Giorno: 10 Mag 2015

“Ho desiderato che Maria morisse”: omaggio a Goliarda Sapienza

Goliarda negli anni Sessanta - © Archivio Sapienza-Pellegrino

Goliarda negli anni Sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Goliarda Sapienza era nata il 10 maggio del 1924. Nel giorno della sua nascita, come redazione, la ricordiamo proponendo una sua pagine tratta dai racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; poi Einaudi, 2011, da dove si cita [p. 91]). Buon compleanno, Goliarda.

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Ho desiderato che Maria morisse. L’ho desiderato o l’ho sognato? Forse l’ho sognato. L’ho vista distesa sul letto in mezzo alla camera coperta di fiori bianchi. O aveva un vestito bianco? Già, lei si veste sempre di bianco, anche in inverno. «A un certo punto una donna deve sapere qual è il suo colore». Il suo colore, facile a dirsi. A me i colori non piacciono, ho da fare io, e per lavorare che c’è di meglio dei colori che resistano allo sporco? La vorrei vedere dopo una giornata in tipografia. Sì, era un vestito bianco. No, erano fiori bianchi. Una montagna di fiori bianchi la copriva. Si vedeva solo la collana di perle fra i fiori. La collana di Giulio. Siamo andati insieme a comprarla, e anche la borsa di velluto verde che portava ieri, l’ho consigliata io a Giulio. L’abbiamo comprata quando è nato Cesare. Ogni bambino un regalo. Sono tre. Non posso averlo sognato. No, l’ho desiderato: un’altra volta ho desiderato che qualcuno morisse. Recidiva.
Se questa donna che s’avvicina ora morisse? sì, sarei contenta. È bionda e ha gli occhi neri. Forse il biondo non è naturale ma le sta bene. A un certo punto una donna che sia una donna deve sapere che colore di capelli le sta bene. Non porta trucco. Si avvicina, chiede, non trova la strada. Se morisse sarebbe bellissima, senza trucco: neanche gli occhi truccati. «Non conosco quella strada, non sono di Roma» sorride pure. Dietro l’angolo morirà. Sotto un’automobile, un’autobus. Ogni anno muoiono diecimila persone per incidenti stradali, è come una guerra. La guerra, è tanto che non ne fanno un’altra. Io me la sono cavata bene, non avevo paura e stavo attenta. Come ora non ho paura e sto attenta, non mi distraggo quando vado per le strade e traverso sempre dove ci sono le strisce. Io non vado sotto una macchina. Io solo desidero.
Devo stendermi sul letto, chiudere le persiane e staccare il telefono. Qualche pillola di sonnifero e si ferma questo desiderio. Tu hai troppa immaginazione. Finirai male. Certo a ripensarci, tenere fra le braccia la bottiglia dell’acqua calda come se fosse un bambino, aveva ragione Olga: «Tu hai troppa immaginazione». Eppure per me era un bambino. Un bambino mio, e come soffersi quando mi cadde dalle mani quella notte scendendo dal letto. Che dolore! Non ho più sofferto tanto in vita mia. Si fracassò il cranio sul pavimento. Dovevo stare più attenta tenendolo fra le braccia. Starò attenta. Domani è domenica. Giulio è per casa. Devo stendermi sul letto, staccare il telefono e cercare di non pensare. Non pensare e non desiderare niente, che non sia un vestito, un paio di calze.

Alessia D’Errigo, Poesie da “Pasto vergine”

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Alessia D’Errigo, Poesie da Pasto vergine 

Pasto vergine di Alessia D’Errigo, raccolta pubblicata a cura del collettivo ‘Bibbia d’asfalto’, conferma la padronanza di una vera e propria drammaturgia del gesto poetico e, insieme, la perseveranza nella ricerca della restituzione di quel gesto, nel segno della commistione, con slanci in avanti e incursioni nel repertorio ‘storico’ di voci e forme, liriche e teatrali. L’urgenza di dare statuto espressivo a quanto raccolto nella ricerca si manifesta come ondata che travolge, schiaffo visionario, azione sovversiva. Benché distante dalla mia percezione di “azione sovversiva”, non mi sfugge l’autenticità  e l’onestà − non mutuata da altri, con un percorso che sembra a tratti straziare le carne − dell’idea di partenza e del suo percorso di realizzazione. Lo schiaffo visionario arriva violento, talvolta sgradevole, la sua teatralità gioca non di rado sulla sovrabbondanza. Tanto più efficaci e convincenti appaiono così conclusioni lapidarie:  «Un affare sporco la purezza, da incartare col giornale e le uova», così come manifesti di poetica che fanno capolino da un enjambement: «misticanza ingenua ed armigera /che spetta alla donna» . E in più di un punto mi capita di andare incontro convinta alla comune ricerca di azzurro. (Anna Maria Curci)

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E tu ringrazia me, ringrazia l’altro che tutti si ringraziano
nella gogna dei loro giochi, la fatica è la forma del male più noto
un’incisione sulla schiena a suonare preghiere e organi,
a mangiarci l’ossa, inginocchiati sui ceci della speranza.
E tu ringrazia me, ringrazia l’altro che tutti si ringraziano
a passarsi i fili tra i polsi nel teatro dei ciechi come scudieri
delle paure duellanti con lance di frassino. Chi cadrà?
E’ l’editto dei morti che monta a cavallo col suo esercito sbieco
a scrosciare sul mondo liquidi santi: la castità per una croce!
La castità per una croce! (è tutto un urlo di guerra).
E che parlo se tu non ascolti oltre le prostrazioni del corpo,
se parlo senz’ugola di pietate per questo crocicchio nudo e informe:
ancora è l’inferno senza pensiero, ancora è l’inferno senza l’azione del
pensiero.

(p. 13)

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Talune volte vorrei anch’io, donna Madonna, lanciarmi
dall’arco dello sterno priva di cuore, a sasso, correre
verso le alture, ostia bianca d’un medesimo schianto
svuotata e randagia come l’icona del viso Tuo;
le mani caste, le vesti caste e gli angeli al seguito.
Occhi senza occhi, labbra senza fiore, vene di latte e candore
Lasciarmi scorrere dal tempo, marmo freddo marmo,
stendere il corpo, statua di Dio, scolpita, finalmente,
a Sua immagine e somiglianza.
Oh, occhi senza occhi, labbra senza fiore, vene di latte e candore

(p. 16)

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Sono la sovversiva che rende il pianto al mondo
la contingenza estrema d’ogni male
come se fosse una culla d’abbracciare
una madre sempre in procinto di partorire.

(p. 21) (altro…)