Origini. Intervista a Giancarlo Pontiggia

giancarlo-pontiggia-

(Oggi intervistiamo il poeta, critico e traduttore Giancarlo Pontiggia in occasione della pubblicazione del libro Origini, Interlinea edizioni, 2015, che raccoglie in un solo volume la sua produzione poetica edita, sia le raccolte “Con parole remote” e “Nel bosco del tempo” che altre poesia edite in varie plaquette. Lo ringraziamo per la sua disponibilità).

Vieni ombra / ombra vieni / ombra ombra / vieni oh vieni. Il canto che apre Con parole remote è una vera e propria evocazione dell’ombra, come dimensione che accompagna l’intera esistenza dell’uomo. Cosa dice l’ombra? Con che parole ti parla?

«Ombra» è una di quelle parole che mi affascinano per la loro densità immaginosa e concettuale, per quella stratificazione di significati – storico-culturali, antropologici, individuali – che le conferiscono un valore prelogico, archetipico: sono insomma parole poetiche per eccellenza, perché non si esauriscono in una definizione, ma irradiano una costellazione di senso. Anna Vittoria Vassallo, che ha studiato le occorrenze lessicali di Con parole remote, ha scoperto che «ombra» è la parola che ricorre più volte nel libro (75 occorrenze), segnalandone il valore dinamico: «Solo nella prima poesia essa è ripetuta 11 volte e ad accompagnarla nella sua discesa tra i versi del poeta è il verbo di movimento per eccellenza: venire (23 occorrenze), ma anche salire, scendere, restare». Questo potrebbe significare, immagino, che la mia idea di ombra non è affatto un’astrazione, un’immagine statica, ma qualcosa che si muove, si sposta, muta significato, proprio come è in natura, d’altronde: chi si ponga a fissare il confine tra luce e ombra – su un semplice intonaco, su un affresco di cappella, sul tronco di un albero – sentirà subito questa energia che si dispiega dinanzi a noi, smuovendo in profondità la nostra anima. È un gioco che mi ipnotizzava, da bambino, senza che ne capissi il perché: questo confine mobile, nel suo lampeggiare di fuoco e di buio, nel suo oscillare tra fuoco e buio, mi diceva qualcosa della vita, delle stagioni, di ciò che io ero. Mi parlava ora di una felicità, ora di un rovello, di qualcosa che sprofondava in un tempo ancestrale, «prima dell’estate e del tuono», per citare una delle prime poesie di Bosco del tempo. Né, egualmente, saprei meglio spiegare la fascinazione che in me producevano, d’estate, le stanze ombrose, riparate dalla luce, nel primo pomeriggio che appena s’inoltrava, e nelle quali mi accadeva (ne ho parlato in un’altra poesia di Bosco del tempo: Tornando, a volte, entravo) di sentire la potenza enigmatica e severa di un pensiero che giunge a pensare solo se stesso: esperienza spaesante, che subito – tornato alla luce accecante di fuori – si dissolveva, mentre di nuovo percepivo, immaginosa, lucente, la materia molteplice del mondo che irrompeva con tutta la sua energia irradiante.

Per me che sognavo / una parola sola / (una ferma corazza, una beata viola) / solo polvere e frammenti, disanellati / ori. In questi versi di Bosco del tempo è presente un rovello, un cruccio circa la possibilità della parola poetica di dire ancora qualcosa. Sembra che tu abbia fatta tua la consapevolezza novecentesca della limitatezza della poesia nel rivelare la verità. Che fiducia ancora riponi nella parola poetica?

