Francesca Del Moro: Le conseguenze della musica

Francesca Del Moro, Le conseguenze della musica (Cicorivolta Edizioni)Capita, a volte, che le performance catturino della poesia la traccia lasciata silente nei versi, restituendola arricchita. Capita pure, però, che la musica si avverta già tra le pagine, le righe, le parole, destando sorpresa e attesa. Non deve stupire perciò il fatto che il ‘silenzio’ sia musica di fondo, sia una delle conseguenze della poesia di Francesca Del Moro. Imprescindibile la musica nei suoi versi. Ecco così espresso il nodo con l’elemento primitivo della poesia: la musica legata alla parola. Il flusso continuo delle voci plurime di un canto corale capace comunque di rendere il tutto una sola voce; certo!, con qualche fuori campo perché la poesia è anche ribellione. E la prima ribellione della poesia è quella di porre le domande, non di dare le risposte. Francesca Del Moro ha scritto la domanda nella sua ultima raccolta, non la risposta.
Ha interrogato ogni cosa e dato corpo alle parole: dato a queste un suono. Non parlo dell’intonazione tipica di quando si pone una domanda (pochi punti interrogativi si incontrano in realtà); parlo del suono che rende pieno e allo stesso tempo svuota, denuda l’oggetto come pure il soggetto. Non accompagna neppure il lettore in un punto preciso del suo racconto in versi per svelargli chissà quale realtà, perché la realtà di queste poesie è disvelata sin dall’inizio: la conseguenza della musica è l’amore, perché la musica è conseguenza dell’amore.
L’amore descritto, trascritto, riscritto in ogni sua piega (e piaga?); anche in ogni suo cliché, se si vuole, a costo di raffreddare la tensione. Ma è un rischio inconsciamente messo in conto da chiunque voglia dire qualcosa sull’amore, perché ci si è lasciati andare al fluire, allo scoprirsi, con sorpresa, «letto di fiume / allo scorrere del suono» (p. 14).
In definitiva Le conseguenze della musica di Francesca Del Moro è una dichiarazione di guerra a tutta quella poesia che si imbelletta senza dire nulla. La disarmante chiarezza di questi versi è la conferma dell’esistenza di una tendenza della poesia femminile di restituire sulla carta la vita e il mondo per ciò che sono; una tendenza minoritaria nel numero di chi vi si cimenta, ma destinata a farsi ‘scuola’.

Se lo facessi io
non sarebbe un bel gesto
di coraggio non sarebbe
un’accusa non sarebbe
un moto di disperazione,
non sarebbe un coup de théâtre,
se lo facessi sarebbe il quotidiano
gettare via l’immondizia
quando si è colmato il sacco.

Ecco! ci si sgrava di ogni peso con la naturalezza di un gesto quotidiano, nell’anonimato della gestualità quotidiana; ma ci si sgrava, ci si libera, si svuota il sacco: si dice tutto, ogni cosa, per onorare l’impegno assunto con la scrittura, con la poesia. Per onorare l’impegno con se stessi: quello di rendere un po’ più accettabile (anche musicalmente accettabile) il mondo in cui si vive, cercando anche di capire «come si fa a fare del fondo / di una bottiglia di birra la sfera / di cristallo lo specchio dell’umanità / tutta.» (Fabio Michieli)

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Un canzoniere sui generis, quello di Francesca Del Moro di Le conseguenze della musica; un canzoniere capace di afferrare e portare con sé chi ne legge la partitura e ne ascolta le armonie complesse in questo suo viaggio tra il bassopiano della quotidianità – zerbino di impronte stanche e calpestate ripetutamente – e le vette familiari, frequentate e amorevolmente esplorate, della poesia nei tempi della storia e nel tempo dell’esistenza individuale.
È un canzoniere che sa catturare anche i resistenti, gli scettici per persistente allergia al chiacchierio di emozioni, dunque anche me, che scrivo qui le mie riflessioni sulla raccolta di Francesca Del Moro. Se la materia di cui questo canzoniere è intessuto è la passione struggente per la vita e la letteratura (Francesca Del Moro non separa ed è convinta. a ragione, che non si possano dividere questi due ambiti con fossati artificiosi), il ricamo si compone di punti, originali eppure non dimentichi di lezioni precedenti, di arguta autoironia. (Anna Maria Curci)

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Poesie da Le conseguenze della musica
(scelta di Anna Maria Curci)

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(Alle nove del mattino)

Pulisciti i piedi
sullo zerbino
sfilati l’amor proprio
silenzia la coscienza
preparati un sorriso
ed entra.

