Mese: maggio 2015

Alan Pauls – Storia dei capelli (recensione di Martino Baldi)

paulsmedium_tn_150_206

Alan Pauls – Storia dei capelli , Sur, 2012, traduzione di Maria Nicola – €  15,00 – ebook € 9,99

Non c’è giorno che lui non pensi ai capelli. A tagliarli molto o poco, a tagliarli subito, a lasciarli crescere, a non tagliarli più, a farsi rapare a zero, a radersi la testa per sempre. La soluzione definitiva non esiste. È condannato a tornare incessantemente sulla questione. Sempre così, schiavo dei capelli, finché crepa, magari. E perfino dopo. Non ha forse letto che… che i capelli crescono anche… o erano le unghie?

Il magnifico Roberto Bolaño lo definì uno dei più grandi scrittori latinoamericani viventi e forse il motivo per cui Alan Pauls piaceva tanto a Bolaño è lo stesso Pauls a dircelo, parlando del grande scrittore cileno in una intervista rilasciata a Valerio Rosa, giornalista de l’Unità: “Credo che Bolaño sia riuscito a mettere insieme due tradizioni apparentemente incompatibili: quella selvaggia, spontanea, avventurosa, beatnik, alla Kerouac, con quella colta, letteraria e concettuale, alla Borges, recuperando una certa energia, propria degli anni 70, per renderla romantica. Ha trasformato la sconfitta del sogno rivoluzionario in un sogno poetico”. Sintesi poetica tra posizioni apparentemente inconciliabili, dunque: è questa la lezione di Bolaño, vero e proprio compimento della vocazione peculiare della letteratura sudamericana, con la sua capacità di tenere insieme fantasia e impegno, leggerezza e profondità, come forse nessun altra letteratura è mai riuscita a fare.
Proprio in questo solco si inserisce lo scrittore Pauls e, in particolare, la sua trilogia delle “storie” dedicata giustappunto agli anni 70: Storia del pianto, Storia dei capelli, Storia del denaro. Definita dallo stesso autore “trilogia della perdita” in un’intervista apparsa su “Il Manifesto” qualche anno fa (“direi che sono libri sulla perdita, su quanto c’è di irreversibile nella perdita”), la trilogia è stata composta tra il 2007 e il 2013. In Italia Fazi ha pubblicato il primo romanzo nel 2009, per poi lasciare il compito di concludere l’opera a Sur, casa editrice indipendente mai abbastanza celebrata per il magnifico lavoro che da anni ha intrapreso per la diffusione della letteratura ispanoamericana in Italia.

(altro…)

Fino a qui tutto bene. Recensione

fino-a-qui-tutto-bene-2

La foto è di © Fabio Bacci

La seconda prova di Roan Johnson, Fino a qui tutto bene, non è un film tardo o post-adolescenziale: è un’opera che convince grazie alla freschezza e al tocco lieve che la caratterizza. Un film che racconta il nostro non leggero presente. Al centro c’è la vita di cinque studenti alle prese con la fine della loro vita universitaria ma soprattutto con l’entrata nel mondo degli adulti, quello vero, che non paga, che amplifica la frustrazione, l’impotenza, il precariato, il sentore di doversi scannare lì fuori, come tutti e anche tra loro stessi. Tra aspirazioni artistiche e lavorative fallite, il dottorato lasciato, le prospettive mancate o ancora da guardare dritte in faccia, ma anche il revival di una convivenza con tutti i suoi pro e contro, tra quotidianità e feste, Ilaria, Andrea, Vincenzo, Cioni e Francesca ricordano l’amico Michele che non c’è più.
Pisa, la città in cui (soprav)vivono, è scorciata: la si vede dalla terrazza del loro appartamento, dalla strada, dalla campagna attorno. I pochi giorni di luglio inoltrato che li separano dall’abbandono della casa in cui tutto si svolge e in cui tutti insieme hanno imparato a diventare grandi o ci hanno almeno provato, sono una manciata di momenti. Pacchi da fare, mobili da vendere, bollette da pagare, luoghi da sgomberare (il vecchio teatro cadente in cui Andrea, Francesca e Cioni avevano allestito gli spettacoli di teatro della loro compagnia), ma anche discussioni da affrontare, ritorni di ex-ragazze che ce l’hanno fatta (Marta – Isabella Ragonese –) cose da dire che non finiscono di completare il quadro delle loro umane insufficienze.
Dopo I primi della lista (Cinecittà Luce, 2011), in cui Pisa era una città degli anni Settanta e del cantautore Pino Masi, Roan Johnson firma un lungometraggio ‘di oggi’ che all’ultimo Roma Film Fest ha vinto il Premio del pubblico BNL Cinema Italia, il premio AKAI International e il premio SIGNIS; nell’oggi, infatti, si innestano i dubbi e le incertezze di questi ragazzi ma anche la gioia di essere giovani.
Nel 2003 Lucio Pellegrini fa uscire Ora o mai più, ambientato – forse per una coincidenza – a Pisa nel 2001 e con protagonista un giovane studente, David (Jacopo Bonvicini), alle prese con la laurea in fisica alla Normale e, contemporaneamente, con la scelta di partire per il G8 di Genova. Emblematico come quella pellicola segni l’inizio di uno stacco, già dal titolo (definitivo), con quel periodo storico dopo il quale, in questo Paese, è cambiato qualcosa. I protagonisti di Fino a qui tutto bene, infatti, sono disillusi, nella loro provvisorietà, sommano le loro esperienze per un vivere senza futuro. Lo slancio retorico e ideale del film di Pellegrini (che ha un taglio politico deciso) pare lontanissimo; sono infatti passati quasi quindici anni, e l’Italia è cambiata. E i quasi trentenni hanno imparato a vivere alla giornata, forse, a sentirsi addosso il peso delle responsabilità solo quando diventa necessario affrontarle. Così, una gravidanza, il posto da professore associato all’estero, il presunto suicidio di un amico, sono episodi di vita che si fronteggiano un passo alla volta, con un po’ di nostalgia del passato o l’impossibilità di comprenderlo (e di cambiare ciò che è stato) ma anche la malinconia, l’incertezza di non sapere cosa accadrà domani, pur avendo la certezza che ci si può sostenere a vicenda oggi, che si può affrontare l’oggi con una sincera amicizia.