Questi versi appartengono alla seconda delle sette soste del libro. Le prime due, fra l’altro, sono intimamente collegate, quasi due tavole di uno stesso dittico.
Nella prima (Pensando a voi), il pensiero è rivolto ai poeti latini da me tanto amati, «scrutatori / del cielo», abitatori di quei «dolci / giardini» filosofici e di quegli antichi atrii di case ellenistiche cui alludo in un saggio de Lo stadio di Nemea per il loro valore simbolico e poetico: dentro quelle «stanze / verdissime e ombrose», al cui centro erano le «liquide vasche» dove si raccoglieva l’acqua piovana, continuo a leggere il senso profondo di una poesia che è insieme domestica e visionaria, che sa contemplare le volte del cielo – serbandone i misteriosi baluginii – e insieme onorare le piccole cose che danno gioia alla vita, disegnare un angulus appartato, dove sottrarsi alle burrasche della vita, versare un vinello italico, approntare un convito per gli amici… La terzina finale («ma già è autunno, vedete, / già si accomiatano le ultime / rose») può parere un simbolico addio a quel mondo, e forse in parte lo è, ma in realtà è un richiamo – un omaggio, vorrei dire – a una splendida odicina oraziana, quella che va a chiudere il primo libro dei Carmina.
In Per me che sognavo, la poesia che citavi, il modo ottativo si dissolve in una visione più cruda, quasi sentenziosa: la poesia che ci è riservata in questo tempo di «polvere e frammenti», di oreficerie disanellate, segnato insomma dall’impossibilità di un pensiero organico e di una visione del mondo strutturata, sembra allontanarci forse per sempre dal quell’antico, originario sogno poetico. Dall’autunno di Pensando a voi precipitiamo nell’inverno di Per me che sognavo: non più rose tardive, ma foglie che «scricchiano», cuori che «ghiacciano»; e già siamo sulla soglia dei successivi Canti di Boréa.
Come due tavole di soggetto opposto, eppure intimamente legate, queste due poesie esprimono una visione ciclica della vita e della storia che è l’impalcatura sottesa di ogni mio libro, e che Carlo Sini ha così bene colto nel saggio introduttivo a Bosco del tempo premesso al mio nuovo libro riassuntivo (Origini. Poesie 1998-2010, Interlinea, 2015): a ogni inverno segue la sua primavera; ogni tempo della storia ha il suo enigmatico disgelo; ai Canti di Boréa fa seguito la sezione aurea delle Cicladi. Voglio dire che la mia poesia esprime sì il senso di angoscia e di inquietudine, di prostrazione, di paralisi che si è impossessato da ormai un secolo e mezzo di ogni verso, ma insieme aspira anche a uno sguardo più vasto, a un disegno più ricco, variegato. E d’altronde, quei poeti latini non vissero forse anch’essi in un’epoca brutale, paurosa, segnata da terribili guerre civili? I loro giardini, i loro versi-giardino non erano forse una risposta alle empietà che avevano vissuto, talvolta personalmente esperito (la Filippi di Orazio, i campi espropriati di Virgilio)?
La questione che pongo, nei miei saggi come nei miei versi, è dunque un’altra: perché il Novecento ha creduto che la poesia potesse morire dopo Auschwitz; o che i versi dovessero mimare la negatività del mondo? La grande letteratura non può eludere la storia, ma neanche lasciare che essa dilaghi con le sue melme, le sue immani falsificazioni ideologiche. Scriviamo nella storia, perché non amiamo la storia: se la amassimo, non scriveremmo più, saremmo nel paese di Utopia dove gli uomini pescano, fanno l’amore, non conoscono disfatte esistenziali. La poesia – come la grande arte, la grande musica – è nata per disegnare giardini, atrii, peristilii ornati di vegetazioni ombrose e lucenti, per evocare nomi felici, anche se perennemente insidiati dall’invidia degli dèi, dal potere superiore del fato, dalla violenza costitutiva, ineliminabile dell’animo umano. Anche Orazio non possedeva le grandi verità, sentiva il peso dello spleen, si sentiva martoriato dall’inquietudine: per questo scriveva. In questo consiste la grandezza del pensiero classico, nel saper porre un argine alla furia iconoclastica, alla vanità presuntuosa di chi crede che stiamo entrando ogni volta in un’epoca nuova, e non sa di dover ripetere lo stesso ciclo di nascita-vita-morte di chi lo ha preceduto, di dover combattere un identico destino…

L’estate / era immensa, e ora, ovunque, è / solo un algido vuoto. Una cifra del tuo dettato poetico è un sentimento del tempo, del suo ineluttabile scorrere, dell’inevitabile fine di ogni cosa, ma col sospetto che la gioia deve esserci stata almeno una volta. La tua scrittura come si confronta con tale dimensione?