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(La voce di Berlinguer)

Tu con sforzo piegavi la voce
a raccogliere le parole.

Con la musica lui racconta
gli occhi lustri e il tremare dei visi
e annodando gli anni scioglie
nodi di lacrime sottili.

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Le schiene impaurite
sono curve sulle scrivanie,
separate dalle mura
della loro solitudine.

Ai bimbi porteremo
la minestra in tavola
e non insegneremo nulla.

Gli occhi fissi sullo schermo
aspettano solo la fine del giorno.

E io sulla tastiera batto
la mia rabbia senza sbocco.

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Il tramonto guardato
dal marciapiede del binario 3
è sempre senza poesia.

Stanchezza, sudore,
passi inquieti avanti e indietro
e il treno che non arriva.

Scambio occhiate con chi capita
e avrei voglia di parlare.

Dai display nuovi di zecca
si alternano gli stessi spot
e un motivetto ipnotico
si ripete e si ripete
piantandocisi in testa.

Siamo topi da laboratorio
sotto questi occhi orwelliani.

Sono una prevaricazione
queste immagini che non voglio vedere,
la musica che  non voglio sentire.

Sono una forma di umiliazione.

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Ci sono giorni
in cui basta pensare al tuo nome
perché le cose cambino colore.
Il tuo nome così pieno
di buffe romanticherie
e di accorate canzoni
e poesie di altri tempi.
Il tuo nome
con quel diminutivo
che fa tenerezza
come te che
come il tuo nome
sei piccola e quindi
facile da abbracciare
con l’immaginazione
ma anche con tutta
la forza del corpo
e allora sembra
di poter contenere
qualcosa di enorme
tutte le bellissime parole
che tu contieni
e tutta l’arte a venire
e tutti i colori possibili
e per ultimo l’azzurro
quello del cielo
tra le mie e le tue labbra
che è il colore dell’infinito
come dici tu o come dico io
più probabilmente
quello del vino.

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Sii sciolta, disinvolta,
sposta lo sguardo in fretta
e non dimenticare
di parlare di continuo
altrimenti agli occhi
può sfuggire una carezza
e a tradirti basta il respiro.

4 comments

  1. Berlinguer? La sua voce?… Che tristezza.
    Triste e grigio è il burocrate.

    Il Pci, dopo aver perseguitato e distrutto la Sinistra rivoluzionaria in perfetto stile statal-stalinista, s’è suicidato aderendo al neoliberismo. Lo psicodramma della Sinistra italiota. E tanto mi basta.

    Il ricco Visconte di Berlinguonne non era affatto una brava persona.

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  2. Caro Sergio, sono una persona di sinistra e attenta più che posso alla politica, ma non ho vissuto quel periodo storico in prima persona e mi guardo bene dal pronunciare giudizi su quello che non ritengo di conoscere abbastanza. La poesia non è una presa di posizione politica, né un’esaltazione della figura che lei detesta. “La voce di Berlinguer” è il titolo di un film di Mario Sesti e Teho Teardo uscito nel 2013, che si apre con l’ultimo discorso di Berlinguer, in cui la musica si armonizza con la voce e la partecipazione emotiva del pubblico presente al tempo e di quello nel cinema dove io mi trovavo. Il discorso è molto toccante, anche per lo sforzo che è costato pronunciarlo, e io così l’ho vissuto. La poesia è un omaggio al film, e a quel particolare intreccio di musica e voce, non a caso il libro si chiama “Le conseguenze della musica”.

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