Il manifesto degli attori anonimi di James Franco. Recensione

manifesto degli attori anonimi

Molti di noi sono entrati nel mestiere (amatori e professionisti) per fuggire alla realtà, ma di fatto la realtà è l’unico posto dove recitare. […]
Ma cos’è la realtà? Analizza quello che gli Attori Anonimi chiamano il “vero sé”, in cosa consiste? Ci piace pensare che abbiamo a cuore valori e passioni, ma da dove altro vengono se non dalla cultura che ci circonda? Puoi seguire gli insegnamenti dei tuoi genitori o ribellarti, ma in entrambi i casi sono loro a definirti. […]
La ricerca del reale mostra che non c’è realtà, almeno in partenza. Pensa al mondo come a un grande set, pensa a tutto ciò che è stato inventato e pensa che è finito tutto sul set. Pazzesco, no?

“Ultrareale”, eterogeneo, spregiudicato e spassoso sono quattro aggettivi che descrivono solo in parte l’ultimo romanzo di James Franco, Il manifesto degli attori anonimi, edito da Bompiani con traduzione italiana di Tiziana Lo Porto: decine di storie veritiere con protagonisti che danno voce ai paradossi del mestiere d’attore abbracciato come un’illusione, sperimentato e verosimilmente calato nelle loro stesse assurde esistenze, che diventano perciò il materiale narrativo principale.
L’“ultrarealtà” del racconto insiste sui contorni dei tanti personaggi in scena, che vivono in un mondo massmediatico, irriverente e pop com’è quello della cultura americana dell’ultimo ventennio, impregnato di amore e sesso, violenza, tolleranza e abuso – nelle sue molteplici accezioni –, eterosessualità e omosessualità. Vengono in mente, infatti, i film di Terry Gilliam o i lavori di Harmony Korine, con cui James Franco ha collaborato negli ultimi anni: c’è l’ex tossico che lavora da McDonald’s ma vuole reinventarsi; lo studente in erba di una scuola di Los Angeles alle prese con le sue aspirazioni fallite; la giovane attrice in preda alla fissazione con le star e quella che è stata vittima di stupro da adolescente; il bambino che durante la recita scolastica impara gli affetti e la vendetta e l’ex-bambino prodigio fagocitato dal suo presente fatto di eccessi. Questi e molti altri sono gli ‘attori anonimi’ di una partita che non lascia spazio all’immaginazione, che pone ogni cosa sotto gli occhi di chi legge senza mediazione né sentenza, nella problematicità del vero e, proprio perché “vero”, appassionante. Quella di James Franco non è mai, infatti, una «post-realtà» in cui la vita si assume come simulacro.
In questo romanzo la categoria della “finzione” (o, meglio, “ultrafinzione”) così come quella della “realtà”, sono portate alle estreme conseguenze , proprio perché ciascun attore anonimo non inventa un altro da sé ma si trova a raccontare a se stesso chi è (si potrebbe dire in un gioco di doppia finzione) nel tentativo di ritrovare il proprio centro, adattandosi ad un sé talvolta poco o per nulla cosciente o perdendosi definitivamente nel “sempre aperto teatro” del mondo.
L’intreccio molto complesso si snoda su una coralità di personaggi le cui vicende sono collegate tra loro a partire da “dodici passi” e “dodici tradizioni”, sorta di linee guida o avvertenze che sembrano riprodurre da lontano – e in modo profano – i sermoni dei testi sacri. E ancora, si può parlare di “pluriattorialità” (o “multiattorialità”), che si articola in capitoli brevi e su moltissimi registri secondo una modalità stilistica propria e con una coscienza delle forme che ammette non soltanto la narrazione, la drammaturgia e il dialogo, ma anche il saggio lirico, la lettera, la parafrasi e le note a piè di pagina. La costruzione delle voci dei personaggi, su stessa ammissione dell’autore [in un’intervista alla traduttrice apparsa sul «Venerdì» di Repubblica e che si può leggere qui, n.d.r.], si rifà a romanzieri della tradizione quali Steinbeck e Faulkner;  non è difficile ricordare, a tal proposito, L’urlo e il furore.
Il titolo originale dato da James Franco è Actors Anonymous, dove “anonimo” rivela due significati: “privo di nome” (alcuni personaggi lo sono) ma anche “impersonale, indistinto”. Casuale ma non del tutto scontata è la coincidenza di “Anonymous” con il nome di una forma di attivismo che si riferisce ai seguaci della sottocultura di internet, dal momento che Franco appartiene ad una comunità artistica che fa da ponte tra il mainstream e l’underground. La traduzione italiana forza sulla genericità del titolo e pone in luce il senso programmatico dell’opera: suggerisce di entrare nelle vite dei protagonisti poiché è l’unico modo di leggerle.
In fondo, forse, nella vita di ogni giorno, siamo tutti Actors Anonymous: inventiamo contenuti, simuliamo di starci dentro, inciampiamo, ci riconosciamo o ci sottraiamo, poi ripetiamo o dimentichiamo. Sono nuovi romanzi e personaggi a farci accorgere della nostra tensione all’adattamento, di come “agiamo” e di come siamo tutti diversamente attori della nostra esistenza.

© Alessandra Trevisan