“Il Re Giallo” e altre cose da fare da piccola

Re in giallo_Sovra.indd

No, non ho mai visto “True detective”, ma conoscendomi (e su queste cose mi conosco) mi farò prestare il cofanetto da qualche amico per recuperare (questo post è anche un appello). Non è per questo, quindi, che ho comprato Il Re Giallo, raccolta di racconti di Robert W. Chambers del 1895 e suo riferimento letterario, ma perché sedotta dalla strepitosa illustrazione con cui Vallardi l’ha rimesso in gioco nel 2014 sull’onda del successo della serie TV. Ho vissuto la quarta di copertina come una ragazza scarta il vestito del ballo delle debuttanti: se H. P. Lovecraft sostiene che «quest’opera raggiunge vertici straordinari di paura cosmica», allora chi sono io per.
Tutto questo un mese fa. Se dovessi dire che Il Re Giallo mantiene tutto quello che promette, non sarei del tutto sincera: i racconti, che dovrebbero formare un intero tematico e spazio-temporale riprendendo personaggi da varie angolature, mancano da un lato di un perfetto aggancio reciproco e dall’altro di una compiuta indipendenza. Ma la lettura è entusiasmante, scorrevole, e a tratti sinceramente spaventosa.

La prima sezione è indubbiamente la migliore: dal primo racconto, distopia allucinata narrata da un folle, al celebre La demoiselle d’Ys, che riprende il tema del varco temporale aperto durante una scampagnata che, richiuso, porta alla morte per amore, passando per il vero capolavoro, Il segno giallo, in cui troviamo il reale protagonista del ciclo, vecchio adesso, giovane nei racconti successivi, alle prese con la disgrazia del Re Giallo.
Ed è lei il personaggio chiave che illumina la prima parte della raccolta: il Re Giallo, tragedia la cui lettura porta alla pazzia, libro citato ma mai descritto (l’elisione crea il vero spavento) di cui molti personaggi cadono vittima. Dal racconto di apertura:

 […] gli occhi si posarono su quella pagina e con un grido di terrore, che forse nasceva da una gioia così intensa da eccitare ogni mia fibra, sottrassi quella «cosa» ai carboni ardenti per poi trascinarmi tremando fino al letto; lessi e rilessi quelle pagine e piansi, risi e tremai in preda a un orrore che a volte mi assale ancora oggi. Ed è questo che mi turba, perché non posso dimenticare Carcosa, dove nel cielo risplendono stelle nere e dove le ombre dei pensieri degli uomini si allungano nel pomeriggio, quando i Soli gemelli affondano nel lago di Hali: la mia mente conserverà per sempre il ricordo della Maschera Pallida. Prego che Dio maledica l’autore, così come quest’ultimo ha gettato la sua maledizione sul mondo con tale magnifica, stupenda creazione, terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità, un mondo che ora trema davanti al Re Giallo.

Ancora, qualche racconto più in là, ne Il segno giallo:

«Non toccarlo, Tessie. Scendi.»
Ovviamente la mia esortazione non fece che suscitare la sua curiosità; prima che potessi impedirglielo aveva preso il libro e, ridendo, se l’era portato nello studio, a passo di danza. La chiamai, ma lei scivolò via dalle mie mani impotenti con un sorriso spavaldo e io la seguii, un po’ spazientito.
«Tessie!», gridai, entrando in biblioteca: «Ascoltami, dico sul serio. Metti via quel libro, non voglio che tu lo legga!» Ma la stanza era vuota. Controllai in entrambi i salotti, poi nelle camere da letto, nella lavanderia, in cucina; infine tornai nella biblioteca e iniziai una ricerca sistematica. Si era nascosta così bene che solo dopo mezz’ora la scoprii rannicchiata, pallida e silenziosa, nel ripostiglio al piano di sopra, accanto alla grata della finestra. Al primo sguardo mi accorsi che era stata punita per la sua imprudenza. Il Re Giallo giaceva ai suoi piedi, ma il libro era aperto sulla seconda parte. Guardai Tessie e capii che era troppo tardi: aveva aperto il Re Giallo. Allora la presi per mano e la condussi nello studio. Sembrava inebetita, e quando le dissi di sdraiarsi sul divano mi obbedì senza una parola. Poco dopo chiuse gli occhi e il suo respiro si fece profondo e regolare, ma non riuscivo a capire se dormisse oppure no. Rimasi a lungo seduto accanto a lei, in silenzio, ma non si mosse né parlò.