(c) Alessandra Trevisan

credits

DATA USCITA: 19 marzo 2015
GENERE: Commedia
ANNO: 2014
REGIA: Roan Johnson
SCENEGGIATURA: Roan Johnson, Ottavia Madeddu
ATTORI: Alessio Vassallo, Paolo Cioni, Silvia d’Amico, Guglielmo Favilla, Melissa Anna Bartolini, Isabella Ragonese
FOTOGRAFIA: Davide Manca
MONTAGGIO: Paolo Landolfi, Davide Vizzini
DISTRIBUZIONE: Microcinema
PAESE: Italia
DURATA: 80 Min

L’ambasciatrice, Viola Amarelli

l'ambasciatrice

Quando leggo le poesie di Viola Amarelli mi ritorna in mente sempre quella frase di Iosif Brodskij in cui sostiene che la poesia è una forma di accelerazione mentale. Se questa affermazione è vera per il processo poetico in generale, è del tutto evidente nei versi della Amarelli; essi si pongono enigmaticamente nella loro visionarietà asciutta e spietata di fronte al lettore, che si trova senza preavviso in un processo vertiginoso di accelerazione mentale appunto, in cui è chiamato, in una logica escludente, a scegliere in una frazione di secondo se aderire o no alla visione, al cortocircuito del pensiero che l’autrice ci pone innanzi con un aut aut irrevocabile, prendere o lasciare, tertium non datur. Questa qualità intrinseca del dettato di Viola Amarelli emerge prepotentemente nel suo ultimo libro L’ambasciatrice, libro autoprodotto in tiratura limitata, gesto coerente di disincantata noncuranza verso l’asfittico mondo editoriale della poesia, con la collaborazione delle sarte utopiche Francesca Genti e Manuela Dago a cui si deve la bellissima rilegatura a mano, che fa sì che il manufatto libro stesso diventi un oggetto da collezione. La poesia per l’autrice de L’ambasciatrice è al tempo stesso una sfida da accettare, un enigma da indagare e un processo linguistico e, in quanto linguistico, conoscitivo, in cui, però, tutte le premesse sono obliate o, meglio, sono implicite e sommerse nello spazio bianco della pagina e, invece, emergono come una punta di iceberg le risultanze ultime, i frammenti, le schegge lucenti che si fanno parola, visione. I versi di questo libro, articolato in otto sezioni, comprendono anche epigrammi di ascendenza marzialiana a volte ironici, altre volte sarcastici, sempre acuti e sinceri verso una varia umanità che fa mostra delle sue miserie, tic, debolezze, vanità e che sempre viene colta sapientemente e causticamente dall’autrice. Sia nelle sezioni più caustiche che in quelle in cui prevale un tono sapienziale, l’autrice dà un saggio di una qualità insita nella sua scrittura: la varietas, la capacità di modulare il registro linguistico sapientemente secondo modalità differenti, cosa molto rara nel panorama italiano attuale. Il procedimento poetico sotteso al dettato de L’ambasciatrice è profondamente antilirico in quanto, grazie a un trattamento accuratissimo del linguaggio, la parola viene forzata, piegata, alleggerita, resa acuminata e rapidissima. In definitiva questo procedimento porta ad una sostanziale presa di distanza dell’io da se stesso, dalla sua deriva confessionale, dai suoi dolori, che pur emergono evidenti e strazianti attraverso una forma di raffinata e suprema ironia, ma la morte, la vecchiaia, il dolore, la perdita degli affetti non possono che essere detti, proprio per la loro tragicità irredimibile, con levità, che nasconde una intima e segreta compassione (dolce, affettuoso. e spaventato./ il nome-forma che era mio padre). Questo processo di distanziamento nasce da una consapevolezza che è alla base di tutto il libro e che viene sintetizzata mirabilmente nella prima poesia della raccolta (– Troppo difficile da dire/ E tu non dire.// Un riccio rosso, rosari di sabbia/ le vene, le arterie/ L’avviene.). L’avviene non è altro che il ciclo dell’apparire, la nietzschiana innocenza crudele del divenire, il fanciullo cosmico eracliteo che gioca a dadi senza un perché che non sia lo stesso accadere. Nel sostantivo l’avviene è concentrato l’orizzonte ultimo di queste poesie, lo shock linguistico (Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto la brucio. Rimbalza, reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. Il mondo è parole, a cambiarle, il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è una rosa. roseggia. L’ortica orticheggia. E risana.) a cui sono sottoposte le parole non è fine a se stesso, ma serve a mostrare che il senso ultimo delle cose è imperscrutabile e terribile, che non può che essere trattato assumendo il punto di vista di una divina ironia, con sovrana indifferenza creatrice, replicando nel dire poetico il gesto creatore originario del fanciullo cosmico in cui tutte le contraddizioni del divenire si mostrano nel loro rutilante e tremendo succedersi, nella loro intatta noncuranza (Cuore bambino dove/ la briciola diventa meraviglia/ e l’orco resta ucciso/ grasso e sciocco// la candida, l’intatta/ noncuranza). L’autrice, attraverso le maschere che assume di volta in volta, è, quindi, l’ambasciatrice di un ordine misterioso e bizzarro eppure, se si porge uno sguardo attento e senza veli, evidentissimo e semplice, che vuole essere detto per sottrazione, in negativo, in cui quel particolare avvenimento che è l’uomo non ha un posto privilegiato. L’ambasciatrice parla per accenni, frammenti, epigrammi, oppure, come nella sezione omonima, attraverso storie enigmatiche, ma sempre cristalline nel loro dipanarsi, sospese tra favola (la rana della copertina che rimanda a molte altre rane della letteratura) fiaba e mito, dove di nuovo, dietro forme umane si nasconde un ordine cosmico inquietante. L’autrice sembra quasi preoccupata di preservare, platonicamente, un sapere che non è dicibile, una dottrina segreta e salvifica, un’iniziazione sapienziale (di matrice orientale) che è più un vedere che un dire, e di cui si può rendere conto solo attraverso accenni linguistici che emergono dal bianco abbacinante del foglio, dalla luce sgomenta dell’apparire, dalla ruota eterna del divenire (non c’è altro da dire/ non c’è altro da capire/ – questa luce).

