Mese: marzo 2015

Su “Aforismi e Anacronismi” di Alfonso Berardinelli

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Non è un catalogo ma una sorta di “piccolo manuale per il presente”, non un manifesto ma un utile repertorio, il volume Aforismi Anacronismi di Alfonso Berardinelli (nottetempo, 2015). È una guida per stimolare e potenziare da un lato l’attenzione attorno all’immediatezza di un genere, l’aforisma, e dall’altro per circoscrivere i limiti di una pratica, l’anacronismo, che attraversano insieme la storia delle arti e della critica non solo contemporanee.
Quella di Berardinelli qui (raccontata anche a Radio3 poco tempo fa) è, tuttavia, in prima battuta una necessità autobiografica: «l’amore per la brevità e […] per la condensazione» gli viene da studente e si lega, in seguito, all’interesse nei confronti della poesia, genere in cui «si esce dai tempi morti della narrativa, [in cui] tutta la materia intermedia salta» e che, come l’aforisma “viene quando vuole”.
Tanti gli autori in campo e, solo per citarne alcuni, si va da Seneca a Auden, da Fedro a Karl Kraus (ma nella lista vi sono pure Saba e Sandro Penna) attraversando i secoli. Ma un’attrattiva seconda che si rende più importante per il critico è, infine, quella rivolta al frammento, ai taccuini, agli appunti di studio che completano – a margine – il senso dell’opera che si sta studiando.
«L’aforisma favorisce la memorabilità; […] mi piacciono gli aforismi perché te li porti in tasca, o in testa.» afferma Berardinelli, che in una collezione commentata e ragionata, ne trascrive solo uno di proprio: «Sappiamo davvero solo ciò che sappiamo a memoria.» come a voler ribadire, si può aggiungere, ancora che less is more, citando Mies van der Rohe (e ancora prima il poeta Robert Browning).
Il “tempo”, cruciale in questo discorso, conduce quindi alla sezione dedicata all’anacronismo, in cui si scompagina il “contro-tempo” del critico (vissuto da lui stesso in primis), comune anche a molti filosofi e ad autori che di storia si sono ampiamente occupati. In questo capitolo, l’attenzione si sposta soprattutto su Eliot per il contributo poetico, e poi su Simone Weil (già abbondantemente citata nel capitoletto precedente) e sul Gottfried Benn saggista, questi ultimi riconducibili anche – come non ricordarlo – a Cristina Campo, che ne ha fatto due “imperdonabili maestri”. La Campo esprimeva attraverso loro (e altri) un dissenso per le cose in voga comune anche a Berardinelli, il cui contributo critico – ad esempio – all’Opera di Pasolini si è reso fondamentale per poterlo leggere oggi.
Tutti i percorsi tracciati appaiono validi per affrontare in modo nuovo la sfida dell’uomo-critico alla contemporaneità, annunciata già nella quarta di copertina, ma a chi legge forniscono strumenti altri per concretare la realtà.

© Alessandra Trevisan

Giornata mondiale della poesia 2015: le nostre (ri)proposte

Oggi, 21 marzo 2015, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, proponiamo la (ri)lettura di alcuni nostri articoli dedicati a voci poetiche a noi care.

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Poeti a scuola # 3. Intervista a Daniela Attanasio

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Fotografia di Dino Ignani

Questa che segue è la terza di un ciclo di interviste in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?  

In realtà non ho avuto molte occasioni d’incontro con gli studenti, o meglio, ne ho avute ma non continuative, piuttosto saltuarie. Non è così usuale che i poeti vengano invitati a parlare nelle scuole a meno che non siano proprio loro a cercare e a mantenere rapporti di conoscenza e amicizia con i professori. In ogni caso tutte le volte che sono andata ho trovato un clima mite e turbolento, distintamente segnato da chi è intellettualmente curioso e vivo -e anche ‘attrezzato’ a ‘sentire’ la poesia- e chi invece percepisce questi incontri, proprio perché saltuari e occasionali, come tempo da dedicare al non-studio e al disturbo.
Penso che nella scuola superiore italiana – e lì che mi sono sempre trovata –  gli incontri e i raffronti con artisti, poeti, scrittori, scienziati, filosofi, musicisti ecc, dovrebbero fare parte del programma scolastico e produrre risultati di studio. Un poeta contemporaneo può parlare della sua poesia o di quella di un poeta passato con più passione, maggiore apertura d’indagine e visione d’insieme di un qualsiasi manuale di letteratura, offrendo in più agli studenti l’esperienza, sofferta ma anche esaltante, di chi “si accosta con la propria esistenza alla lingua, ferito di realtà e realtà cercando”.
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Riletti per voi #1 – Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione – che siano pochi o molti anni, pare non interessare, invece, a un mercato editoriale che macina e dimentica – conservano intatte bellezza e verità. La prima puntata si apre con Winterreise di Manuel Cohen, che con questo volume si aggiudicò il Premio Fortini 2011.

