Mese: aprile 2015

Nuova poesia latinoamericana. #5: María Montero

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

María Montero

María Montero

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

María Montero. Poetessa e giornalista originaria del Costarica ma nata in Francia (1970). Ha pubblicato El juego conquistado (1985), La mano suicida (2000) e In Dubia Tempora (2004/foto-documentario-poesia), quest’ultimo insieme a José Díaz y Jhafis Quintero. Ha svolto laboratori di scrittura teatrale e cinematografica con gli argentini Guillermo Gentile, Roberto Cossa e Jorge Goldenberg, così come con il maestro spagnolo José Sanchis Sinisterra. Ha studiato per un po’ filosofia e ha lavorato per 12 anni per il giornale La Nación. Ha anche collaborato regolarmente con la rivista Soho-Costa Rica. Ha partecipato ai festival della poesia a Medellín, Quito, Buenos Aires, Madrid, Perú e El Salvador. Nel 2012 ha inaugurato, con José Díaz, il progetto Vanguardia Popular, nel Museo di Arte e Disegno Contemporaneo. Ogni settimana alimenta la sezione Registro Público, al sito di notizie online ameliarueda.com.

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LA ÚLTIMA ISLANDESA

Soy la última de las mujeres islandesas
que jamás vivió en Islandia
ni supo pronunciar Reykjavik
ni mandó siquiera una carta a ningún amigo islandés
y de hecho no llegó a poner un pie más allá del paralelo 60.

Pero soy la última de esas mujeres que barren el viento con la cabeza y van llenas de escarcha a cualquier parte, insoportablemente lívidas, y dicen lo que tienen que decir y hacen lo que tienen que hacer en el fondo del único abismo rocoso de su barrio. Y ven la fuga de las cosas con devoción. Y casi se mueren de frío alrededor de sus hijos. Y añoran la planicie despavorida más que ninguna promesa.

Soy la última de las mujeres islandesas que jamás aceptó (pero entendió) la ley de un clima incompatible con el aburrimiento entre el Atlántico Norte y el océano Glacial Ártico, la combinación más generosa de las corrientes abruptas, la geografía abrupta y la irrupción permanente.

Soy la última de las mujeres islandesas sin código genético que tampoco experimentó la soledad en medio de la nada y aún así arriesgó todo en ese punto ciego y blanco de los confines. Soy la última de las mujeres heladas que desde lo profundo de los trópicos siempre supo que daba pasos en falso. Porque hay paisajes que no son lo que uno es.

Yo fui una mujer islandesa sin saberlo.
Ahora soy una mujer islandesa sin hogar.
Es decir, una piedra, la última ficción del hielo.

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L’ULTIMA ISLANDESE

Sono l’ultima delle donne islandesi
che vissero mai in Islanda

e non sapevo pronunciare Reykjavik
e non ho mai mandato una lettera a nessun amico islandese
e di fatto non ha mai messo piede più in là del 60esimo parallelo.

Però sono l’ultima di quelle donne che spazzano il vento con la testa e vanno piene di brina in qualunque posto, insopportabilmente pallide, e dicono quello che devono dire e fanno quello che devono fare in fondo all’unico abisso roccioso del proprio quartiere. E vedono la fuga delle cose con devozione. E muoiono quasi di freddo attorno ai propri figli. E sentono nostalgia della pianura impaurita più di qualunque promessa.

Sono l’ultima delle donne islandesi che non ha mai accettato (però ha capito) la legge di un clima incompatibile con la noia tra il Nord dell’Atlantico e l’oceano Glaciale Artico, la combinazione più generosa delle correnti aspre, l’aspra geografia e l’irruzione permanente.

Sono l’ultima delle donne islandesi senza codice genetico che non ha sperimentato neppure la solitudine in mezzo al nulla e nonostante ciò ha rischiato tutto in quel punto cieco e bianco dei confini. Sono l’ultima delle donne gelate che dal profondo dei tropici ha sempre saputo che faceva passi falsi. Perché vi sono paesaggi che non sono quello che uno è.

Io sono stata una donna islandese senza saperlo.
Adesso sono una donna islandese senza dimora.

Vale a dire, una pietra, l’ultima finzione del gelo.

. (altro…)

Premio Cetonaverde poesia 2015

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Si chiude il 31 maggio il bando per la partecipazione al Premio biennale Cetonaverde Poesia per autori under 35. Il bando è consultabile nel sito http://www.cetonaverdepoesia.org

La giuria del Premio biennale Cetonaverde Poesia selezionerà otto autori che si confronteranno l’11 luglio prossimo in un pubblico Certame a Cetona (Siena), in occasione della cerimonia della consegna dei premi. La novità di questa VI edizione è l’istituzione di una nuova sezione nel Premio Poesia Giovane per la poesia inedita. Possono partecipare autori che non abbiano pubblicato poesie in volume autonomo. Ogni concorrente dovrà inviare una raccolta inedita di poesie per un totale dai 500 ai 1000 versi, preferibilmente in versione PDF. Il nuovo premio prevede la pubblicazione della silloge vincitrice presso l’editore Stampa 2009. Cetonaverde Poesia ha come obiettivo la promozione e la valorizzazione dei migliori talenti della poesia contemporanea in un momento in cui la poesia esprime un irrinunciabile valore anche nella sua pratica etico-sociale.
Le edizioni passate del Certame sono state vinte, per i giovani da: Alberto Pellegatta (2005), Giovanni Turra (2007), Massimo Gezzi (2009), Piero Simon Ostan (2011), mentre i riconoscimenti per la poesia internazionale contano vincitori come Seamus Heaney, Mark Strand, Michael Krüger, Valerio Magrelli, Cesare Viviani, Milo De Angelis, Patrizia Valduga.

Informazioni e Comunicazioni

Segreteria del Premio Cetonaverde Poesia – Certame

Mary Barbara Tolusso
Cell. +393405699148
e-email: marybarbara.tolusso@gmail.com

Segreteria del Premio Cetonaverde Poesia – Opera Inedita

Valeria Poggi
Cell. +39335323056
e-mail: poggivaleria1@gmail.com

Ufficio Stampa

Ernesto Vergani
Cell. +3933382640043
e-mail: ernestovergani@libero.it

Una frase lunga un libro #9: Josephine W. Johnson – Il viaggiatore oscuro

Una frase lunga un libro #9

Viaggiatore

Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro, Del Vecchio editore (trad. Stella Sacchini), € 15,00

Tutto ciò molto presto sarebbe finito e lui, comunque, non se lo meritava. L’avrebbero scoperto e stanato. Era sempre un gioco da ragazzi stanarlo. Dio aveva smesso di interessarsi a lui da tanto di quel tempo, e aveva lasciato il cancello aperto e non aveva chiuso a chiave la porta. Talvolta aveva persino indicato, con un gesto indolente della sua grande mano: «Da quella parte».