© Francesco Filia

Nuova poesia latinoamericana. #10: Augusto Rodríguez

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

foto augusto rodriguez

Augusto Rodríguez

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

  

Augusto Rodríguez (Equador, 1979). Giornalista, editore e professore universitario. Ha pubblicato numerosi libri, tra i quali vale la pena segnalare: Cantos contra un dinosaurio ebrio (Barcelona, Spagna, 2007), Matar a la bestia (Guadalajara, Messico, 2007), Voy hacia mi cuerpo (Lima, Perù, 2010), La enfermedad invisible (DF, Messico, 2012), Las águilas del adiós (DF, Messico, 2012) e Del otro lado de la ventana (Lima, Perù, 2011). Ha ottenuto il Premio Nazionale di Poesia David Ledesma Vázquez (2005), il Premio Nazionale Universitario di Poesia Efraín Jara Idrovo (2005) e il Premio Nazionale per il Racconto Joaquín Gallegos Lara (2011). È fondatore del gruppo culturale Buseta de papel. La sua opera poetica è stata tradotta in inglese, arabo, portoghese, catalano e francese. È editore della casa editrice El Quirófano e direttore del Festival Internazionale di poesia giovane IEC.

.

.

MI PADRE

Mi padre murió en invierno
sólo sé que al fin descansó
de la estrecha cama de todos los días.
Ya no hay ruido, ceremonias
pañuelos, ni rosas blancas.
Al fin, dije yo, descansó de las deudas
de los vicios, de la burocracia.
Mi padre murió en una pequeña alcoba
donde quedan remedios, jeringuillas
alcohol, drogas,
sus manos frías, abiertas
y vacías que me tocan con ternura.
Unos ojos blancos y amarillos
inyectados de muerte.
Un cáncer que no silencia
su victoria de sangre, de carne
de vejez inconclusa.
Todos los relojes dan la misma hora
y retroceden
cuando mi padre no era mi padre
sino un hombre
que se abría paso ante la vida.
Mi padre murió en una alcoba de hielo
y su cuerpo cada vez se adelgaza
se empequeñece, se evapora
en el aire vacío
la lámpara de la alcoba
juega con la materia de su piel.
Sus dientes amarillos
me sonríen
le sonrío
temblando de miedo
aunque de a poco
se convierta en polvo
fugaz.

.

MIO PADRE

Mio padre è morto in inverno
so solo che alla fine si è riposato
dallo stretto letto quotidiano.
Non ci sono più rumori, cerimonie
fazzoletti, né rose bianche.
Alla fine, ho detto io, si è riposato dai debiti
dai vizi, dalla burocrazia.
Mio padre è morto in una piccola alcova
in cui rimangono medicine, siringhe
alcool, droghe,
le sue mani fredde, aperte
e vuote che mi toccano con tenerezza.
Occhi bianchi e gialli
iniettati di morte.
Un cancro che non tace
la sua vittoria di sangue, di carne
di vecchiaia inconclusa.
Tutti gli orologi danno la stessa ora
e retrocedono
a quando mio padre non era mio padre
bensì un uomo
che si faceva strada nella vita.
Mio padre è morto in un’alcova di gelo
e il suo corpo ogni volta dimagrisce
rimpicciolisce, evapora
nell’aria vuota
la lampada dell’alcova
gioca con la materia della sua pelle.
I suoi denti gialli
mi sorridono
gli sorrido
tremante di paura
benché fra poco
si tramuterà in polvere
fugace.

 
(altro…)

Georg Trakl da “Trasfigurazione” a “Grodek”

TRAKL

Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl

Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.

Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.

Anna Maria Curci

Alcuni mesi – neanche l’intervallo di un anno, tra il novembre 1913 e l’ottobre 1914- e lo scoppio della Grande Guerra separano i due componimenti di Trakl qui proposti nell’originale e in traduzione.  I colori, calcati e carichi di segni, la”azzurritudine” che Trakl rielabora da Novalis e trasforma in presagio colmo, il ritmo inconfondibile del poeta, la sua ‘cadenza vespertina’, caratterizzano entrambi i testi. Ciò che, tuttavia, resta sentore nel primo, esplode nell’urlo paradossale delle bocche infrante del secondo.  (Anna Maria Curci)

Verklärung

Wenn es Abend wird,
Verläßt dich leise ein blaues Antlitz.
Ein kleiner Vogel singt im Tamarindenbaum.

Ein sanfter Mönch
Faltet die erstorbenen Hände.
Ein weißer Engel sucht Marien heim.

Ein nächtiger Kranz
Von Veilchen, Korn und purpurnen Trauben
Ist das Jahr des Schauenden.

Zu deinen Füßen
Öffnen sich die Gräber der Toten,
Wenn du die Stirne in die silbernen Hände legst.

Stille wohnt
An deinem Mund der herbstliche Mond,
Trunken von Mohnsaft dunkler Gesang;

Blaue Blume,
Die leise tönt in vergilbtem Gestein.

Trasfigurazione

Quando si fa sera,
Sommesso ti abbandona un volto azzurro.
Un uccellino canta su dal tamarindo.

Un frate mite
Giunge le mani estinte.
Un angelo bianco visita Maria.

Una ghirlanda notturna
Di mammole, grano e uva purpurea
È  l’anno di chi guarda.

Ai tuoi piedi
Le tombe s’aprono dei morti,
Quando la fronte adagi nelle mani d’argento.

Quieta dimora
Sulla tua bocca la luna d’autunno,
Cupo canto stordito d’oppio;

Fiore azzurro,
Che sommesso risuona su rocce ingiallite.