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Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale. Nota introduttiva di Gianmario Lucini, CFR 2012

Nella bella prefazione a Winterreise di Manuel Cohen, Gianmario Lucini avvertiva che le analogie tra il ciclo di Lieder – che sarebbero stati poi musicati da Schubert – del poeta romantico tedesco Wilhelm Müller, oggi ricordato quasi esclusivamente per aver avuto l’onore di una versione in musica per questo ciclo e per l’altro, Die schöne Müllerin, non erano molte. Del resto, Manuel Cohen manifesta già nel sottotitolo il filo conduttore della raccolta: La traversata occidentale. Di questo interminabile inverno, del quale l’autore ricorda nella nota iniziale alcune tappe – dal Tramonto dell’Occidente alla prima Guerra del Golfo, dalla Shoah alla strage di via D’Amelio, passando per Chernobyl e la caduta del muro di Berlino − si dipanano in questa raccolta le tracce, aguzze, spoglie, piene di considerazioni caparbiamente – e felicemente, aggiungo io, ché per motivi generazionali e scelte non posso che provare riconoscenza e riconoscimento quando leggo testi, ad esempio, come (comitato sofri) – inattuali, di un passaggio per gole impervie (la solitudine, tratto comune a entrambi i “viaggi d’inverno”) e di un incontro beffardo con pingui muri di gomma, untuosi potenti, sazi sgomitanti e puntualmente ignari.
Nelle XI sezioni – tutte declinazioni dell’inverno − che abbracciano le ottave scritte in venti anni, dal 1989 al 2009, la satira assume le forme di una poesia che si esprime con ritmi precisi, in prevalenza endecasillabi («risorsa occidentale che dirupa») o settenari («dove brucia una mina»), con rime dal volo alto («Vola alta, parola») o radente: che siano esse alternate o, di preferenza,  baciate, il suo bersaglio è l’occidente pieno di sé. Come non pensare, allora, a un altro inverno, quello dei versi satirici di Germania, una fiaba d’inverno di Heinrich Heine? Come il Wintermärchen di Heine, anche la Winterreise di Cohen unisce all’invettiva perfettamente calzante e ben mirata una ragguardevole sollecitudine nei confronti della prosa (Arendt di Ebraismo e modernità, Yehoshua de Il signor Mani) e, soprattutto, della poesia di altri autori – Luzi, Pasolini, Fortini, Bellezza, ma, andando indietro, anche Tasso, solo per menzionarne alcuni −, sollecitudine efficace nell’opera di sottrazione alla dimenticanza e alla superficialità. È vero amore che nasce dalla frequentazione quotidiana, dalla scelta di bellezza e pensiero concepiti come ultimi avamposti all’incuria e al disastro perpetrato nel tempo, allo sfacelo, al precipitare e disgregarsi che il verbo “dirupare”, usato sia come transitivo sia come intransitivo, ma sempre alla terza persona singolare dell’indicativo presente, racchiude ed esprime in modo esemplare.
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Poesia latinoamericana #10: José Lezama Lima

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il decimo e ultimo appuntamento con la poesia latinoamericana ci riporta a Cuba con José Lezama Lima. Termina così il nostro breve ma ricco viaggio tra le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo. Rimane però l’attesa che il progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndez, si materializzi nelle nostre mani, e continui il dialogo qui avviato. [fm]

José Lezama Lima

JOSÉ LEZAMA LIMA

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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José Lezama Lima (Cuba, 1910 – 1976). Poeta e saggista. È autore di un’opera culterana popolata di enigmi, chiavi, allegorie. La sua estetica è caratterizzata da una tempra erotica che soggiace in ogni verso. Fu contemporaneo di una generazione notevole di autori tra i quali si segnalano Gastón Baquero, Cintio Vitier, Eliseo Diego e Virgilio Piñera. Nel 1966 vide la luce il romanzo Paradiso, considerato il suo capolavoro, nel quale espone in forma rotonda ed estrema un immaginario che si alimenta nel barocco e nel simbolico. Tra i suoi libri di poesia figurano: Muerte de Narciso (1937), Enemigo rumor (1941), La fijeza (1949), Dador (1960), Antología de la poesía cubana (1965), Obras completas (1975) e Fragmentos a su imán (1978), pubblicato postumo.