L’intera poesia iniziale di Bosco del tempo, da dove sono tratti i versi che hai citato, annuncia il passaggio dall’estate mitica di Con parole remote all’autunno freddo e rugginoso del nuovo libro. La nostra anima è ciclica, come cicliche sono le stagioni: il passaggio dall’estate all’autunno ha valore naturalistico e insieme simbolico; designa due visioni del mondo che ci appartengono simultaneamente, pur dispiegandosi nella concretezza di un movimento stagionale. Il sentimento del tempo si introduce in questa dimensione di perennità circolare con la forza argomentante del pensiero, che demolisce ogni nostra illusione, e svela il nostro destino, che è quello di essere insieme natura e antinatura, di oscillare continuamente tra stati diversi di percezione e di sensibilità: come un giorno fummo gettati nel corpo di un’estate prima, ancestrale, radiosa; così un giorno – per ordine del caso – dovremo lasciare ogni cosa, andarcene per sempre. Ciò che vedi, è per sempre e mai più: era prima di te, sarà dopo; e intanto è solo per te, come fu un tempo di tutti coloro che sono stati spazzati via dall’onda dei secoli. Questo doppio sentimento sta all’origine della mia poesia: è sotteso a ogni verso, a ogni visione poetica; mi guida perfino quando leggo, guardo un cielo, cammino per le vie della mia città; costituisce un unico nodo di pensiero, in cui tempo mitico e tempo storico si saldano nel presente assoluto delle nostre percezioni.

cop origini

Ma alla fine, Musa, di’/ quel che ti pare: / purché tu sia qui, / purché rimani. Da questa tua invocazione atipica alla Musa, come da altri passi delle tue opere, traspare, nascosta dietro una forma di apparente rassegnazione, una forma di indignatio, che ha, però, come oggetto il silenzio che circonda il destino dell’uomo. È così? Se sì, in che modo questo stato d’animo influenza i tuoi versi?

Quei versi, fra il tenero e l’irriverente, costituiscono l’epigrafe di una delle sezioni più svagate, e oniriche, del libro, Nell’ombroso dove. La svagatezza è tutta nello sguardo di chi si muove nella dimensione spaesante del sogno (un motivo centrale del libro), con i suoi cieli alti, i suoi sprofondamenti improvvisi, le sue vie erratiche, erbose… Anche le rime, nell’ultima delle poesie, sembrano avvolgersi in una cortina di sonno, smemorante. Solo alla Musa, in questo cedere al potere suasorio del sonno e del sogno, si chiede di restare, sia pur sfaccendata, come una divinità tutelare, primigenia, che non avrà evidentemente niente delle più paludate muse epiche cui Omero si appella, ad esempio, al principio del Catalogo delle Navi. Ho sempre sentito, nell’idea di Musa, più l’elemento naturale, terrestre, che quello divino: ninfe abitatrici di boschi e di acque, custodi spensierate di nomi felici. Ma la spensieratezza è uno dei tanti modi con cui gli uomini giocano con il destino: nella sosta appena successiva, il mondo s’infima in una cella «umida, buia», prologo della sezione più drammatica del libro, Voci del tempo, dominata da una pioggia insistente, da mattine livide e disanimate, dalla presenza della morte. Il tema ultimo della poesia di ogni tempo è la condizione umana. Come non rivoltarsi dinanzi al destino? Il ragazzo che per la prima volta – appena uscito dai nidi troppo protettivi dell’infanzia – volge gli occhi al cielo, e sente su di sé un peso angoscioso, inesprimibile, è lo stesso che nutre i suoi primi sogni poetici. Il destino dell’uomo è vivere e perire senza che qualcuno spieghi perché; e se qualcuno si è anche prodigato a dirlo, non dev’essere stato poi così convincente, se ogni volta ricadiamo nello stesso spirito di rivolta. Saint Pierre a renié Jesus… Il a bien fait: così Baudelaire, nella prima poesia della sezione Révolte, la più terribile, la più maledetta delle Fleurs. Eppure, proprio nel cuore di Voci del tempo, è collocata la poesia più “felice” del libro, il racconto – modulato sulla memoria di una celebre sequenza esiodea – dell’incontro di un pastore con le Muse, che gli concedono la facoltà del canto: «Bel pastore – gli dicevano – di’ / le parole d’oro, / che dalla nera terra / sorgono, da un tempo che non muore. / Di’, su, ripeti, bel pastore, fa’ / tacere Zefiro e Borea, fendi / il dissonante vuoto». Credo sia proprio questo il senso del canto: quello di trasformare la materia inquieta, cangiante, provvisoria della vita in «scuro / miele». La poesia si indigna contro il destino, e insieme celebra la potenza delle cose che sono, come sono: «Così uno scuro / miele scendeva sulla bocca / del ragazzo, nella notte di giugno / odorosa, in un fuoco di vermiglia / rosa. Li senti anche tu / i bocci che non dormono, // nella sera odorosa?».