Georg Trakl

(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

Una frase lunga un libro #14 – Carson McCullers: La ballata del caffè triste

carson

Una frase lunga un libro #14 – Carson McCullers: La ballata del caffè triste – Einaudi, 2013 – traduzione di Franca Cancogni. € 13,00, ebook 6,99

Quasi tutti vogliono amare.

La ballata del caffè triste è un libro di racconti ed è da questo che si deve partire per scriverne: si farebbe un torto all’autrice parlando solo di quello che dà il titolo al libro, il più noto. C’è una musica che lega tutte le storie qui raccolte, e la piccola frase che ho scelto per introdurlo. Frase che ogni personaggio della McCullers potrebbe dire, da un momento all’altro. Una musica, quindi, reale, suonata (il pianoforte sarà uno dei protagonisti ricorrenti) e un’altra musica che passa da un personaggio all’altro, vitalissima.
Ritroviamo la magnifica narratrice de Il cuore è un cacciatore solitario, uomini e donne sapientemente tratteggiati, sconfitti ma in piedi. Un piccolo paese, una filanda e una donna che tutto controlla e comanda sono gli elementi fondativi della prima storia. Una donna forte e, apparentemente, insensibile, verrà scossa e trasformata dalla comparsa di uno strano cugino, bugiardo e affabulatore, che la spingerà ad aprire un caffè, felicità breve, interrotta dal ritorno dell’ex marito, appena uscito dal carcere. Sarà il nuovo legame tra questi due strani uomini a sconvolgere gli equilibri. Si prova una tenerezza infinita per questa donna che si chiuderà nel silenzio ma che non cederà al rimpianto, piuttosto alla nostalgia.
(altro…)

“Fenomenologia del NunTeMove”, di Gianluca Wayne Palazzo

from Stanley Kubrick - 2001 A Space Odyssey

from Stanley Kubrick – 2001 A Space Odyssey

La domanda è se ci manca il coraggio come specie, o se siamo così bravi e scrupolosi da aver battuto tutte le piste e averle trovate senza uscita.
È la questione della hybris, che evidentemente è impiantata in noi a profondità tanto insondabili da non poter essere estirpata.
Io non credo di aver mai letto o visto fantascienza, distopie, ipotesi di futuro, fantasie quali si voglia, insomma, nelle quali si ponga rimedio a una delle grandi doglianze dell’umanità, senza che questo provochi guai assai peggiori, tanto da preferire quelli cui s’era messa una toppa. Alludo in particolare alla morte, alla perdita, ma vanno bene anche le guerre, gli omicidi e qualsiasi male affligga la razza umana. Il prezzo per ogni soluzione è sempre troppo alto da pagare, e alla fine stavamo meglio quando stavamo peggio.
(altro…)

Raymond Carver a San Martino

raymond-carver from poetryfoundation.org

raymond-carver from poetryfoundation.org

Raymond Carver a San Martino

Scattare una fotografia da quassù
con i capelli di Tess nell’inquadratura
l’obliquo perpetuo dove crollano
le mura. Una chiave, un foglio, un incipit

con la parola mare e un altro di rinuncia
per commozione, per sottrazione, trovare,
intanto che accavalli le gambe sul muretto,
l’aggettivo unico, il tempo e la ragione

poi passa un cane uscito da un ricordo
scoppia un tramonto irreversibile
fermo come il rosso di certi nostri laghi
o il mio orologio dall’agosto dell’ottantotto.

 

©Gianni Montieri

 

*

nota: questa poesia è inclusa in Turisti americani, una serie di 10 poesie incluse in La Disarmata – cinque napolitudini – AA.VV. (CFR, 2014)

 

Poesie di Todd Portnowitz

di Todd Portnowitz

traduzione di Simone Burratti

Suonatore di liuto

Caravaggio, 1596 ca., olio su tela, Ermitage, San Pietroburgo

 

 

An Offering

Lo Staffato, Giovanni Fattori, 1880

Black horse wound around no purpose
but to fling yourself forward,
man thrown from your back,
one foot stuck in a stirrup,
—–his face smearing out on the cobbles—
black lip of wave who flicks
cruise ships onto tenement roofs,
who sucks the shoreline out to sea
and shames the breeding weeds—
—–I pray to you in rain boots, O god of rain!
—–On your altar of rubble I stack pebbles.



———Un’offerta

———Lo Staffato, Giovanni Fattori, 1880


———Cavallo nero avvolto al solo scopo
———di lanciarti in avanti,
———l’uomo scosso via dalla tua schiena
———un piede ancora inceppato nella staffa,
————–la faccia che va spalmandosi sui ciottoli –
———labbro nero dell’onda che con un colpetto
———lancia crociere sui tetti delle case popolari,
———che risucchia la linea di costa a mare aperto
———e svergogna le alghe che lì si riproducono –
————–In stivali di gomma mi inchino a te, dio della pioggia!
———Ammucchio sassi sul tuo altare di macerie.



Aula Magna


The lights go off and we’re down south in the imagination,
in a city like white rock on a green mountain,
heresy, a black word on the white sky,
hopping from prison to prison, from castle to castle,
and I want out, or up, to shake the hand of Galileo.

It could be we’re on an island, Sri Lanka or Java,
you can’t be sure—though referencing Tommaso Porcacchi’s
1527, “The Most Famous Islands of the World,”
you can assume Sri Lanka. The natives
are big-eared and bad mannered,
big elephants and gold abundant.

At the imagination’s center, at the center
of seven inclining circles, a mile wide
—so subtle is the gradation,
you feel nothing climbing up—
the Temple of the Sun pulls on our bodies.

So it is, after all that effortlessness,
we flick the light,
and nature’s just a box on a chalkboard
where God manifests himself in slashes.