Non si sa mai bene da quale luogo vengano a cercarci i libri e in che modo, poi, ci trovino. Non avevo mai sentito parlare di Josephine W. Johnson (come la maggior parte di voi,immagino), viene tradotta adesso in Italia per la prima volta. Nata nel 1910, morta alla fine degli anni ottanta. Un premio Pulitzer vinto a soli 24 anni, molti romanzi scritti, romanzi di successo, e non ne sapevamo nulla. Di cosa parliamo quando parliamo di scrittori americani? Parliamo di quella minima parte di autori che conosciamo, scelti tra i tradotti e non tradotti (in minima parte), perciò il nostro campo è sempre ristretto. Da qualche giorno ne conosco una in più, una molto brava, spero vogliate conoscerla anche voi, Il viaggiatore oscuro esce oggi.
La Johnson sceglie di raccontare molte storie attraverso quella di un ragazzo schizofrenico, Paul.  Il romanzo è del 1963, gli anni di ambientazione sono quelli, l’America delle piccole cittadine, della campagna. Paul, ha perso un fratello in guerra, il prediletto di Angus, il suo terribile e severissimo genitore. Perderà anche la madre. Suo zio Douglass lo ama profondamente e con una faticosissima trattativa lo strappa ad Angus. Convincendolo a non rinchiuderlo in un manicomio, convincendolo che l’amore della sua famiglia potrà salvarlo. Lo porta via con sé. Lo porta a casa da Lisa, sua moglie, e da Norah, Tom e Christopher, i loro tre figli. Per Douglass l’amore e la serenità salveranno Paul, glielo dicono le convinzioni da uomo buono, glielo dice la sua fede in Dio. Ecco un primo – importante – aspetto da tener presente: la fede.  Tutti qui credono in Dio, eppure credere non è per tutti la stessa cosa. La Johnson ama giocare sul doppio binario, ogni cosa raccontata ha due facciate, ogni posizione è mutabile, basta cambiare visuale. La fede per Angus è la forza di sopportare il dolore per la perdita del figlio prediletto,  e, allo stesso tempo, è il non sapersi spiegare perché Dio, a suo avviso, abbia portato via il figlio sbagliato. Se era scritto da qualche parte, lì ci deve essere un errore. La fede per Douglass: nessuno decide niente sul serio, decide Dio. Tutto è deciso da prima, non resta che affidarsi a Dio. Ma Douglass è buono, ed è quella bontà che lo guida, che lo rende solido e gli fa scegliere di salvare il nipote, la fede gli darà la forza. La fede di Lisa è quella delle domande. È più indecisione che certezza, più sorriso che forza. Douglass e Lisa insieme e i loro figli, la somma delle loro forze farà la differenza.
(altro…)

Davide Nota: Endimione

DAVIDE NOTA, ENDIMIONE (2015)

Copertina

I.

Tutto è raccolta. Quando lʼastro eclissa
come un veliero lʼuovo luminoso
da cui risorge Fenes, esistiamo.
E tutto è luce. O dove il caos, si schiude
una saetta improvvisa. E il fiume scorre.
Qui siamo, nelle forme destinate,
accolti. Non io o tu ma questa palpebra
di luce prenatale, questa sfera
che ora chiami “il motivo”. È come un sogno
dove non scisso ma infinito il flusso
di energia e materia pervade il fine.
E dunque nasce. Un grattacielo ha occhi
di fuoco e mille pensieri. Il pianeta
è in fiamme. Io contemplo lo sbocciare
degli eventi come rivelazione.
E un vento tiepido di marzo nella
notte fatale, dove tutto accade.
I lampioni esalano sangue. Il seme.

II.

Il seme cade. (Senza patrocini.)
E il sole non è ironico. (Riscalda.)
Perché lʼuomo, capace di splendori,
fu anche in grado di funesti inganni?
Gli dei hanno ben altro a cui pensare.
E cosa può una canzone? Là là là!
Perciò mentre gli eserciti si accalcano
ai confini della vecchia casa un fiore
ho colto, per il mio amore. È tutto giallo!

III.

Casa, casa. Dove non ho memoria?
Una ragazza il fato volle mia
compagna. Ed io lʼamai. (Profusamente.)
Vi scrivo dal futuro questa lettera
che presto arrivi ai piedi di una quercia
che ancora non sapete. Casa, casa.
Tra le zolle immersa. Come un altare
di suoni e colorata. “È tutto in fiore!”
(come scrisse il Sanchio)
ciò che lʼansia non deturpa di codici.

IV.

“Nascere! Cantare! Grondare immagini!
Nel corso degli eventi che si sciolgono
per diventare un albero noi siamo.
Occhi di lago, la tua onda avviene
a me come elemento di me stesso.”.
Così cantò Endimione alla deriva
nel bosco senza nome a cui si diede.
E il bosco che aderiva gli rispose
con la voce delle felci nel vento.

Endimione1

V.

“Solo ciò che non si vede esiste.”.
(Lavorando per sottrazione.)
O solo ciò che non esiste si vede?
O è questo accorgermi camminando di essere
al tuo fianco
molto prima dei mondi?
UNʼINCLINAZIONE SFAVOREVOLE (dice)
pro contro pro contro tic tic
non farò in tempo se piove non
(è una sindrome) (un complesso di sintomi che concorrono
a un quadro clinico) CLICCA QUI
“Perché non si scrivono più poesie dʼamore?”.
(Questa vergogna dʼessere
al cospetto…)
Addio, lago ghiacciato.
Campanelli, campanellini belli.
Lʼeclissi non mi colse […].

(termosifone) (stanza) (procedura) (insert coin)
(tergicristallo) (software) (pelle rossa) (visione)

(quantità accumulate) (di notifiche e dati)
(frigorifero) (torsione) (neon) (déja vu)

“Lʼho visto quel falò. Ce ne sarà
qualcuno di più importante?”. “Sì, tra poco.”.
Mi dicesti:
“Ciao!”. Ti dissi.
Il venti marzo del duemilaquindici.
[…]

Lʼeclissi non mi colse impreparato.

VI.

CIP CIOP! CIRICIOP!
Una sinistra aria
che per lʼuomo è lʼombra.
Una metropoli nel caos dei disservizi.
Cavalcando, cavalcando…
LOL!
Il flauto di Pan.