Da traduttore e da profondo conoscitore delle lingue classiche, come si è configurato per te il rapporto con la parola degli antichi? In che modo continuano a parlare a noi contemporanei?

Non sono – hélas – un «profondo conoscitore delle lingue classiche», ma solo un lettore innamorato della letteratura greco-latina, che a me pare distinguersi da tutte le letterature successive per la sua forza generativa, paradigmatica. Se segui il corso della letteratura italiana o francese – per restare a quelle che posso dire di conoscere altrettanto bene – senti di procedere in una gran selva dominata da forze contrastanti, a volte maligne, a volte corrosive, angoscianti. Esiste un peso della modernità – opera della rivelazione giudaico-cristiana – a cui nessuno può sottrarsi: ne resta immune il solo Dante, per la sua anacronistica, monolitica appartenenza a un mondo già spazzato via dalla nuova borghesia emergente, ma nel quale egli ostinatamente continua a credere. Chi legga il suo contemporaneo, di poco maggiore, Guido Cavalcanti, già sente l’incombere sulla pagina di un pensiero tormentoso, che si approfondirà nei poeti successivi, divenendo in età romantica e post-romantica l’humus di ogni pensiero poetico: la protesta di Leopardi nei confronti di una Natura matrigna; la vuota trascendenza di Baudelaire; l’ironia disperata, devastante di Mallarmé; gli enigmatici versi di Hölderlin o di Rilke, che sentono anche nel tempo della gioia l’ombra del lutto, sono lì a dirci che nessuno – anche chi non crede; soprattutto, mi verrebbe da dire, chi non crede più – può sottrarsi al peso di una metafisica vuota e assillante. Fin dai primi versi di Omero che ho sentito cadere – improvvisi e felici – nelle aule del collegio dove studiavo («Ed ecco, udì dall’alto la voce divina del vate / d’Icario la figliuola»), ho avvertito nella poesia greco-latina un potere vitale e liberatorio che non significa evasione dal dramma della vita o dagli orrori della storia, ma libertà di visione, capacità di coniugare tragico e comico, quotidianità e sublime, ordine del pensiero ed energia passionale. Lo scrittore antico esige un lettore colto e consapevole, in cui il sentimento non sia mai disgiunto dall’impegno intellettuale: è questa complessità che si è andata costituendo come un modello unico, quello che fa dire a Dario Del Corno – uno studioso di cui sentiamo la mancanza – che la Grecia «è un’eredità genetica» insopprimibile.

Tra le varie forme di scrittura, ti sei cimentato anche con un testo per il teatro. Da questo punto di vista il libro Stazioni è un’opera insolita, ma di grande fascino, in cui sembra che la vera protagonista sia la città di Milano e poi le persone che la abitano. Qual è la genesi del libro? Quale l’idea centrale?