———Aula Magna
———
———
———Si spengono le luci e siamo giù, nel sud dell’immaginazione,
———in una città come di roccia bianca su una montagna verde,
———eresia, una parola nera su un cielo bianco,
———e stiamo saltando di prigione in prigione, di castello in castello,
———e me ne voglio andare via, o più su, a stringere la mano a Galileo.
———

———Potremmo essere su un’isola, Sri Lanka o Giava,
———non si può dire; ma riferendosi a Tommaso Porcacchi,
——–al suo volume del 1527, “L’Isole più famose del mondo,
———”si può dedurre Sri Lanka. Gli indigeni
———hanno delle grandi orecchie e poca educazione,
———oro e grandi elefanti vi si trovano in abbondanza.
———

———Al centro dell’immaginazione, al centro
———di sette gironi a spirale, larghi due chilometri
———– la gradazione è così sottile
———che salendo non si sente niente –
———il Tempio del Sole ci tira dentro.
———
———È così che, dopo tutta questa disinvoltura,
———riaccendiamo la luce
———e la Natura è un quadrato sulla lavagna
———in cui Dio si manifesta con barre diagonali.

Self-Portrait Trapped in a Measure of Liszt


—————–after Vallée d’Obermann


The window in my cell is high and grated.
Sunlight, just more bars above my head.

Supine on the stone floor, I recompose
an ex-lover on top of me. I sit up, stand, run to the door

and bang four times with my fist; I’ve never wanted a mirror
so badly in my life—to see myself! That’s it.

I fall back to my knees, tracing the line
of my mother’s face in my memory down to her chin,

but I cannot pass the curve of her chin.
I trace and retrace it, and she smiles

just as the sun bends the window’s iron and throws
one luminous stave onto the wall, and I am certain:

if that were the reel of my mind projected
and the turnkey were to see—

most voiceless thought, sheathe it as a sword.



———Auto-ritratto imprigionato in una misura di Liszt
———
——–
———La finestra della mia cella è alta e con l’inferriata.
———Sopra la mia testa la luce del sole tra le sbarre.
———
———Supino sul pavimento di pietra, ricompongo
———un’ex-amante sopra di me. Mi siedo, mi alzo, corro alla porta,
———
———la batto quattro volte. In vita mia non ho mai avuto
———così tanta voglia di uno specchio. Di vedermi. Nient’altro.
———
———Ricado in ginocchio, tracciando la linea
———del viso di mia madre nella memoria, fino al mento,
———
———ma non so andare oltre la curva del mento.
———La traccio ancora e ancora, e lei sorride
———
———appena il sole piega il ferro della finestra e getta
———un’unica spranga luminosa sulla parete, e io ne sono sicuro:
———
———se quella fosse la bobina della mia mente proiettata
———e il secondino fosse lì a vedere…
———
———un pensiero mutissimo, rinfoderato come una spada.
———
———
———
Landscape with Chekhov Character

———I. Exterior
A lake scene, mountains like sand dunes;
oaks to the right, their trunks scaled with fungus;
on the near side of the water, two women,
cameras around their necks, splitting off
to snap the lake from every angle; on the far side,
my father, seated, still watching the set sun,
his face blitzed in the maroon light; my mother
back home pouring water into scotch.
Behind me and my easel, a second landscape:
flowering rye, an avenue of lindens,
a house with a terrace, and just beyond the porch:
the schoolmistress, Lydia, holding a whip.
———
———
———II. Interior
———
Four empty chairs, four empty stools, a two-step ladder,
a glass cake tray with a single muffin,
and on the wall behind the register, a pencil drawing
recalling Dürer’s Melencolia though less symbolic;
fourteen cases of books organized by genre,
and in them, evenings, meadows, blackbirds calling,
a gunshot, biting cold, the bitter Student
clapped between the pages, trapped in the rut at the binding,
miserable—and deeper in the starch, an older book,
a darker garden, and still more evenings, longer, drearier,
denial, flames and weeping, and resolution.

 

———Paesaggio con un personaggio di Checov

 I. Esterno

———
———Vista con lago, montagne come dune di sabbia;
———querce sulla destra, coi tronchi squamati di funghi;
———in primo piano, sulla riva, due donne,
———le fotocamere appese al collo, scattano e catturano
———il lago da ogni angolo; laggiù, sull’altra sponda,
———mio padre, seduto, ancora a guardare il sole tramontato,
———la sua faccia colpita dalla luce arancione; mia madre
———dentro casa, aggiungendo acqua allo scotch.
———Alle mie spalle, un secondo paesaggio:
———la segale che cresce, una strada di tigli,
———una casa con terrazzo e, un po’ più in là, il cortile:
———la maestra Lydia, con la frusta in mano.
———
II. Interno
———
———Quattro sedie vuote, quattro sgabelli vuoti, una scala a due pioli,
———un vassoio di vetro con dentro un solo muffin,
———e dietro alla cassa, sulla parete, un disegno a matita
———che richiama la Malinconia di Dürer, ma meno simbolico;
———tredici scaffali di libri ordinati per genere,
———e al loro interno prati, pomeriggi, merli che gracchiano,
———uno sparo a freddo, lo Studente afflitto
———schiacciato tra le pagine, preso nel solco della rilegatura,
———miserabile – e più in fondo, nell’amido, un libro più vecchio,
———un giardino più scuro, e poi ancora pomeriggi, più lunghi,
———più noiosi, rifiuto, fiamme e pianto, e risoluzione.
———
———
———
The American Scholar
———
———
A pensioner leads his wife into the Atlantic;
the water isn’t cold, but it’s new
and she’s never learned to swim.

He lifts her over a little wave
and they are safe, just beyond the breaking.
These were your beaming parents:

she into books, he into parks,
both well into those years too dear
for dabbling in transcendence;

while you, Man Thinking,
cower on shore from a thought somewhere
between a popgun and the crack of doom,

your forehead turning pink,
sweat perched on a wrinkle—and only
a book’s throw from the succoring ocean!