(depone uova) (sottocutanee) (la cavia)
(si annidano colonie) (nella saturazione)

(il tornio esiste) (è una funzione esponenziale)
(raggio di convergenza) (un argomento complesso)

(il logaritmo) (bava) (il logos) (annidato)
(tutta la storia è storia) (di una dissociazione)

(e non c’era niente, niente che io potessi fare
oltre una larga diffusione di indifferenza…)

Oh qui ti vidi per
la prima volta, principessa indiana sotto i portici
di Piazza della Libertà a Macerata.
Avevi in mano un vassoio di paste.
[…]

Due laghi […].

VII.

Due laghi nella notte marchigiana.
“Ti aspetto nel giardino. Ho una gonna
bianca. Mi vedi subito.”.
La ragazza ha sognato
una stanza (uno spazio) da attraversare (su cui affacciarsi)
(dopo un breve corridoio) (ad angolo).
Dunque sʼaffaccia e vede.
[…]

Lʼuovo […].

VIII.

Peona mia sorella dice sei sparito nel momento del bisogno come tutti gli altri. (Dove sei finita, luce? Queste nuvole…)
Un ripugnante gancio ci solleva e produce…
Può darsi che un amore puro sbocci nei parametri del caos?
Senza risentimenti. O isterie normative.
“Légami.”. Dice:
“I legami monogami non appartengono al tempo.”.
E una web-cam è un lago
dove affonda la pietra
lanciata da un ragazzo
ai bordi della sera.
E una ruspa solleva del materiale incongruo.
Ti aspetto in uno schermo
dove i segni si posano
come un paesaggio triste.
Ma il sacerdote nero che disegni
ostacola il passaggio e non esiste.

Endimione2

IX.

Vista, vista. Come potrei davvero perderti?
Quando si nasce è freddo. E poi si piange. E tutto è duro.
Tu mi chiamavi “Meraviglia santa”. Ed io “Luce”.
Quando eravamo un uovo luminoso. Un uovo elettrico.
Io non vedevo. Nero. Nero. Nero.
Allora cominciò a sollevarsi
una canzone come il mare alla luna.
E mʼelevasti vista dallʼeterno
sonno per nascere corpo nel sole.
Nel caos della sembianza, tra gli abbagli,
giocando a riconoscerci per sempre.
E quando chiudo gli occhi e tu dispàri
è solo unʼaltra forma del mio amore.
Quando la luna sanguina sul mare in fiamme
tra le necropoli delle autostrade sale
un grido strozzato a dirci: ci rivedremo.
Perché non io o tu ma forse un dio
inabissato risorge.

X.

Forse, dico. Privi di possesso. Scardinando
aspettative. Come un evento naturale.
Forse, dico. Incontrandoci per sempre
una prima volta. Tutte le mattine.
Forse, dico. Perché la vita è oscura.
Custodiremo questa grazia pura
nella carne, nella materia storica,
che disfa sé nel corso dei molteplici
avventi? Forse, ti dico. Forse! Il fiume
si inabissa per risorgere e la luna
sua sorella lo attende? O nellʼunione
che non ha pretese Diana si stese
e disse: “Coglimi. Sono nata
per essere brucata dai tuoi vermi.
A te mi affido. Scioglimi.”? Ma poi
scomparsa ovunque risiedeva il vero
cosa significava? Se Endimione
non altro aveva che al risveglio lʼaria
a cui affidare il suo amore? Meditava
come fanno le pietre che non sono
quando aspettano il fuoco. E il giorno giunse.
Era pieno di nuvole.

XI.

In autostrada. Una bufera. Il mare
soffia tristi presagi. I tir bagnati
trasportano materiali grondando. Un autogrill
è un luogo in cui le anime non sanno
quale giorno li attende. E si attraversano
guardando i gesti cari che separano
gli eventi come specchi senza vita,
sfogliando i giornali oppure sciogliendo
biscotti industriali dentro ai caffè.
E tutto è falso. Il tutto
che appartiene adesso a un nastro trasportatore, a un nastro
recintato da lampioni e guardrail.
In auto Endimione scarta un uovo
di Pasqua, espone un ciondolo nel quadro
del parabrezza incrinato, le nuvole
(lo sfondo) gli trascorrono nemiche
come Erinni dai millenni soffiate.
E lʼautoradio emana fredde news.

XII.

Eppure, in fondo al nero, ancora il giallo…
Un messaggero dentro la bufera
ripete lʼarte dellʼattesa è sacra
mentre lʼauto attiva il tergicristallo
e lʼansia dei codici non scompare.
E lui non doveva più sperare
ma solo accogliere i segni dal fondo
come cadaveri emersi dal mare.
Perché crudele è lʼagonia del mondo.
Eppure, in fondo al nero, ancora il giallo…

Endimione3

Questi dodici momenti di un poemetto in corso avvengono tra il 20 marzo e il 4 aprile del 2015, tra unʼeclissi di sole e unʼeclissi di luna anche detta “luna di sangue”. Entrambi gli eventi astronomici coincidono con la vigilia di due date simboliche profondamente evocative per la cultura pagana e cristiana di cui il canto è intriso: lʼingresso nella primavera del 21 marzo e la domenica di Pasqua del 5 aprile. Eppure la realtà automatica è sempre in agguato quando invece di affidarsi allo sviluppo musicale del “motivo” ci si volta indietro titubanti come Orfeo che aveva quasi portato in salvo la sua Euridice. Endimione dovrà dunque, nelle prossime puntate, attraversare quattro mondi (il fuoco, la terra, lʼacqua e lʼaria) prima di poter riabbracciare la ragazza indiana, nel bosco di un amore molteplice e unitario dove la dea Diana si incarnerà in entrambi.

© Davide Nota

 

Davide Nota è nato nel 1981 in provincia di Milano e risiede da sempre ad Ascoli Piceno. Ha studiato Lettere moderne a Perugia e ha vissuto a Roma per alcuni anni. Ha fatto parte della rivista “La Gru” e del collettivo “Calpestare lʼoblio”. Ha pubblicato i libri di poesia Battesimo (2005), Il non potere (2007) e La rimozione (2011). Ha fondato la casa editrice Sigismundus con cui ha dato alle stampe lʼultimo libro di Roversi e gli scritti inediti di João César Monteiro.

Illustrazione di copertina e disegni di Alice Linus

Anna Maria Carpi – L’animato porto (anteprima)

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Anna Maria Carpi, L’animato porto, La Vita Felice, 2015 (in uscita il 30 aprile) € 13,00

*

PALL MALL, oh non è vuoto,
una è rimasta,
pura, silente,
non pesa niente,
è bianco e oro, i colori del sacro.
Sul pacchetto c’è scritto il fumo uccide.
Intanto però placa
la sete di un altrove.

Scatta, guizza la fiamma, la regina del buio:
la bianca fra le dita
è ancora intatta,
poi viene a me, alle labbra, come un’ostia
assurda fiala di felicità.