Il teatro che amo è un teatro di parola, nudo, spoglio, concentrato nel presente assoluto della scena: non mimetico e realistico, ma fantastico e inventivo, severo ed essenziale. È insomma – per restare ai grandi – il teatro di Aristofane e di Plauto, dei tragici e di Pirandello, di Shakespeare e di Racine. Ho scritto Stazioni come in trance, quasi senza rendermene conto, nel giro di pochi giorni, negli ultimi giorni del 1999: le strade sono quelle di Milano, ma le voci venivano da lontano, e mi parlavano di qualcosa che andava sprofondando, di un lento precipitare in un mondo capovolto, dominato dalla chiacchiera, dal sofisma, dalla prepotenza, ma dove pure resisteva una purezza, del cuore e della mente, un nocciolo di verità esistenziale – allegra e sfrontata – che è in fondo il lato primitivo, inconfutabile della vita.

Nel corso degli anni hai curato due antologie della nuova poesia italiana, La parola innamorata (1978) e Il miele del silenzio (2009). Spesso leggere i giovani poeti è rischioso più che leggere poeti già affermati, perché non si ha il filtro rassicurante della tradizione o di altri critici. Cos’è che ti fa soffermare su alcuni autori anziché su altri, cosa leggi nei loro versi, cosa vi riconosci?

La parola innamorata e Il miele del silenzio non sono antologie comparabili: la prima era fatta da due giovani che si sentivano parte di un movimento nuovo della poesia; la seconda è nata da un’istanza opposta: mi sentivo come uno che – fatalmente, a causa dell’età – non aveva più relazione con il mondo poetico dei ventenni e dei trentenni, e sentivo il bisogno di saperne di più. Ho cominciato dunque a leggere, umilmente, con la stessa serietà con cui potevo leggere – poniamo – l’ultimo libro di Luzi. Credo che a un giovane poeta si debba chiedere esattamente ciò che si deve chiedere a ogni altro autore, indipendentemente dall’età. Detesto ogni forma di retorico ossequio – oggi così diffuso, e così nefasto, soprattutto in politica – alle categorie giovanilistiche: non conta quanti anni hai, ma solo ciò che sei, e che sai fare. A un poeta – giovane o no, esordiente o già con una lunga carriera alle spalle – chiedo dunque, almeno idealmente, sensibilità, forza di visione, intelligenza, capacità di invenzione linguistica, energia immaginativa, cultura. Invidio quei tre o quattro anni: sono stati momenti di ascolto, di scoperte, di approfondimenti, ripensamenti. Lo rifarei ancora, se ne avessi la possibilità.

A tal proposito, da critico e poeta, che spazio può ancora avere la poesia nel mondo contemporaneo e, in particolare, quella italiana, che strade può ancora percorrere?

Per fortuna il corso delle cose – quelle per lo meno che riguardano la vita umana – è dominato dal caso, e si fa beffe delle pretese hegeliane di fondare una filosofia della storia: niente andrà mai come deve; nessuna Ragione si avvale dei nostri pensierini per attuare i suoi formidabili disegni universali. Appena dopo l’uscita di 2001, Odissea nello spazio – dunque alla fine degli anni Sessanta – lessi su una rivista scientifica, chissà come capitatami tra le mani, un’inchiesta su come sarebbe stato il mondo nel fatidico 2001: gli intervistati erano premi Nobel, studiosi di vaglia internazionale, fisici medici architetti sociologi economisti… Quel fascicolo, salvatosi per anni nelle cantine dei miei genitori, e da me riscoperto proprio allo scoccare del nuovo millennio, mi apparve come un’ironica risposta alle ingenue, inquietanti spirali storicistiche che pretenderebbero di fare della storia un tribunale in cui sentenziare su ciò che è moderno e su ciò che è irrimediabilmente superato dallo spirito dei nuovi tempi: niente di quel che gli illustri studiosi avevano immaginato era accaduto, né la caduta del Comunismo, né l’avvento di Internet, né la trasformazione della Cina nel più feroce neocapitalismo di ogni tempo, né l’avvento di una nuova fase dell’Islam integralista. E intanto, nelle aule dell’Università e nelle riviste letterarie, in quello stesso 1969, si parlava di morte della poesia. La poesia non è morta, anche se la centralità della parola – così come l’abbiamo conosciuta dall’età ellenistica in poi, e in particolare durante la grande stagione dell’Umanesimo europeo – è man mano venuta meno a favore di linguaggi non verbali (mi viene in mente Steiner: «Il rumore […] è la peste bubbonica del populismo capitalista»). Nondimeno, sarebbe imprudente dedurre che la poesia sia stata declassata al rango di arte minore: lo è, di fatto – e non potrebbe non esserlo – in un’epoca dove tutto è merce, e il valore di un prodotto dipende solo dal suo grado di vendibilità o di spendibilità. Ma l’uomo è innanzi tutto parola, e la parola della poesia è parola che combatte l’usura del luogo comune, lo sciocchezzaio degli slogan, la confusione irrazionalistica dei pensieri, il chiacchiericcio mortificante che sovrasta le nostre giornate. Se poesia è spazzar via la congerie informe della storia – con le sue trombette e i suoi sistri, la sua volgarità sinistra, così avvilente – allora ci sarà sempre poesia: poesia come luogo di misura e di verità, in cui ogni parola trovi il suo senso, la sua luce intima, il suo ordine interiore. Se questa parola sarà di pochi, beati quei pochi.