Se l’intero libro avesse avuto la potenza di scrittura del primo brano, o la crudeltà del secondo, sarebbe probabilmente diventato leggendario quanto la tragedia.
Gran parte delle sue vittime abitano in Europa, ma il Re Giallo si svolge, dunque, a Carcosa. Letta la località, non potuto fare a meno di pensare ad Ambrose Bierce, uomo che detiene il record personale dei miei salti dalla sedia per i momenti di spavento più raffinato (Stevenson detiene quello per la pelle d’oca, King quello per le lacrime di terrore). Fu Bierce a inventare la città di Carcosa, in seguito citata dal geniale (per me fin troppo) Lovecraft, ne Un cittadino di Carcosa, dove un uomo si sveglia sulle rovine ormai secolari della sua città. E di Bierce sono corsa a recuperare La cosa maledetta, racconto breve e perfetto sull’onnipresenza del male, sul mistero del male, che riesce a titolare il primo capitolo, dominato da un cadavere disteso su un tavolaccio, “Non sempre si mangia quello che è sul tavolo”.

A questo punto sto pianificando, per la mia discesa vacanziera a casa dei miei, un tuffo in quei tomoni neri usciti anni fa per la Newton Compton che raccolgono, in puntuale ordine tematico e cronologico, i maggiori romanzi e racconti della letteratura dell’orrore. Ricordo la loro classificazione quasi senza tema di smentita: romanzi gotici, di fantasmi, di vampiri, del terrore. Mia madre restò perplessa quando, a sedici anni, entrai in casa con queste quattro bare da cui avevo tolto le sovracopertine, perlomeno un po’ variegate, e mi ficcai con il naso nella lettura. Si tranquillizzò quando mi vide riemergere annoiata a morte (non me ne voglia nessuno) da Il castello di Otranto. Non avevo ancora letto Il Golem, e non ero ancora rimasta una notte sveglia dopo Il pozzo e il pendolo. Con tutta calma mia madre ha avuto tempo di rassegnarsi al mio infilare nel lettore dvd trittici di perle quali la versione americana di The Ring, quella rigorosamente giapponese di Ju-on: Rancore e il superbo The Others, che mi rendevano inservibile fino all’ora di colazione del giorno dopo.
Restando sulla letteratura gotica, il vero amore, neanche a dirlo, fu con Frankenstein. Sono una di quelle rompiscatole che passa la vita a correggere chi chiama Frankenstein il mostro e non il dottore. Vorrei dire che fu amore perché già a sedici anni intuivo la grande portata umana che c’era dietro quel falso romanzo del terrore, la carica etica e amorevole del suo messaggio; in realtà fu perché non me la passavo molto bene al liceo. Ma ora che scrivo mi accorgo, con il senno del poi, che le due cose, volendo, non si escludono.
IlVampiroOltre a farmi esperire con mano ciò che la letteratura metteva in gioco con traslazioni mitopoietiche, il liceo servì anche a farmi incazzare come una biscia: Polidori, scoprii, era alla portata di tutti, mentre io mi ero illusa fino a quel momento di aver scoperto una perla ignota in un mobile di mia nonna (confesso di aver avuto molto a lungo un’idea orientativa della letteratura, e di stare tuttora recuperando). Medico personale di Byron, fu presente a quel pomeriggio di tempesta a Villa Diodati che dà le vertigini a chiunque di noi sia appassionato di letteratura horror; ispirato dalla figura del suo affabile datore di lavoro, inventò la figura del vampiro aristocratico e sornione, pubblicando il primo racconto sul tema, per errore uscito a nome di Byron.
Difatti mia nonna aveva comprato, non sono mai riuscita a scoprirne i motivi, un cofanetto della già citata Newton Compton, Fantasmi & Fantasmi a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, oltre a Jettatura di Gautier (di cui non sono mai riuscita a capire il finale ma che ancora mi ghiaccia), Carmilla di Le Fanu e, appunto, Il vampiro di Polidori. Così, da bambina, quando passavo qualche pomeriggio da lei, mangiavo letteralmente quelle pagine difficilissime, e ricordo precisamente di essermi trovata a ricopiare la descrizione della protagonista femminile di Jettatura, lentamente per non fare errori, sul quaderno dei compiti.