*

RAINOTTE. Nulla può più accadere.
Per oggi è tutto,
vi ringraziamo per averci seguiti.
Un lampo: ho spento, e non devo più nulla.
Sotto le coltri
con l’amante sonno
coi piedi tocco la felicità
tutto il corpo è speranza.
Alle tre ancora nulla, non un suono,
non c’è più il mondo,
il leviatano dorme.

Notte innocente che non sa di ore
né del primo biancore
là verso i monti sopra la ferrovia,
lo stupro della luce che ritorna.

*

Nota dell’autrice:

«Siamo ognuno uno scoglio, un incidente/ fra gli altri fra le cose/ fra astinenza e overdose/ e un solo grido “e io?”». Così dicevo in E tu fra i due chi sei, e che da questo trovarci diversi dagli altri abbiamo perversamente una gran gioia. È vero e non è vero. Dall’adolescenza fino all’altrieri ho tenuto un diario. Scenari dell’io in libertà, sfoghi, riflessioni, stati d’animo contraddittori – ma nel mio diario salta all’occhio il ricorrere dei dialoghi: amati, amici, conoscenti, incontri casuali, e tutti riferiti alla lettera, parola per parola, a memoria. La prima istanza di quel mio commento al quotidiano era colloquiale. E tale è nella mia poesia: è un percorso parallelo al diario, come già diceva il titolo Compagni corpi. L’io c’è, s’intende: fra gente e paesaggi svariati è come quella carta da gioco fatta a pezzi in L’asso nella neve e torna, in fase più malinconica, in Quando avrò tempo, ma, più lieto e più che mai solidale coi compagni, in quest’ultima visione di un animato porto. (A.M.C.)

Troppo poco zucchero può (anche) dare fastidio: Camillas, istruzioni per l’uso. Parte II

In tempi non sospetti vi avevo avvisato che con certe parole, quando c’è musica certa a darne il portamento, c’è veramente poco da scherzare. Vi avevo anche ammonito dal considerare il “fastidio” esclusivamente come un temporaneo accidente delle vostre relazioni, ma accoglierlo come un gioco a cui partecipare volontariamente. A questo punto quindi, se ritenete ancora fortemente vero l’assioma per cui importanti sono le Parole, allora provate ad immaginarle libere, sguscianti dalla oveità delle crome e assistere “birichine” al concerto prima di fuggire per i vicoli, nelle birre e molto più spesso nel mare.
Siete mai stati ad un “concerto” dei Camillas?
Avvertenza n° 1
Mai imparare a memoria una canzone dei Camillas, perché vi dimenticherete immediatamente il vostro nome.
Avvertenza n° 2
Non date mai per scontato il fatto che voi stiate veramente assistendo a un concerto dei Camillas, probabilmente sono loro che stanno assistendo voi.
Avvertenza n° 3
… dopo.
Dopo, perché adesso avete tra le mani il libro dei Camillas.La-rivolta-dello-zuccherificio1 In realtà tutti sappiamo che eravate ancora lì tranquilli tranquilli sul divano bello dei vostri suoceri in attesa che arrivasse il frastuono, ed ecco invece che l’amichetta della fidanzata appoggia un pacchetto sul tavolino con un ghigno poco rassicurante che non può che sviscerare il peggio del vostro orgoglio quando scoprite, in questo subdolo modo, che i Camillas hanno davvero scritto un libro. Loro però giurano che non ne hanno colpa, no, no.
Non è colpa loro se una tournée li porta in Antartide a un memorial per Alberto Lupo e non può essere colpa loro se passeggiando tra ghiacci zuccherini si imbattono in una scatola di piombo larga un ettaro e non è ovviamente colpa loro se nell’aprirla, 150000 mattine di temi scolastici, conservati da attenta e severa maestrina, prendono vita ma solo per buggerare il tempo che sfinito si arrende davanti al fatto che poi, alla fine, sono e saranno tutte le mattine del mondo quelle che riescono a sfuggire dalle penne dei bambini.
Niente di più e niente di meno.
Storie che rincorrono parole e parole che rincorrono storie ed è qui che inevitabile vi pongo l’avvertenza n° 3.
Ogni volta che sfogliate il libro e iniziate a leggerlo, controllate bene sotto il letto: potrebbe essere che ci sia uno di loro a leggervelo con la vostra voce; io ho provato ad addormentarmi lasciandolo sotto il cuscino e in un eco di comprooro, bigliettini della fortuna e accordi diminuiti, mi è comparso in sogno Marc Leyner, che mi ha rivelato che un giorno o l’altro li sfiderà a duello su una spiaggia di Pesaro. Non so se sono stato convincente a sufficienza, ma questo è un libro che lascia confusi se mescolato troppo prima dell’uso e allora in attesa che il vortice delle parole si riappacifichi con la tazzina del caffè, le lascio a Loro le ultime parole (…che fine ha fatto la fine?):

Lasciate stare i bambini, quando scrivono poesie.
Non disturbate gli operai se giocano con le parole. Riempite di poeti le scuole serali, quelle per i diplomi di recupero, per i somari di ogni epoca.
Fate scorrere le parole vicino all’inutile, liberatele dai ricorsi, dalle rimostranze, dagli appelli di salvataggio…

Ecco sì, proprio così! stamattina ripartite tutti da qui: lasciatele scorrere le parole. ma veramente di fianco all’inutile e poi, verso l’imbrunire, correte a un loro concerto, il risultato non cambierà, Vi cambierà.

© Iacopo Ninni

Su “La fine di quest’arte” di Silvia Bre

Foto - Fine di quest'arte

A rischio di ripetermi (cfr. qui).
Leggo spesso le poesie di Silvia Bre. Lo faccio, banalmente, per due ragioni che riguardano le fondamenta della poesia: per la bellezza ferma con cui molti passi continuano a sfidare la mente senza stancare, e perché nel tessuto che negli anni le sue parole hanno composto ritrovo una costruzione che riguarda il mio sentire – o, per meglio dire, un sentire di cui faccio parte. E cerco con quei testi la confidenza sufficiente a estraniarmi il più possibile da gusto e percezioni, per osservare con distacco il percorso compiuto dall’indagine. Perché indagine, sempre e senza sconti, è la poesia di Silvia Bre. Ora che il suo nuovo libro è uscito per i tipi di Einaudi, leggo e mi accorgo che diastoli e sistoli di Le barricate misteriose e Marmo, nel loro sguinzagliare il pensiero in rivoli ad alta precisione o innalzare guglie sui crateri, premono su La fine di quest’arte con tutta la potenza dei loro argomenti, e la potenza, come succede in quelle zone assurde dell’universo dove tutto accade senza suono, esplode, ma in silenzio. Si potrebbe dire che La fine di quest’arte ha il registro di una nekyia, se tutto quanto chiamato attorno non fosse più vivo del vivo e se questa prevedesse tutta la spietata tenerezza, il senso domestico di resa verso quel varco della mente che è il pensiero, il suo formarsi, il suo chiedere cova.