Clinging to her beloved as to a buoy,
your mother waves you off,
your father waves you in.
———
———
———
———Il dotto americano
———
———
———Un pensionato guida sua moglie nell’Atlantico;
———l’acqua non è fredda, ma è nuova,
———e lei non ha mai imparato a nuotare.
———
———La solleva sopra una piccola onda
———e ora sono al sicuro, appena oltre l’infrangersi.
———Questi erano i tuoi amati genitori,
———
———lei sempre dentro i libri, lui nei parchi,
———entrambi ormai inoltrati in quegli anni troppo cari
———per dilettarsi della trascendenza;
———
———mentre tu, l’Uomo Pensante, a riva
———ti rifugi in chissà quale pensiero
———tra una pistola giocattolo e le trombe del Giudizio,
———
———la fronte che comincia a essere rosa,
———il sudore scavato in una ruga
———e l’oceano proprio lì, a un tiro di libro.
———
———Aggrappata al marito come a una boa
———tua madre ti fa cenno di saluto,
———tuo padre ti fa cenno di venire.

Todd Portnowitz (1986) vive e lavora a New York. Sue poesie e traduzioni da e in italiano sono apparse su AGNIPN Review, AsymptoteGuernica, Italian Poetry ReviewLe parole e le cosePoesia e altrove. È editore presso la Sheep Meadow Press e fa parte della redazione di Formavera.

La Grande Guerra: poesia in trincea

grande guerra fonte archivio 14-18.it

grande guerra fonte archivio 14-18.it

La Grande Guerra: poesia in trincea

21 giugno. Rocca di Monfalcone. La mattina con l’alba ci si leva indolenziti: forse ci pesa nelle vene l’inerzia del giorno prima. Il caffè, buono, mi rianima un poco. Andiamo agli avamposti, questa volta a destra della Rocca. La linea è fuori del bosco, sul ciglio, dietro un muricciolo a secco, rafforzato da sacchetti a terra; pochi metri avanti, sul pendìo, son gettati alla rinfusa dei cavalli di Frisia. In linea, seminati a distanza, non ci stanno che pochi granatieri di guardia, tutti gli altri sono di qua, sulla pendice boscosa, nei ricoveri, pronti ad accorrere. La nostra squadra è, col capitano, al centro. Secondo il turno, l’uno o l’altro di noi porta gli ordini ai vari plotoni o serve di collegamento. Gli austriaci battono le nostre posizioni, ma ormai ci siamo abituati. Mi addormento sotto il mio ricovero: tre grosse pietre ad angolo, tronchi di pino intrecciati, di sopra, e coperti da altri sassi più piccoli e da sacchetti a terra. Mi sveglia lo schianto pauroso d’una granata e faccio giusto a tempo a uscire, ché una lavina di sassi e di schegge s’abbatte sul mio ricovero e lo fa in parte crollare. Bisogna ricostruirlo al più presto. Carlo, uscito dal suo, vistomi illeso, m’aiuta. Andiamo poi a prendere delle altre pietre per rafforzarlo. Ma è umiliante aggirarsi intorno ai ricoveri, per cercar qualche cosa: da per tutto si pesta nella merda, che sprigiona un puzzo insopportabile. Non ci sono latrine, ognuno evacua all’aperto, quanto può più vicino al suo o al ricovero degli altri; la fretta, per la paura d’esser colpiti, elimina ogni altro riguardo. E così questa collina rivestita di teneri pini e profumata d’erbe e di resina, questa collina su cui si viene a morire, si spoglia a poco a poco e diventa un letamaio.
Nel pomeriggio gli austriaci ci lasciano in pace. Possiamo persino allontanarci dalle nostre tane. C’è da vedere, poco distante, un grosso proiettile inesploso, adagiato sulla china, sopra un cespuglio, come un enorme sigaro nero e lucido. Tutti, a uno a uno, andiamo ad ammirarlo. Fa ancora paura; pur verrebbe la voglia di passarci sopra, leggermente, una mano, ma non ci si arrischia: il più piccolo impulso datogli può farlo sdrucciolare e scoppiare. Il capitano lo farà circondare da filo spinato, perché nessuno lo tocchi. Sono puerili forse, ma istintive ed umane codeste precauzioni da parte di morituri. Quanti di noi torneranno?
Più che la visita alla granata inesplosa, m’ha fatto piacere la passeggiata al varco. Il capitano ritorna da un giro d’esplorazione; lo vedo fermarsi davanti al suo ricovero; ansima un poco, appoggiandosi con tutto il corpo grosso al suo bastone, mi chiama con un cenno della mano e mi dice che a duecento passi c’è un varco nella pineta, da cui si vede benissimo Trieste. Mi sento sussultare il cuore, e il desiderio è tanto grande che mi faccio coraggio: gli domando se mi permette di andarci. Me lo permette e m’indica bene la posizione. Caro Capitano! M’affretto, giro, ritorno sui miei passi, temo di non trovarla, ma improvvisamente s’apre ai miei occhi il golfo di Trieste. Duino, Miramare, Trieste. La città si confonde con l’azzurro delle colline, ma ne riconosco ogni segno; vorrei esserle ancora più vicino, solo un attimo, per distinguerne le case e le vie. Nel palpito dell’aria che le sta sopra, immagino il respiro di mia madre. Sento con un senso misterioso che non è la vista e non è il tatto, ma è un complesso dei due, la presenza della nostra casa che ci aspetta. Non mi sazierei mai di guardare. A destra, sotto di me, la pianura friulana violacea nella nebbia. Il mio orologio segna le quattro.

Giani Stuparich, da: La guerra del ‘15

grande guerra fonte archivio 14-18.it

grande guerra fonte archivio 14-18.it

*

 

Piero Jahier
Canto di marcia

Prima giornata di primavera. Giornata impegnativa.
Ora la stagione non potrà più tornare indietro.
È nato sole pulito e sano stamani.
E cresce sicuro, e s’infoca e vendicare la lunga angoscia invernale.
In questo suo giorno, quanta neve à colato! Solo più chiazze e lastroni che suonan vuoto al passo: già incavernati e minati.
E accanto all’ultimo bianco, i cittini alla ricerca del primo verde per insalata;
che lo dimenticano per il primo fiore;
fiore che dimenticheranno per tutti i fiori, che son tutti nuovi, che son tanti e tanti; che fan correre da uno all’altro colore;
che non c’entrano più nelle manine;
fiori tanti strappati con ansia; che però una lucertola sola basterà a far dimenticare;
finché sgusciano via piano piano − tutta la manciata − e diventan per terra le strisce di Puettino!
Onnipotente sole come fai dimenticare!
I morti son tutti sepolti.
E ha vinto l’anno chi ha vinto l’invernata.
Le case son tutte abbandonate.
Inutile casa di rifugio,
come sei triste e fumicata!
Ma noi sgomberiamo nel sole che ci rassicura;

