Giorno: 16 aprile 2015

Nuova poesia latinoamericana. #4: Carlos J. Aldazábal

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA 

Carlos J. Aldazábal

Carlos J. Aldazábal

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

 

Carlos J. Aldazábal (Argentina, 1974). Ha pubblicato le raccolte poetiche La soberbia del monje (1996), Por qué queremos ser Quevedo (1999), Nadie enduela su voz como plegaria (2003), El caserío (2007), Heredarás la tierra (2007), El banco está cerrado (2010), Hain, el mundo selknam en poesía e historieta (con le illustrazioni di Eleonora Kortsarz, 2012) e Piedra al pecho (2013). Alla sua poesia sono stati conferiti numerosi premi. Aldazábal è stato incluso in diverse antologie e tradotto parzialmente in inglese e in italiano.

 

 

TIGRE

 

Felino sí.
Probablemente puma o simple gato:
la madera tallada no transmite verdades
y a un tigre de madera no se le ven dibujos.

Faltaría un pintor, alguien que con minucia
le decore el hocico, las patas, los costados,
para que la madera forme al tigre,
espejismo de rayas, pura voluntad de artesanía.

Luego sí, vendrá algún domador hecho de plomo:
acercará la silla, y al oído del tigre
escupirá verdades hasta formar la jaula.
Con un poco de alambre cubierto de algodones
construirá un gran aro para que el tigre salte
y el fuego lo consuma, como consume el fuego la madera.

¿Y si el tigre le ruge? ¿y si el tigre no salta?
¿si la silla se rompe y el domador tropieza?
¿y si el fuego perdona los colores del tigre
y se encarga del plomo y lo convierte en río,
y el tigre va y se baña, como hacen los tigres
que no son de madera, y se queda sin jaula?

¿Entonces se sabrán los dibujos del tigre?

¿O será por el agua, su devenir, sus ríos,
que Heráclito hablará de las certezas?

.

TIGRE

Felino sì.
Probabilmente puma o semplice gatto:
il legno intagliato non trasmette verità
e in una tigre di legno non si vedono disegni.

Servirebbe un pittore, qualcuno che con minuzia
gli decori il muso, le zampe, i fianchi,
perché il legno formi una tigre,
miraggio di strisce, pura volontà di artigianato.

Dopo sì, arriverà qualche domatore fatto di piombo:
avvicinerà la sedia, e all’orecchio della tigre
sputerà verità fino a formare una gabbia.
Con un po’ di fil di ferro coperto di cotone
costruirà un grande cerchio perché la tigre salti
e il fuoco la consumi, come il fuoco consuma il legno.

E se la tigre ruggisce? E se la tigre non salta?
se la sedia si rompe e il domatore inciampa?
e se il fuoco perdona i colori della tigre
e si incarica del piombo e lo tramuta in fiume,
e la tigre va e si bagna, come fanno le tigri
che non sono di legno, e rimane senza gabbia?

Allora si sapranno i disegni della tigre?

O sarà attraverso l’acqua, il suo divenire, i suoi fiumi,
che Eraclito parlerà delle certezze?

. (altro…)

Notturno Americano di Emidio Clementi. Recensione

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© Giampaolo Zaniboni

 

Notturno Americano è una stanza stretta come un corridoio tra la 33esima e la 12esima Street; è uno “schifosissimo lavoro”; sono le strade lerce di New York o di Chicago percorse a stomaco vuoto, sotto l’effetto di allucinazioni, alla ricerca dell’ispirazione o del senso dei giorni. È un racconto a testa alta, altissima, che ci fa vedere dove i nostri occhi non possono arrivare, due città tra gli anni Dieci e Venti, un’America crudele, sconfinata, respingente, e una vita che accade malgrado tutto. A raccontarcela è Emidio Clementi, che mischia le parole di Emanuel Carnevali da Il primo dio. Poesie scelte. Racconti e scritti critici (Adelphi, 1978, a cura di Maria Pia Carnevali) alle proprie, tratte da L’ultimo Dio (Fazi, 2004 ora Fandango).
La sua monomania per Carnevali, già espressa con i Massimo Volume, la sua band, diventa emblematica con questo reading, ora disponibile su cd (per Santeria/Audioglobe) e da qualche giorno in streaming su Rockit. Già altri protagonisti del mondo del rock italiano, negli ultimi anni, hanno portato sul palco i grandi autori del Novecento – penso, ad esempio, a quanto fatto da Pierpaolo Capovilla con La religione del mio tempo di Pasolini – ma per Clementi questa nuova operazione giunge a chiudere un percorso attorno all’opera di uno scrittore a lungo dimenticato; è una continua riappropriazione, sempre vincente ed efficace, soprattutto nella sua formula “live”.
E proprio la voce – carica e sacra – di Clementi, ripercorre il cortocircuito degli eventi che Carnevali e lui stesso vivono, il disfacimento dell’apparenza e delle proprie illusioni. La musica, qui, è di Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi dei Giardini di Mirò, in un impasto di suoni che vanno dal post-rock all’elettronica, dal noise acustico all’ambient, in grado di sostenere la narrazione non aumentandone il peso specifico, anzi, allineandosi alla violenza e alla potenza delle due prose ma anche della poesia di Carnevali, scavalcando gli ordini di genere.
La scelta dei brani da leggere, in questo lavoro, è cruciale: tocca tutte le corde, quelle della delusione e dell’amarezza di Carnevali e di Clementi, ma soprattutto coglie appieno il ritmo interno dei due romanzi – che poi è lo stesso –, vorace e ultracontemporaneo, facendoci comprendere che Carnevali era capace di precorrere i tempi, lenti, della letteratura di quegli anni.
Emanuel Carnevali si può dire anche anticipi il Mario Soldati di America primo amore (Bemporad, 1935); le loro opere, molto diverse, trovano come comune denominatore il disincanto esperienziale della realtà e l’incapacità di rendere sentimentale quel viaggio agognato e, nel contempo, straordinario.
Ma una cifra interessante è la scelta del titolo del reading: Notturno è anche un celebre romanzo di Gabriele D’Annunzio, scritto tra il 1916 e il 1921 (uscì per Treves), gli stessi anni di Carnevali. D’Annunzio è ormai cieco, e fa della sua prosa lirica una prova del “vedere dove l’occhio non coglie”. Clementi, simbolicamente in linea con questo gioco linguistico – antiromantico – entra nella “sovraumanità” di Carnevali, la sovraespone e la trasforma: la sua non è una parabola ma diventa una verosimile, fortissima, rituale esperienza rock.

© Alessandra Trevisan