qualcuno chiama luce
l’onda di buio che sbatte contro gli occhi
nei giorni
ma fare da porta alla testimonianza
ha pure una dolcezza infine[1]

 Il dialogo con questo varco diventa, lungo il libro, esplicito e serrato; ma lo sguardo si amplia per raccogliere l’altro:

io amo chi siede
con accanto la sua cosa muta
e quando va a dormire
la contiene

come sapesse dove riposa tutto il peso

tutti questi passaggi della mente
che si spartiscono un’accensione

chissà quale fiammata

senza cui vivere è glaciale

La raccolta si determina fin dal titolo. Alla voce “arte”, l’Enciclopedia Treccani riporta sì alla sfera semantica che riguarda le opere artistiche, come pure alla «capacità di agire e di produrre basata su un particolare complesso di esperienze», ma riporta anche il significato di artificio e inganno: l’ambiguità, nel finirla con quest’arte, è nella fame (argomento di tanta poesia, tema assoluto in Silvia Bre) di guardare senza slittamenti il reale, silenzioso e invisibile, di cui solo la poesia lascia traccia.
Ma la vera ambiguità è nel primo lemma. Mi affido a un pensiero che sento caro e che rischia di essere solo mio: “la fine” e “il fine” hanno, si sa, in alcuni punti del pensiero, equivalenza semantica in télos. La perfezione è il compimento: non si può raggiungere nulla di più alto se non accanto al limine finale. La completezza è il termine, e viceversa: e due poemetti, all’interno della raccolta, accarezzano questo concetto in maniera più esplicita di quanto tutte le poesie comunque si ostinino a cantarlo.
Come anche un ciclo dedicato alla figura di Narciso, Entierro è intonazione. Lo è su quel piccolo cartello (“estamos bien”) che i minatori cileni del disastro del 2010 vollero presentare come primo gesto alle telecamere che scendevano durante le operazioni di salvataggio. Entierro (in spagnolo, la sepoltura, intesa anche in senso sacro) è l’ipotesi di sussurro di uomini che stavano esperendo la morte e che ne avrebbero serbato la competenza una volta saliti in superficie:

[…] Che storia godere da vivi la fama dei morti:
ogni momento sta naturale nella sua purezza
come piombato in un emblema d’oro
ogni parola pesa il suo giusto
che è miracoloso –
ha nevicato in tutti noi oggi
perché qualcuno ha bisbigliato neve. […]

Il secondo poemetto è un soliloquio di Francesco Borromini dall’eloquente sottotitolo “tombeau”. Come è stato per le forme musicali (si veda A volte pare che ciò che non si sa, da Schönberg, tra tutte) e per la scultura (il Bernini che scolpisce la Ludovica Albertoni nell’Estasi in Marmo), la protagonista è ancora la visione che si impone alla percezione stremandola con un linguaggio mobile di fronte al quale si trema dalla fatica di trattenere e decodificare:

[…] ho virato ogni punto
in una linea
poi l’ho inarcata in una superficie
poi ho tradito i muri con le ombre

la vetta delirante
dall’andatura eterna
ancora frena, s’avvita
verso qualche sua tana

sopra il suolo di Roma

mio centro
mi traboccava intorno come una trama che dilaga
tra spirali d’azzurri, scorci
d’arancioni

la toccavo in un grande silenzio, con le pietre
le ho mimato il mio amore tortuoso
in colonnati di adorazione
in pallide facciate malinconiche

mi sono opposto alla spinta che innalza
e porta via le immagini

l’avido morso della mente
condensa
in una forza unica

la potenza vuota che sta nel cielo […]

 Il mistero della linea da inseguire riguarda anche uno scenario che a pura lettura sembrerebbe naturale:

Si può scavare nella scena del giorno
come l’occhio nel verde
basta un maestro piccolo, una guida
alla volta, uno che è linea di montagna
ramo di salice, lavanda, fatti così
perché lo spazio insegna a conquistare
il cielo dietro e più lontano
è libera pazzia che cerca ancora
e scava in fondo a sé, finché mi avvista.

Vedute costruite attorno al filo del discorso sono in osmosi con l’occhio che le osserva; il rimbalzo è quasi onnipresente: ora «non si distingue nuvola da neve e gioia / dei loro nomi capitati insieme»[2], ora un bonsai è pretesto al tema della grazia matematica del mondo, ora un paesaggio, tale grazie al rimbombo di un mito evocato (Intonazioni nell’eco di Narciso), si fa Eden mentale, sfiancante e doloroso. Viste di verde e rocce e acque fedeli a ciò che un tempo portò a Stromboli e all’eponima delle Barricate misteriose (si leggano Interminabile e soprattutto Massenzio, prospettiva frontale, a mio avviso punto di massima esattezza del discorso poetico della Bre), senza poter evitare il filtraggio per il rigore di Marmo. Nella geografia di un puro pensiero («dire non è sapere, è l’altra via, / tutta fatale, d’essere. / Questa la geografia.»[3]), continuo scenario primordiale, inizio ancora fumante che pure contiene la fine, nel cui centro una creatura, nata ogni volta a una comprensione, contempla nello sforzo incessante di restituire. Questa creatura è un noi:

Ma se quelli raccolti intorno a un fuoco
i rapiti da una così lontana cosa da non essere lì
se quelli che sono qui perché son corsi
dietro un’immagine che li ha trapassati
prima di andarsene
e dunque noi che sentiamo le voci
venire dalla note
con le nostre parole e altri accenti
il loro insieme barbaro che sa le storie delle pietre
degli oceani
noi tradotti in un luogo sconosciuto per essere lacune
d’altri luoghi
segreti vivi che si pentono di non poter tacere

                                                                                     alba ti alzi
aaaaaaaaaaaaaaaacos’hai da raccontare che non sia
quello che porti nelle tue cellule di sole.

Poesie dall’occhio spalancato, e in cerca di un ascolto che le attivi. E insieme, poesie rischiose all’aggrappo, perché già cariche di una loro libertà.
(«pare io debba cedere terreni / tutto ciò che conosco / pare sia così per tutti: / aprire un po’ la bocca, prima, / come appena prima di morire»[4]).
Per “fine” e “perfezione”, i greci dicevano télos.