Uscite! − perché le frane son tutte colate
.                è finita la vita scura…

Tutto ubbidisce il potente sole felice.
I bucati arretrati che infestonan di bianco la collina.
I rami capovolti che squillano sulle siepi.
Fin l’aeroplano nemico, che non potrà farci male; ch’è una vespina gialla incantata lassù nel bagliore.
E le donne che lavoravano arcigne, a lume di luna, per guadagnare: che son questi visi accoglienti, che son queste mani immerse nel fosso con soddisfazione, che son queste voci chiare a salutare.
Ciascuno trova una sua famiglia, in questa umanità rasserenata che ci viene a incontrare.
.                  Alla testa della colonna
anch’io vado incontro alle donne, che sono di tutti, siccome noi soldati non abbiamo nessuno, e saluto: Sani, femmene: o il magnifico saluto!

Nondimeno, siam passati attraverso la gioia con un pensiero riposto, noi alpini soldati.
Primavera; stagione di offensiva.
È venuta. Non potrà più tornare indietro.
Salutavamo tutto per l’ultima volta.
E mi è nato il «Canto di marcia» mentre salutavamo.

L’angelo verderame che benedice la vallata
e nella nebbia ha tanto aspettato
è lui che stamani ha suonato adunata
è lui che ha annunziato:

Uscite! perché la terra è riferma e sicura
traspare cielo alle crune dei campanili
e le montagne livide accendon rosa di benedizione

Uscite! perché le frane son tutte colate
è finita la vita scura
e sulla panna di neve si posa il lampo arancione

Ingommino le gemme,
rosseggino i broccoletti dell’uva
e tutti gli occhiolini dei fiori
riscoppino dal seccume

Si schiuda il bozzolo nero alla trave
e la farfalla tenera galleggi ancora sul fiato.

Scotete nel vento il lenzolo malato
e risperate guarigione
scarcerate la bestia e l’aratro
e riprendete affezione.

Uscite! perché la terra nera fuma tranquilla e sicura
ribrilla l’erba novellina
e sulla panna lontana riposa il lampo arancione.

Allora siamo usciti anche noi alpini soldati
la triste fila nera che serra con rassegnazione
ma quando il sole ci ha toccati
una voce ha alzato canzone :

chi ha chiesto alla rama di fiorire
e la zolla perché ha sgelato?
la cornacchia può restare o partire
e il cucú nessuno sa se ha cantato:

la terra alla femmina, la patria al soldato
questa è l’ultima marcia e andiamo a morire.

Ma perché siamo soli, perché partiamo
uscitel  tutte le creature
ma perché siamo tristi, perché abbandoniamo
salutateci pure.

 Siate la nostra donna, siate i nostri figlioli
scesi per incontrare
siate la nostra terra, siate i nostri lavori:
uscite perché  vi vogliamo amare.

Vengano le spose: lavía, lasciate il pratino
L’erba seccherà sola, ma noni ripasserà l alpino.

Splenda la falce pronta al fieno novo
e l’ultima nostra lepre sgroppi ancora dal covo.

Vengano tutti i bambini: solo per vederli sgranare

nel viso tanto sudicio i vetri degli occhietti fini
solo per potergli rispondere quando chiamano: pare!

Risuoni il zufolo fresco di selcio mondato
e la vena d’argento risbocchi dal nevato.

Vengano i nonni stracchi, ma: no stè a passar ani,
vecio, fin quando no semo tornadi.
E  vú. mare — Scusé e sani —

Poi, quando saremo passati, non vi allontanate:
fateci un ricordo immenso, alzate le mani,
richiamateci con un gran grido
perché siete voi che non potete vestire.

Allora — questa è l’ultima marcia —
ma non importa se andiamo a morire.

Quota 1016, Aprile.

(da: Piero Jahier, Con me e con gli alpini. Primo quaderno, «La Voce», 1920, pp. 101-108)

*

Luciano Folgore
Sveglia Sentinella

Sentinella notturna
lassù
taciturna
sopra la roccia scabra.
Vent’anni,
viso bianco,
occhi di fanciullo febbrile,
e la mano che stringe
il fucile;
e il pensiero che si perde
nell’immensità della notte.
Stanchezza di piombo
per tutte le membra
dopo un giorno di lotte.
Il sonno è d’intorno
morbidamente muto
come un tentatore velluto
che accarezza le palpebre.
Passano lembi di visione
dinanzi alle pupille
pesanti,
figure oscillanti,
profili sonnolenti,
tormenti di visi
che non si definiscono
mai.
Ecco i velari del sogno!
Troppo dolce dormire
anche su letti di pietra!
Gambe che s’abbandonano
sotto fardelli di torpore…
ma uno stormire d’abeti,
ma un fresco di vento
che palpita fra due’
capelli biondi,
snebbia un istante
la pesantezza accasciante
e un brivido di volontà
ridà
la rigidità
alla sagoma snella
di questa sentinella
della Patria.
Il nemico è là dietro.
Bisogna guardare,
bisogna ascoltare,
lucidamente.
Ma ancora il fumo del sonno
che monta.
Stelle filanti nei cieli,
veli di verde lontano,
pensieri e frammenti:
sua madre che veglia…
il pozzo
un singhiozzo…
quel compagno caduto…
con una palla in fronte…
due bimbi in un cortile
del paese…
un vaso di maggiorana…
e lei… lontana…
vestita di bianco…
fresca come una fontana…
Oh, finalmente!
Scalpiccii
rotolii di sassi
parole sconnesse;
bisbigli:
un altro prende il tuo posto
e tu che discendi a dormire
con un saluto all’Italia
laggiù.

*

Corrado Alvaro
A un compagno

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con tanta
carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno sapere se la morte
sia scesa improvvisamente.