Se torno ancora indietro con la memoria, ricordo mia madre e mia zia, sorella di mio padre, che discutono del Giro di vite. Mia zia disse una cosa (che avrei ritrovato, più tardi, in Ju-on) che mi colpì moltissimo: disse di come ogni capitolo finiva nel terrore assoluto, e il successivo ricominciasse serafico. E così via. E così via. Quindi, appena fui abbastanza grande da sostenere la prosa di James, me lo procurai. Non mi fece nessuna impressione. Per vendetta, passai Misery a mia madre. Appena le passò la voglia di strangolarmi, ammise che era un libro bellissimo. Anche io ho riletto Il giro di vite, e mi sembra stupendo. Un ritrovato ménage familiare, insomma (ringrazia, mamma, che non ti ho passato Il virus della strada va a Nord).

Robert Louis Stevenson

Robert Louis Stevenson

Non riesco, invece, a ricordare qual è stato il mio primo incontro con Stevenson. Janet la storta, forse, o direttamente quella che per me è la migliore prosa breve di questo scrittore per cui io provo un reale, fisico affetto: Il diavolo nella bottiglia, storia di un uomo che compra una bottiglia in grado di realizzare ogni desiderio ma che va venduta, alla metà del prezzo, finché l’ultimo proprietario sarà trascinato all’inferno con lei. Ho sempre adorato raccontarla, anche se le peripezie della bottiglia con il cambio della valuta mi creano qualche problema, e non ho mai conosciuto una persona che, indipendentemente dal finale, non mi abbia guardato come se gli avessi cambiato disposizione ai mobili di casa.
Mia sorella, per esempio, ogni estate finge di non averla mai sentita. Ci sediamo in spiaggia, di sera, una spiaggia simile a quella dell’ultima scena, e comincio a raccontare. Io ho i brividi lungo la colonna vertebrale; lei mi corregge sui passaggi di prezzo della bottiglia, ogni volta che comincio a incespicare.

© Giovanna Amato

6 comments

  1. E’ una notevole e chiara nota di lettura, questa di Anna Maria, mi ha incuriosito pur non conoscendo il libro. Non amo il genere fantasy,penso che aggroviglino pensieri già tanto confusi e la metarealtà che mettono in campo urta con la mia formazione letteraria e e e filosofica.
    Però sono libri che piacciono a tanti, forse rispondono ad un bisogno di irrisolto che ci abita,…
    La nota mi farebbe venire la voglia di leggerlo, sarebbe per me una scelta inquietante.
    Narda

    "Mi piace"

  2. Concordo con Narda: questa di Giovanna Amato è una nota di lettura ampia e coinvolgente, un vero e proprio invito a un viaggio di esplorazione nei territori di ciò che Freud definì “Das Unheimliche” (il concetto è reso, nella traduzione italiana del saggio omonimo, come “Il perturbante”). Una delle vette di questa nota è ai miei occhi il riferimento a “The Turn of the Screw”, “Il giro di vite” di Henry James, uno dei capolavori assoluti nelle regioni del sinistro, dell’inquietante. Dunque, grazie Giovanna.

    "Mi piace"

  3. Grazie a entrambe! Come promesso con me stessa sono in piena rilettura di Ambrose Bierce (e ho già dei volontari per il.cofanetto di True Detective), quindi pare proprio che il viaggio non finirà qui! Stay tuned. Grazie ancora.

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.