© Giovanna Amato

[1] Da Interminabile.
[2] Da Panorama montano, un mare di reale.
[3] Da Se il nostro luogo è dove.
[4] Da Sono momenti.


Silvia Bre, poetessa e traduttrice, ha pubblicato per Einaudi Le barricate misteriose (2001, Premio Montale), Marmo (2007, Premio Viareggio) e le traduzioni di due antologie da Emily Dickinson, Centoquattro poesie (2011) e Uno zero più ampio (2013); per nottetempo, ha pubblicato il poema tragico Sempre perdendosi (2006). Tra le altre traduzioni, Il canzoniere di Louise Labé (Mondadori 2000) e Il giardino di Vita Sackville-West (Elliot 2013).

Suggestioni del cadere (di Denise Celentano)

Suggestioni del cadere
(Denise Celentano)

Gustavo Doré, La caduta di Lucifero (1865) Illustrazione per "Il paradiso perduto" di Milton

Gustav Doré, La caduta di Lucifero (1865)
Illustrazione per “Il paradiso perduto” di Milton

 

Una passeggiata a briglie sciolte nella trama di suggestioni evocate dal cadere.

 

Il corpo. Cadere è perdere l’equilibrio, a seguito di un impatto con un ostacolo imprevisto; cadere è l’interruzione, più o meno brusca, di un movimento. È una cesura fra un prima e un dopo, è un incidente – come qualcosa che potenzialmente incide, può lasciare un segno. Il corpo può infatti conservare memoria della caduta, come cicatrice a indelebile testimonianza di quel venir meno del controllo che è l’atto del cadere: a ricordarti che basta un non visto qualunque per togliere ai tuoi passi il loro ritmo regolare. Tutti presi dalla res cogitans, quando inciampiamo siamo costretti, più o meno violentemente, a ravvederci della nostra elementare sussistenza come res extensa. Cadere ci riconduce cioè all’irriducibile corporeità dell’esistenza: nell’esperienza del cadere ci si vive come corpo. Perciò, nel cadere sperimentiamo un’imprevista parità ontologica col mondo delle cose. Ci riscopriamo materia nella materia, oggetto fra gli oggetti, dotati di confini e quindi intrinsecamente suscettibili di scontro. Cadere è l’inciampo imprevisto nella materia di cui il corpo stesso in caduta è parte: è fare inavvertitamente esperienza della forza di gravità, la quale silenziosamente governa l’universo senza che questo se ne accorga. Di qui la vecchia sinonimia fra corpi e gravi. Come a dire che i corpi sono tali proprio in quanto dotati della caratteristica fondamentale di pesare: in quanto intrinsecamente soggetti a gravità e come tali suscettibili di caduta. Ma in senso figurato i corpi sono gravi anche in quanto intollerabili – è perché siamo corpo che siamo caduchi, soggetti alla decadenza e alla morte; e quello del corpo come prigione dell’anima costituì a suo tempo un topos.
Da un lato, l’impatto improvviso e non cercato contro qualcosa che investe il corpo. Dall’altro, l’irruzione del caso nella catena causale lineare dell’azione cosciente. Non deve allora passare inosservato che caduta traduca il latino casus. Un’affinità in effetti profonda: dal momento che, a guardar bene, cadere non è che un modo di fare esperienza del caso.

Sono cose che non sfuggono ai poeti. La sensibilità di Valerio Magrelli nel captare il significato dell’imprevisto, della rottura, del non lineare, delle zigzagature dell’esistenza, di cui il cadere è figura emblematica, emerge fra l’altro in Amo i gesti imprecisi [da Poesie (1980-1982), Einaudi, Torino 1996]:

Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.

L’intera esistenza che cos’è se non una grande aritmia, una gigantesca discontinuità, il farsi e disfarsi perenne di nessi, l’incastrarsi irregolare di aggregati. Un ballare: come tremore inconsulto, come danza e movimento. Tutto questo è «familiare», è nella natura stessa delle cose. La poesia di Magrelli è un inno ai gap dell’esistenza, ai territori del venir meno del controllo. Questo ci conduce direttamente all’etimologia, per così dire esistenziale, del cadere.

Etimologia esistenziale. A riprova del legame col movimento, in latino caduta si traduce anche con lapsus, da labi, scivolare. (Si pensi anche alla parola affine collasso – collapsus –, concetto associato a uno shock, a riprova del carattere di incidente del cadere). Con lapsus s’intende l’errore non voluto, l’inciampo verbale: il detto che non andava detto. C’è un piccolo venir meno della volontà nel lapsus, che significativamente può essere reso anche come scivolone. Il termine è tipicamente associato a Freud, che nel lapsus ha rinvenuto un anello di congiunzione tra il mondo conscio e quello inconscio, tra il visibile e l’invisibile dell’io: fra il giorno e la notte delle persone. Per Freud nessun lapsus è irrelato o privo di ragioni. Questo caso che è il cadere come lapsus, cioè, è tutt’altro che casuale. Una precisa causalità vi presiede: il lapsus esprime un atto mancato, un’istanza inconscia repressa che trova soddisfazione espressiva nell’errore. È l’inconscio che fa irruzione nel conscio, strappandogli per un attimo il controllo. Si apre così una fessura attraverso cui guadagnare accesso verso quel mondo sommerso che sarebbe l’inconscio.
A cadere non è soltanto l’individuo umano: cade anche quello che gli sta intorno, nella misura in cui non è scelto ma subìto. Si pensi alla parola accadere: quello che succede, in qualche modo, è qualcosa che cade; almeno, se non si è agito in prima persona questo accadere. Ha le caratteristiche dell’inciampo. Lo stesso vale per quel bellissimo, ambiguo verbo, che è occorrere, usato in inglese (to occur) nell’accezione proprio di accadere, avvenire, come anche nell’italiano più formale (“un fatto occorso di recente” – benché sia decisamente più utilizzato nel senso di “avere bisogno di”). È interessante notare che il verbo accadere è spesso usato nella forma passiva: “cosa ti è accaduto?”. C’è una sfumatura che richiama il subire un avvenimento, di cui si è spettatori e non attori. O, meglio, diciamo così: inciampatori. (altro…)

Heinz Czechowski, Sic transit gloria mundi

czechowski_sic_transit

 

Contro l’inanità: Sic transit gloria mundi di Heinz Czechowski

 

Traducendo Sic transit gloria mundi di Czechowski

 

Lo struggimento mi lascio alle spalle,
percorro la mia strada nella storia.
La lama che mi pende sulla testa
non separa colpevoli e innocenti,
l’alba del giorno una sollevazione
contro speranze dalla voce querula.
Tutto è già stato detto? Non lo so.
Più degli omissis temo le omissioni,
le sommosse mancate contro l’inanità.