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AH, QUE TÚ ESCAPES

 

Ah, que tú escapes en el instante
en el que ya habías alcanzado tu definición mejor.
Ah, mi amiga, que tú no quieras creer
las preguntas de esa estrella recién cortada,
que va mojando sus puntas en otra estrella enemiga.

Ah, si pudiera ser cierto que a la hora del baño,
cuando en una misma agua discursiva
se bañan el inmóvil paisaje y los animales más finos:
antílopes, serpientes de pasos breves, de pasos evaporados
parecen entre sueños, sin ansias levantar
los más extensos cabellos y el agua más recordada.
Ah, mi amiga, si en el puro mármol de los adioses
hubieras dejado la estatua que nos podía acompañar,
pues el viento, el viento gracioso,
se extiende como un gato para dejarse definir.

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AH, CHE TU SCAPPI

Ah, che tu scappi nell’istante
in cui avevi già raggiunto la tua definizione migliore,
Ah, amica mia, che tu non voglia credere
alle domande di quella stella appena tagliata,
che sta bagnando le sue punte su un’altra stella nemica.

Ah, se potessi essere certo che all’ora del bagno,
quando in una stessa acqua discorsiva
si bagnano l’immobile paesaggio e gli animali più fini:
antilopi, serpenti dal passo breve, dal passo evaporato
paiono tra i sogni, senza ansie sollevare
i più estesi capelli e l’acqua più ricordata.
Ah, amica mia, se nel puro marmo degli addii
avessi lasciato la statua che ci poteva accompagnare,
poiché il vento, il vento grazioso,
si estende come un gatto per lasciarsi definire.

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UNA OSCURA PRADERA ME CONVIDA

 

Una oscura pradera me convida,
sus manteles estables y ceñidos,
giran en mí, en mi balcón se aduermen.
Dominan su extensión, su indefinida
cúpula de alabastro se recrea.
Sobre las aguas del espejo,
breve la voz en mitad de cien caminos,
mi memoria prepara su sorpresa:
gamo en el cielo, rocío, llamarada.
Sin sentir que me llaman
penetro en la pradera despacioso,
ufano en nuevo laberinto derretido.

Allí se ven, ilustres restos,
cien cabezas, cornetas, mil funciones
abren su cielo, su girasol callando.
Extraña la sorpresa en este cielo,
donde sin querer vuelven pisadas
y suenan las voces en su centro henchido.
Una oscura pradera va pasando.
Entre los dos, viento o fino papel,
el viento, herido viento de esta muerte
mágica, una y despedida.
Un pájaro y otro ya no tiemblan.

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UN OSCURO PRATO MI INVITA

Un oscuro prato mi invita,
le sue tovaglie stabili e attillate,
girano in me, nel mio balcone s’addormentano.
Dominano la sua estensione, la sua indefinita
cupola di alabastro si ricrea.
Sopra le acque dello specchio,
breve la voce in mezzo a cento cammini,
la mia memoria prepara la sua sorpresa:
daino nel cielo, rugiada, fiammata.
Senza sentire che mi chiamano
penetro nella prato lentamente,
risoluto in nuovo labirinto disciolto.

Lì si vedono, illustri resti,
cento teste, cornette, mille funzioni
aprono il suo cielo, il suo girasole tacendo.
Strana la sorpresa in questo cielo,
dove senza volerlo tornano impronte
e suonano le voci nel loro centro colmato.
Un oscuro prato sta passando.
Tra i due, vento o fine carta,
il vento, ferito vento di questa morte
magica, una e licenziata.
Un uccello e un altro più non tremano.

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UNA BATALLA CHINA

 

Separados por la colina ondulante,
dos ejércitos enmascarados
lanzan interminables aleluyas de combate.
El jefe, en su tienda de campaña,
interpreta las ancestrales furias de su pueblo.
El otro, fijándose en la línea del río,
ve su sombra en otro cuerpo, desconociéndose.
Las músicas creciendo con la sangre
precipitan la marcha hacia la muerte.
Los dos ejércitos, como envueltos por las nubes,
se adormecen borrando los escarceos temporales.
Los dos jefes se han quedado como petrificados.
Después cuentan las sombras que huyeron del cuerpo,
cuentan los cuerpos que huyeron por el río.
Uno de los ejércitos logró mantener
unida su sombra con su cuerpo,
su cuerpo con la fugacidad del río.
El otro fue vencido por un inmenso desierto somnoliento.
Su jefe rinde su espada con orgullo.