Dì loro che la mia fronte
è stata bruciata là dove
mi baciavano, e che fu lieve
il colpo, che mi parve fosse
il bacio di tutte le sere.

Dì loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c’era segreto sconosciuto
che mi restasse a scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida, tanta,
e che avevo mangiato con letizia,
che andavo incontro al mio fato
quasi a cogliere una primizia
per addolcire il palato.

Dì loro che c’era gran sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio piano;
che c’era tante cicale
che cantavano; e a mezzo giorno
pareva che noi stessimo a falciare,
con gioia, gli uomini intorno.

Dì loro che dopo la morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il mio forte
petto, avea detto: Non c’è
uomo più bello preso dalla morte.

Che mi seppellirono con tanta
tanta carne di madri in compagnia
sotto un bosco d’ulivi
che non intristiscono mai;
che c’è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

*

Giuseppe Ungaretti
da Il Porto Sepolto

.

Fase d’Oriente
Versa il 27 aprile 1916

.
Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

.

.

In dormiveglia
Valloncello di Cima Quattro il 6 agosto 1916

.
Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
dalle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

.

.

da La Guerre

.                                    Militaires

.     nous sommes tels qu’en automne sur l’arbre la
feuille

Youth (recensione di Nicolò Barison)

youth

Youth – La giovinezza, le emozioni sono tutto quello che abbiamo

Fred (Michael Caine), noto compositore e direttore d’orchestra alle soglie degli ottant’anni, si trova in vacanza in un lussuosissimo Resort in Svizzera ai piedi delle Alpi. Il suo migliore amico Mick (Harvey Keitel), anch’egli ospite dell’albergo, un vecchio regista ancora in attività, sta cercando di portare alla luce il suo ultimo film, una sorta di grandioso testamento spirituale. Mentre Mick cerca faticosamente di finire la sceneggiatura e di trovare un finale alla sua opera, Fred ha invece abbandonato da tempo il suo lavoro, nonostante la regina Elisabetta in persona voglia assolutamente ascoltare le sue composizioni e rivederlo nuovamente all’opera.
A un anno di distanza dal caso nazionale della Grande Bellezza, torna Paolo Sorrentino con il suo solito (ma magnifico) torrenziale susseguirsi di immagini-quadro, inserti onirici, suggestioni pop (c’è pure Maradona), musiche accattivanti, insomma tutto il repertorio visivo e sonoro che lo contraddistingue sin dai tempi delle Conseguenze dell’amore.

181018117-1f1cba09-c840-4880-9f2b-153d3e5a295e (altro…)

Carrère: da che parte parlare de “Il Regno”

IlRegno

E.Carrère, Il Regno, Adelphi 2015, traduzione di Francesco Bergamasco

Come, ottimisticamente parlando, recensire Il Regno di Carrère?
Provo a prendere il toro per le corna da più lati, ma lui svicola. Potrei cominciare dicendo che, nonostante il mio mestiere, tendo ad aspettare prima di comprare un caso letterario; ma questo mi darebbe subito quell’arietta blasée che tanto mi tira da sola gli schiaffi dalle mani. Potrei cominciare dicendo, allora, che un’amica la cui intelligenza mi ha sempre portata a cose belle me l’ha consigliato, e quindi non ho potuto fare a meno di comprarlo; ma non vedo perché dovrei fare aneddotica sui fatti miei. Eppure le due cose mi già mi servirebbero a centrare un punto importante: se non avessi detto alla mia amica “ne scriverò una recensione”, a quest’ora avrei seguito la lezione degli struzzi, e invece eccomi qui.
Perché, ottimisticamente parlando, come recensire Il Regno di Carrère?
Più ci penso e meno ne vengo a capo; e meno ne vengo a capo e più mi rendo conto che io, seguace del filo di Arianna, sto ricevendo in questo modo uno dei migliori insegnamenti da questo grosso, scorrevolissimo libro pubblicato nel 2015 per Adelphi: Carrère, probabilmente, non si è imbevuto le ali di ceralacca, non ha steso un foglio in carta millimetrata, ma ha lasciato che il materiale si formasse, prima di mettersi amabilmente a passeggiare per il labirinto aspettando l’eventuale Minotauro per aggirarlo con un colpo di stiletto.
Così, ora che mi sembra di aver ricevuto un Tom Tom tra le mani, posso inoltrarmi anch’io in una recensione che sarebbe impossibile strutturare in maniera più compassata.
Il Regno non è un capolavoro, lo dico subito per non tentennare più in là. È un libro arguto, vivace, colto, forse perfino imperdibile, ma molto gli manca (e ha molto di troppo) per essere un capolavoro.
Lungo ma di snella lettura, è strutturato in quattro parti. Le due esterne fanno da cornice; sono autobiografiche, la prima racconta il breve periodo di conversione dello scrittore nei primi anni ’90, le sue giornate passate a meditare sul vangelo di San Giovanni, la perplessa condiscendenza della moglie, gli incontri, i dubbi, la fede, gli scossoni della fede, con particolare attenzione a tutti quei micro-episodi in cui la suddetta non sembrava vedere l’ora di essere messa alla prova provocandogli la ferale paura di venirne abbandonato. Incluso il tentativo di dare casa a una babysitter folle che dipingeva le pareti della sua casa con scene dell’Apocalisse, non c’è sforzo cui Carrère si sia sottratto, in quegli anni, per preservare quel barlume che tanto senso dava alla sua esistenza e tanto lo ripagava della sua gentilezza. Le due sezioni centrali testimoniano la bellezza di questo sforzo rivelatosi, uscito dalla fascinazione religiosa, inutile: l’immensa cultura, e l’immensa tenerezza, e una sottilissima capacità di critica e giudizio, nei confronti di quel periodo storico che fu l’affermarsi di una Chiesa attraverso le lotte tra i due spiriti che avevano raccolto (o stravolto) l’eredità dei primi gruppi cristiani: la Chiesa di Gerusalemme, con a capo Giacomo e Pietro, e l’utopia visionaria di Paolo.
(altro…)