalmente,
a Sua immagine e somiglianza.
Oh, occhi senza occhi, labbra senza fiore, vene di latte e candore

(p. 16)

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Sono la sovversiva che rende il pianto al mondo
la contingenza estrema d’ogni male
come se fosse una culla d’abbracciare
una madre sempre in procinto di partorire.

(p. 21)

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Ecco le ore che vengono sfitte,
piene di rovi, ove a cantare è l’usignolo della pietà
quello che sui rami trafigge il silenzio e il volo
in un unico chiodo, fisima del suo canto: l’amore.
Piume d’oro ha intrecciato, catenelle della coscienza
in un battito delicato d’ali, lieve, così lieve da svanire
col primo vento, nella coltre del meriggio assolato.

L’albero è spoglio ora, pallido e nudo, quasi a tendere le braccia e le mani
nella traiettoria aerea dettata dal piccolo cuore, si propende sradicando le
radici e sospeso, attende.

(p. 27)

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Espropriatemi
come per ricavare dal corpo solo altre parole
espropriatemi da questo silenzio e pallore
tiratemi i capelli
tiratemi i capelli
purché possa innalzarmi
dal pentimento
dall’eterna agonia
dal nero della pece
dal nido del cervello.
L’asse è la schiena con cui m’erigo
lo sforzo concessomi da d(io)
per l’affronto del deforme
una spada creata nel futuro
per uccidere il passato:
ed ecco che sono.

(p. 40)

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Era il mese del mai e del poi quando nacque flebile
era il mese che mai e che fu, ma nessuno disse
era il mese permesso al gelo, paltò e radici
era che mai e poi sì, quando il no sfoglia i fiori
era acqua e grano quando son fermi
era per miraggio e visione
ma nessuno disse e nessuno andò
nessuno tornò e partì
era ago d’abete pronto all’uso
era ghirlanda
perché ghianda del cuore esposta al ramo fu
era per amore e gioia
era per dire e non ridire il giorno
era chiave riposta nel lampo
luce e carne e pascoli e se ne andò
era giglio, perché no.

(p. 52)

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Ho un nodo che il vento trascorre scorsoio lungo la pena
una lametta a fraintendere vacuità e azione. Nostra Signora,
il perdono è caritate se la mano v’attinge, non il caso.

(p. 62)

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Mi partorirà il glicine quando il folto delle membra
prenderà il viola e l’esporrà al solco profondo del cuore
ma non so se me ne andrò senza scarpe a battere le strade
e i cammini porosi che gravitano d’assuefazione.
Le strade avranno altri nomi quando rinascerò
nella fortezza santa priva d’orpelli, creatura d’osso e
viandante per i mari profondi denudati.
Viola ho detto, della misticanza ingenua ed armigera
che spetta alla donna, quella che alza la sua sfida bianca
e inveisce contro il cielo, che si scrolla con i capelli il ventre
in un solo istante, come il momento esistito ed ora nascosto,
vacuo entroterra di miniere rosa e riflessi.

(p. 68)

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Tutto cade ingoiando radici, alluvionando le nostre rivolte
i fastidi eterni del dopo pranzo, le farfalle non catturate che volano ancora
iniettandosi di sole altrui, di concezioni al plurale. Un nefasto pomeriggio
d’oggi per giunta assolato di nervi e pensieri, di libagioni avventate lungo le
strade; un grande affare di clacson e ustioni incartate che per le labbra
e per Dio bruciano, isolando la pelle, il suo trasudo spontaneo. L’erba
continua a crescere, a dissiparsi lungo i muri lievemente, un lungo ragno
di cemento a lagnarci i piedi, i passi, la costipazione dei giorni, il nuvolario
del tempo e l’impertinenza mia e tua che osa amare. Questo è un dono – ci
hanno gridato – e poi c’impiccano all’ultimo albero, colpevoli d’unione
illegittima al mondo, narcotraffico di bramosia.
Un affare sporco la purezza, da incartare col giornale e le uova.

(p. 73)

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Alessia D’Errigo. Ricercatrice in campo teatrale e cinematografico, scrittrice. Interprete e regista di varie opere teatrali. Dopo un percorso classico come attrice, inizia una ricerca personale sull’atto scenico e sulla reale necessità del suo manifestarsi. Nel 2004 apre, insieme al suo compagno, l’artista e regista Antonio Bilo Canella, il “CineTeatro di Roma” (www.cineteatro.it) centro di ricerca formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico. Proprio al CineTeatro inizia un lungo percorso sull’improvvisazione totale, la Performazione (www.performazione.com), e porta avanti una ricerca personale sull’Improvvisazione Poetica. Da questa ricerca, nel 2011, Alessia D’Errigo apre il progetto IMPROMPTU THEATRE (http://impromptutheatre.jimdo.com/); l’intento è quello di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e teatro) in uno scenario d’improvvisazione totale; progetto sancito dall’omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittore-performer Orodè Deoro, e da altre due performance “Variazioni Belliche (LamentAzione)” (video: http://www.youtube.com/watch?v=h9WManvZMwA ) e “Per i tuoi occhi bianchissimi”. Nel 2014 porta in scena “Metatron”, un lavoro con la danzatrice butoh Alessandra Cristiani, e nel 2015 partecipa al ‘Festival Linea 0’ con uno spettacolo d’improvvisazione totale su “La casa di Bernarda Alba” di F.G. Lorca dal titolo “Aguardiente – Dentro Bernarda Alba”. Nel 2013 una ventina di poesie tratte dalla raccolta inedita Pasto Vergine escono sulla rivista “Poesia” di Crocetti, a cura di Maria Grazia Calandrone. Nel 2011 pubblica la sua prima silloge poetica Carne d’aquiloni (editrice Zona). I suoi testi sono presenti in numerosi blog e riviste web e in alcune antologie. Ha curato la rubrica di poesia “Rediviva Donna (classica e contemporanea)” sulla fanzine ‘Versante Ripido’.