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UNA BATTAGLIA CINESE

Separati dalla collina ondulante,
due eserciti mascherati
lanciano interminabili alleluia di combattimento.
Il capo, nella sua tenda di campagna,
interpreta le ancestrali furie del suo popolo.
L’altro, osservando la linea del fiume,
vede la sua ombra in un altro corpo, senza riconoscersi.
Le musiche crescendo con il sangue
precipitano la marcia verso la morte.
I due eserciti, come avvolti dalle nubi,
s’addormentano cancellando le digressioni temporali.
I due capi sono rimasti come pietrificati.
Dopo contano le ombre che sono fuggite dal corpo,
contano i corpi che sono fuggiti lungo il fiume.
Uno dei due eserciti è riuscito a mantenere
unita la sua ombra con il corpo,
il suo corpo con la fugacità del fiume.
L’altro è stato sconfitto da un immenso deserto sonnolento.
Il suo capo consegna la propria spada con orgoglio.

Mi disciplino al buono. Inediti di Francesca Ruth Brandes

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© Yasuzō Nojima, Nude from rear, 1930

 

Mi disciplino al buono
non quell’attimo aperto
non l’assenza di dolore

piuttosto lo scavare nella terra
campo arato carne arsa
nel fiato ripreso a stento

dammi la mano
mentre scavo
fammi luce con gli occhi

la vedi la vedi tu
quella noce dolente
tra le zolle

Il buono pesa
nel cavo del petto
e riluce.

    ***

 

Instabile
con grande impegno
nell’esercizio della gioia

rigorosa per scelta
nella grazia festiva
sto qui nel benedire
la fibra il tempo
l’occasione
i virtuosi per abilità
i fiori nutriti dal fondo
la lotta agli specchi.

Vorrei rispondere folle
mosca lieve pericolosa
e ballare per sempre
ai quotidiani miracoli

nonnulla di splendore

***

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Una frase lunga un libro #4: Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili

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Una frase lunga un libro #4: Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili – Adelphi (prima edizione 1991, ultima ristampa 2014) – traduzione di Gilberto Forti

 

E giurai a me stesso che se mai fossi riuscito a tirarmi fuori dal mio impero, per prima cosa sarei venuto a Venezia, avrei affittato una camera al pianterreno di un palazzo, in modo che le onde sollevate dagli scafi di passaggio venissero a sbattere contro la mia finestra, avrei scritto un paio di elegie spegnendo le sigarette sui mattoni umidi del pavimento, avrei tossito e bevuto; e quando mi fossi trovato a corto di soldi, invece di prendere un treno mi sarei comprato una piccola Browling di seconda mano e, non potendo morire a Venezia per cause naturali, mi sarei fatto saltare le cervella.

È probabile che non esista altra frase al mondo che sappia rendere meglio l’amore per Venezia e il suo trascinarti all’interno, nel suo sotto. Entri a Venezia e, se ne scovi la chiave, le appartieni. Venezia, invece, a te non apparterrà mai. Brodskij questo lo sapeva benissimo e lo mise anche in poesia. Prima, però, di analizzare la frase, diciamo del libro. Fondamenta degli incurabili è un libro che racconta la capacità di immedesimarsi, che spiega che cosa significhi far parte di qualcosa senza il vincolo della Patria (concetto chiaro a molti scrittori); di più: immedesimarsi a Venezia, con Venezia, vuol dire fondersi davvero, mischiarsi all’umido e alla bellezza Quando, in questa città, avverti una fitta alle ossa, sai che è l’umidità, la senti, e quando la riconosci senti anche una fitta al cuore, perché quello che ti è entrato dentro è molto più dell’umido. È un’altra maniera di guardare le cose, è riconoscere la bellezza, un tipo diverso di bellezza, sentirla un po’ tua e, contemporaneamente, avere la certezza di non poterla raggiungere: Perché noi andiamo e la bellezza resta. Brodskij, stesso, nel libro spiega che la bellezza non la si può nemmeno raccontare.
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Enrico De Lea dalla raccolta inedita “La furia refurtiva”

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berlino – foto gm

Dalla sezione “Suono del vento primo

 

*

Al momento lo sguardo non chiede allo sguardo
dell’alba sul paesaggio posseduto
su un prima e su un dopo, nel tempo di un ritardo,
dove nulla è la notte o la sera di un saluto,
la canna che riecheggia, il risonante cardo
nel secco dei terrazzi sul limite perduto −
riva sonante d’aria, vi arrivano le voci
le indistinte profferte delle croci…

 

*

Prima dei sentieri, il ricongiungersi sordo
ignora la luna del Sant’Elia nel primo chiarore,
le parole hanno il sapore del pane morso
e lasciato indurire, da gettare poi nel pastone
per i maiali, troppo umani, che traversano l’orto
e sotto le Rocche si allarga ogni colore
del mondo, ma ora si fermi un attimo l’aria,
si illumini ancora poco la vita temeraria.