Anna Maria Curci

 

Sic transit gloria mundi

 

Einmal muß
Beglichen werden die Rechnung:
Auch die Liebe
Ging ihren Weg in die Massengräber Asche
Häuft sich zu Asche,
Und selbst die schwache Stimme der Hoffnung
Kennt kein Erbarmen.
.                                         Vor den Gittern
Hebt sich der Tag
Mit Vogelgezwitscher und
Dem Scheppern der Müllcontainer.
Schuldige, Unschuldige –
Also auch wir –
Den Blick vom Pont des Arts
Auf die Apsis gerichtet,
Sind gezeichnet: von Angst, beispielsweise,
Daß alles gesagt ist, oder
Der Angst, daß das, was gesagt werden müßte,
Niemals gesagt warden kann.
.                                                     So verinnerlicht sich
Auch die Geschichte, Charlemagne
Tritt vors Portal des Domes zu Aachen,
Robespierre fällt Danton, Napoleon
Flieht aus dem brennenden Moskau,
Lenin warnt vor Stalin, Herr Hitler
Schickt seine Stukas nach Coventry,
Un irgendein Harry S. Brown aus St. Paul, Minnesota,
Klinkt seine Bomben aus über Rosenstraße,
Wo die Bilder des Malers Querner verbrennen.

Und immer noch stirbt
Tristan an Isolde oder Isolde an Tristan,
Und die Götter steigen herab zu Shen Te,
Und Herr B. empfiehlt uns,
Nicht gut zu sein, sondern dafür zu sorgen,
Eine gute Welt verlassen zu können.
.                                                                               Wie aber,
Wo doch täglich ein neues
Damoklesschwert über unsere Köpfe
gehängt wird?
.                                                                               Sic transit gloria mundi,
Begleitet von den Masurken Chopins,
Maschinengewehrsalven, Rauchpilzen,
Dem brennenden Kaisersarschen,
Der a-Moll-Fuge oder
Diesem Gedicht, geschrieben
Gegen die Vergeblichkeit.

 

Heinz Czechowski
(in: H.C., Die Zeit steht still. Ausgewählte Gedichte. Grupello Verlag, Düsseldorf 2000, 108-109; precedentemente la poesia era apparsa nel volume di liriche di Heinz Czechowski, Kein näheres Zeichen, Halle, Leipzig 1987, 52-53)

 

Sic transit gloria mundi

 

Una volta dovrà
Essere pareggiato il conto:
Anche l’amore
Ha percorso il suo tragitto nelle fosse comuni: cenere
Si ammucchia a cenere,
E anche la voce flebile della speranza
Non conosce misericordia.
.                                       Davanti alle inferriate
Si leva il giorno
Con cinguettio d’uccelli e
Lo sferragliamento dei cassonetti.
Colpevoli, innocenti –
Quindi anche noi –
Lo sguardo volto
Dal Pont des Arts all’abside,
Sono segnati: da paura, ad esempio,
Che tutto sia stato detto, oppure
Dalla paura che ciò che dovrebbe essere detto
Non possa mai essere detto.
.                          Così si interiorizza
Anche la storia: Carlomagno
Si para innanzi al portale del duomo ad Acquisgrana
Robespierre abbatte Danton, Napoleone
Fugge da Mosca in fiamme,
Lenin mette in guardia da Stalin, il signor Hitler
Manda i suoi Stuka a Coventry,
E un certo Harry S. Brown di St.Paul, Minnesota,
Sgancia le sue bombe su Rosenstraße,
Dove vanno al rogo i quadri del pittore Querner.

E ancora torna a morire
Tristano per Isotta o Isotta per Tristano,
E gli dei scendono sulla terra da Shen Te,
E il signor B. ci raccomanda
Di non essere buoni, ma di far sì
Che si possa lasciare un mondo buono.
.                                                                            Come, però,
Se ogni giorno una nuova
Spada di Damocle viene sospesa
Sulle nostre teste?
.                                                                            Sic transit gloria mundi,
Accompagnata dalle mazurche di Chopin,
Salve di mitra, funghi atomici,
Kaisersaschern in fiamme,
La fuga in la minore o
Questa poesia, scritta
Contro l’inanità.

 

Heinz Czechowski
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Fronteggia il tempo e i tempi la poesia di Heinz Czechowski, nel lungo componimento che sceglie come titolo la frase che, dai cortei trionfali dell’antica Roma alla cerimonia per il pontefice neoeletto, risuona come memento perenne alla transitorietà, pur spettacolare, delle cose del mondo: Sic transit gloria mundi. Le epoche e le personalità, gli eventi rievocati tra frasi lapidarie e pennellate al ritmo rapido di «mazurche di Chopin» si intrecciano a figure che, dalla mitologia (Damocle), dall’epos cavalleresco e dalla classicità moderna (Shen Te da L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht), non si stancano di riproporre il contrasto tra destino e scelta, tra resa alla fatalità e resistenza, lucida e conscia dell’imparità nello scontro immane con chi usa armi di distruzione, sempre rinnovate, queste, e sempre rigorosamente improprie. (altro…)

Nuova poesia latinoamericana. #4: Carlos J. Aldazábal

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA 

Carlos J. Aldazábal

Carlos J. Aldazábal

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

 

Carlos J. Aldazábal (Argentina, 1974). Ha pubblicato le raccolte poetiche La soberbia del monje (1996), Por qué queremos ser Quevedo (1999), Nadie enduela su voz como plegaria (2003), El caserío (2007), Heredarás la tierra (2007), El banco está cerrado (2010), Hain, el mundo selknam en poesía e historieta (con le illustrazioni di Eleonora Kortsarz, 2012) e Piedra al pecho (2013). Alla sua poesia sono stati conferiti numerosi premi. Aldazábal è stato incluso in diverse antologie e tradotto parzialmente in inglese e in italiano.

 

 

TIGRE

 

Felino sí.
Probablemente puma o simple gato:
la madera tallada no transmite verdades
y a un tigre de madera no se le ven dibujos.

Faltaría un pintor, alguien que con minucia
le decore el hocico, las patas, los costados,
para que la madera forme al tigre,
espejismo de rayas, pura voluntad de artesanía.

Luego sí, vendrá algún domador hecho de plomo:
acercará la silla, y al oído del tigre
escupirá verdades hasta formar la jaula.
Con un poco de alambre cubierto de algodones
construirá un gran aro para que el tigre salte
y el fuego lo consuma, como consume el fuego la madera.

¿Y si el tigre le ruge? ¿y si el tigre no salta?
¿si la silla se rompe y el domador tropieza?
¿y si el fuego perdona los colores del tigre
y se encarga del plomo y lo convierte en río,
y el tigre va y se baña, como hacen los tigres
que no son de madera, y se queda sin jaula?