La tua produzione poetica è sempre stata essenziale e le pubblicazioni diradate nel tempo; sembra che i tuoi versi, per venire alla luce, debbano superare un percorso lungo ed estremamente selettivo, quasi che il critico letterario operi preventivamente nel laboratorio del poeta. Qual è il percorso che i tuoi versi devono fare per diventare definitivi?

Ho sempre opposto resistenza all’idea di scrivere: forse per quell’eccessiva propensione alla paresse alla quale devo – ahimé – i troppo svagati studi fatti al tempo del Liceo e dell’Università; o forse per la convinzione che la poesia non vada sollecitata, e che si debba scrivere soltanto quando ne sentiamo davvero l’urgenza. Capita spesso di veder nascere un verso, di sentirlo dibattersi, chiedere di essere accolto: quasi sempre lascio che si disperda, ritorni alle ombre da cui è emerso. Talvolta, raramente, urtiamo in qualcosa che ci persuade: quando un’immagine, che è il fondamento di ogni poetica, sembra saldarsi strettamente a un pensiero, farsi, visione. Ma occorrerà che quei versi trovino poi un seguito, stringano corrispondenze più o meno segrete, perché divengano necessari, inventino i loro – per ora misteriosi, ancora ignari, remotissimi – lettori.

A cosa stai lavorando? Quali sono i tuoi progetti?

Negli ultimi anni ho sentito il bisogno di riordinare il mio lavoro, pubblicando una raccolta di saggi e di interventi scritti tra il 2004 e il 2012 (Lo stadio di Nemea, Moretti & Vitali, 2013), un libretto delle interviste più strutturate apparse più o meno nello stesso periodo (Undici dialoghi sulla poesia, La Vita Felice, 2014) e, da poco, tutta la mia produzione poetica edita in volume (Origini, Interlinea, 2015), comprendente dunque le due raccolte di Guanda (Con parole remote; Bosco del tempo) e le plaquette (sei in tutto) uscite successivamente. All’orizzonte, il libro nuovo di poesie che da dieci anni mi insegue, e che ha ormai preso – credo, almeno – la sua forma definitiva: si intitolerà Il moto delle cose, e parlerà molto di origini (il titolo complessivo che ho voluto dare al volume di Interlinea molto risente, in fondo, delle poesie di questo nuovo libro): le origini del mondo, dell’uomo, della vita, della parola stessa. Te ne dò un piccolo saggio:

E nascemmo
alla vita che già c’era.
Le cose
c’erano, le tante, le inaudite
cose, di cui c’invaghimmo
poco a poco.
E noi guardavamo
l’aria che luceva
e piove e nevi
e soli che stagnavano, tiepidi,
nelle mattine troppo
quiete.

E guardammo, un giorno, i nomi
le parole prime, scure,
che dicono sì e no, che oscillano
tra le cose

2 comments

I commenti sono chiusi.