Giorno: 25 aprile 2015

“I denti di Ada” di Giorgio Caproni

Giorgio Caproni di © Dino Ignani

Giorgio Caproni di © Dino Ignani

L’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, Giorgio Caproni è a Loco, presso la famiglia della moglie Rina. La sua scelta, di lì a poco, è di entrare nel gruppo della resistenza partigiana attiva in Val Trebbia. Ha incarichi di tipo civile, si occupa di viveri e di scuola, non ha mai sparato un colpo, dirà in seguito; ma osserva, è impossibile non osservare. E dall’osservazione delle violenze compiute dai tedeschi e dai loro alleati sulla popolazione indifesa, dall’osservazione dei moti del cuore di chi combatteva per la liberazione, il poeta la cui “più remota ambizione”, anche in poesia, “era quella di fare il narratore” (intervista radiofonica a Mario Picchi, 1985) scriverà alcune delle sue prose più sofferte. La “saga partigiana” che sta, come un nucleo rovente, nella silloge Racconti scritti per forza (Garzanti 2008, a cura di Adele Dei), è espressione pura di questi mesi in cui alla necessità di sopravvivere e garantire una sopravvivenza alla popolazione civile si mescolano l’angoscia, lo scrupolo, il terrore, la voglia di vendetta, la pietà. E il racconto in cui la distillazione è più perfetta è certo Il labirinto, scritto in occasione del concorso indetto dalla rivista «Aretusa» (gennaio 1946), vincitore del premio e tra le prime prose scritte sulla Resistenza in Italia, in seguito isolato con il suo finale nel titolo I denti di Ada: il labirinto, appunto, di chi deve pesare la morte con la morte, il dovere con la paura del dovere, lo sforzo verso una liberazione forse più vicina e il peso della colpa di dover uccidere a sua volta. La sorella di un suo amico – racconterà spesso Caproni – era diventata spia; il dilemma tra il lasciarla andare e il fare il suo dovere riguardava lui stesso, lui per primo.
Il racconto che proponiamo ha, per l’appunto, come protagonista Ada “la spia”, una donna che va incontro suo malgrado al destino di una giustizia violenta. Emblematica la scelta del titolo, a partire dall’etimologia del nome dall’ebraico “Adah” che significa “ornare, adornare” (probabilmente da una forma abbreviata di El adah “Dio ha adornato”, “adornata dal Signore”). Caproni pare essere cosciente di questa preferenza nominale azzeccata e funzionale: ciò è confermato dalla descrizione della fisicità del personaggio di Ada che, “andando a morire” (com’è chiaro nel procedere dell’intera narrazione) va perdendo la propria bellezza ma soprattutto la propria identità di donna. La sua carnagione si sbianca sempre più, sovrapponendosi e confondendosi all’ambiente innevato circostante del luogo della fucilazione. La riconferma si ha già, tuttavia, attraverso il dettaglio dei “denti” del titolo, che potrebbero dirsi il cardine della vicenda: bianchi per antonomasia, rappresentano da un lato il colore simbolico del femminile (il latte materno è bianco), dall’altro la parte del corpo che meglio si presta a suggerire la morte di Ada. Se freudianamente rappresentano il nutrimento e una sfera emozionale più ampia, poiché connessi anatomicamente alla bocca, in questa sede sarebbero il segno della fine “della parola” e “del tradimento”.
I racconti di Caproni − come questo − pongono il lettore al centro di un nodo storico, attraverso una vicenda personale, particolare; ci pare importante, come redazione, ricordare quel momento in questo 25 aprile, a settant’anni dalla Liberazione, e condividerlo con voi.

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