¿Entonces se sabrán los dibujos del tigre?

¿O será por el agua, su devenir, sus ríos,
que Heráclito hablará de las certezas?

.

TIGRE

Felino sì.
Probabilmente puma o semplice gatto:
il legno intagliato non trasmette verità
e in una tigre di legno non si vedono disegni.

Servirebbe un pittore, qualcuno che con minuzia
gli decori il muso, le zampe, i fianchi,
perché il legno formi una tigre,
miraggio di strisce, pura volontà di artigianato.

Dopo sì, arriverà qualche domatore fatto di piombo:
avvicinerà la sedia, e all’orecchio della tigre
sputerà verità fino a formare una gabbia.
Con un po’ di fil di ferro coperto di cotone
costruirà un grande cerchio perché la tigre salti
e il fuoco la consumi, come il fuoco consuma il legno.

E se la tigre ruggisce? E se la tigre non salta?
se la sedia si rompe e il domatore inciampa?
e se il fuoco perdona i colori della tigre
e si incarica del piombo e lo tramuta in fiume,
e la tigre va e si bagna, come fanno le tigri
che non sono di legno, e rimane senza gabbia?

Allora si sapranno i disegni della tigre?

O sarà attraverso l’acqua, il suo divenire, i suoi fiumi,
che Eraclito parlerà delle certezze?

. (altro…)

Notturno Americano di Emidio Clementi. Recensione

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© Giampaolo Zaniboni

 

Notturno Americano è una stanza stretta come un corridoio tra la 33esima e la 12esima Street; è uno “schifosissimo lavoro”; sono le strade lerce di New York o di Chicago percorse a stomaco vuoto, sotto l’effetto di allucinazioni, alla ricerca dell’ispirazione o del senso dei giorni. È un racconto a testa alta, altissima, che ci fa vedere dove i nostri occhi non possono arrivare, due città tra gli anni Dieci e Venti, un’America crudele, sconfinata, respingente, e una vita che accade malgrado tutto. A raccontarcela è Emidio Clementi, che mischia le parole di Emanuel Carnevali da Il primo dio. Poesie scelte. Racconti e scritti critici (Adelphi, 1978, a cura di Maria Pia Carnevali) alle proprie, tratte da L’ultimo Dio (Fazi, 2004 ora Fandango).
La sua monomania per Carnevali, già espressa con i Massimo Volume, la sua band, diventa emblematica con questo reading, ora disponibile su cd (per Santeria/Audioglobe) e da qualche giorno in streaming su Rockit. Già altri protagonisti del mondo del rock italiano, negli ultimi anni, hanno portato sul palco i grandi autori del Novecento – penso, ad esempio, a quanto fatto da Pierpaolo Capovilla con La religione del mio tempo di Pasolini – ma per Clementi questa nuova operazione giunge a chiudere un percorso attorno all’opera di uno scrittore a lungo dimenticato; è una continua riappropriazione, sempre vincente ed efficace, soprattutto nella sua formula “live”.
E proprio la voce – carica e sacra – di Clementi, ripercorre il cortocircuito degli eventi che Carnevali e lui stesso vivono, il disfacimento dell’apparenza e delle proprie illusioni. La musica, qui, è di Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi dei Giardini di Mirò, in un impasto di suoni che vanno dal post-rock all’elettronica, dal noise acustico all’ambient, in grado di sostenere la narrazione non aumentandone il peso specifico, anzi, allineandosi alla violenza e alla potenza delle due prose ma anche della poesia di Carnevali, scavalcando gli ordini di genere.
La scelta dei brani da leggere, in questo lavoro, è cruciale: tocca tutte le corde, quelle della delusione e dell’amarezza di Carnevali e di Clementi, ma soprattutto coglie appieno il ritmo interno dei due romanzi – che poi è lo stesso –, vorace e ultracontemporaneo, facendoci comprendere che Carnevali era capace di precorrere i tempi, lenti, della letteratura di quegli anni.
Emanuel Carnevali si può dire anche anticipi il Mario Soldati di America primo amore (Bemporad, 1935); le loro opere, molto diverse, trovano come comune denominatore il disincanto esperienziale della realtà e l’incapacità di rendere sentimentale quel viaggio agognato e, nel contempo, straordinario.
Ma una cifra interessante è la scelta del titolo del reading: Notturno è anche un celebre romanzo di Gabriele D’Annunzio, scritto tra il 1916 e il 1921 (uscì per Treves), gli stessi anni di Carnevali. D’Annunzio è ormai cieco, e fa della sua prosa lirica una prova del “vedere dove l’occhio non coglie”. Clementi, simbolicamente in linea con questo gioco linguistico – antiromantico – entra nella “sovraumanità” di Carnevali, la sovraespone e la trasforma: la sua non è una parabola ma diventa una verosimile, fortissima, rituale esperienza rock.

© Alessandra Trevisan

Una frase lunga un libro #8 – Massimo Zamboni: L’eco di uno sparo

Una frase lunga un libro #8

zamboni

Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo, Einaudi 2015, € 18,50, ebook € 9,99

.

I crimini vivono oltre la carne di chi li compie, ne incrostano il ricordo, il valore dell’aver vissuto. Poiché le nostre azioni saranno descritte in noi, buone e cattive, ci accompagneranno senza rimorso mutandosi in carne, modellando le fisionomie. Si possono anche addomesticare, dissimulare; ma ci sono sguardi che risulta difficile sostenere: il nostro medesimo prima di ogni altro.

Prima ancora di cominciare a raccontare il bel libro di Massimo Zamboni, partendo dalla frase che ho scelto, volevo dirvi della dedica. Zamboni fa questa dedica: “agli sconosciuti”. Penso che sia una delle più belle dediche che io abbia mai letto, in un libro. Bella per due motivi. Innanzitutto perché lo sconosciuto è chiunque, Massimo Zamboni ritiene questa storia così importante e universale da poterla portare in dono a tutti. E ha ragione. L’altro motivo è quello più legato al libro, alla ricostruzione familiare e storica che fa lo scrittore emiliano, gli sconosciuti siamo anche noi stessi. Lo siamo nella misura in cui non conosciamo il nostro passato, dimentichiamo le nostre origini, non completiamo la nostra memoria. Siamo sconosciuti a noi stessi se ci accontentiamo di un racconto tramandato, o soltanto di un ricordo. Massimo Zamboni si dedica il libro, dedicandolo a noi, perché ricostruendo la storia della sua famiglia, che vive dentro a un pezzo terribile della storia d’Italia, ricostruirà la propria. La capirà.
(altro…)