 

*

La resistenza – del corpo – al sole meridiano
è contraddetta all’alba dalla fissità dell’aria
che si apre alito breve, in salita dal piano
alle vigne, sparite sulla timpa millenaria,
e ancora – il corpo – si vuole arcano
con tutta la vittoria della visione varia:
qui i morti ancora seminano concetti,
trovature-frutti da piante senza difetti.

 

*

L’alba all’infinito cerchio intorno all’aia
sotto il crinale improvviso del cantone bianco
non dimentica l’acqua sotto la terra e l’aria,
simula tuttavia l’età dell’oro e dell’ammanco
del grano, che un vento rammentato spaglia,
che un silenzio rompe nel silenzio franco,
così si apprende che poco ci rimane,
si apprende all’alba delle luci vane.

 

*

L’individuo-calore dal buio saggia la sorte,
volge da parte il peso del lenzuolo,
si fa leggero nell’aria senza colore,
si rotola, simula da terra come un volo
poi diviene nel fresco l’individuo-chiarore,
cerca oltre sé un noi senza catena e ruolo.
Per tali fatti tace ma sommuove il vento
e si ripete nella luce dell’evento.

 

*

Ma presto la forma discendente delle case
non è che la forma sospesa di foglie
che musicano, note di brezza, in alto rase
dalla luce che la collina raccoglie
interamente, uno spartito che vibra di pause
nella clausura feroce di fedi e voglie
d’arenaria e di rivolo nascosto,
di spine in gloria del viottolo avamposto.

 

*

Porto le brocche per un suono d’acqua
in quale alba, mi chiedo, che appartiene al sonno,
dalla fonte alla casa, quel cammino tocca
le pietre che ritmano il passo ed il ritorno,
le brezze mute, astute sotto i porticati,
le arcate sulla visione, il buio forno.
Chiudo la casa di mio padre al mondo,
voglio le voci in coro, dal profondo.

 

*

L’alba dell’inizio è luce che ignora
il principio di polvere del mondo,
oltre il sommo dell’ora prima, ora
di suoni liberati dal profondo,
il chiarore è il fermo suono di chi adora
il seme che non attende il giorno fondo,
nessuna pace dello sguardo e del cammino,
la terra avvampa al corpo più vicino.

 

*

© Enrico De Lea

 

I giorni di Giovanna Rosadini

Rosadini

 

Inizio, ritorno, ombra, sono le parole portanti dell’ultimo libro di Giovanna Rosadini, Il numero completo dei giorni, edito da Aragno nel 2014. L’insieme delle poesie è un impasto veramente denso, e il meglio di questo impasto è nel momento in cui sa farsi canto, così marcato per molti tratti, perfettamente udibile. Una poesia, quella di Rosadini, che prima della pagina, più ancora di essa, sembra costruirsi o pare destinata a essere letta a voce alta.
Tutto il libro permette che si avverta continuamente un’oscillazione tra fissità e movimento, tutta tesa fra poli antitetici, con l’avvicendarsi di un e di un no, affermazione e negazione che da sempre sono del resto le forze fautrici del nostro stesso impasto, del travaglio che ci disegna, uomini e donne di questa terra.
Il viaggio avviene attraverso le Parashot, le suddivisioni annuali della Torah, lette settimanalmente in pubblico durante lo Shabbat. Una traversata sapiente del Pentateuco, da Genesi a Deuteronomio, svolta per nodi essenziali. Tra le parole chiave, appunto, l’inizio, la possibilità sempre presente, a qualsiasi altezza della vita, di sperimentare una rinascita, che sia emotiva, spirituale, anche fisica. Di qui il ritorno, altro tema cardine, la riconnessione cioè con una sostanza originaria sorgiva… Lech Lechà, Abramo che segue l’esortazione divina abbandonando Ur, città in cui è ricco e potente, per mettersi in cammino verso una realtà che non conosce, in senso metaforico e psicologico. Vai a te stesso, dunque, è l’insegnamento: solo mettendoci a rischio possiamo trovare noi stessi. Ma l’insegnamento passa anche, necessariamente, attraverso Va-Ishlàch, la lotta di Giacobbe con l’angelo: solo combattendo, facendo i conti con la propria ombra (le proprie paure, i propri fantasmi) possiamo diventare realmente forti, solo conoscendole e metabolizzandole si possono superare le proprie debolezze. Ed è significativo che la benedizione impartita dall’angelo a Giacobbe, al momento del congedo, sia in forma di ferita: solo nella claudicazione che ne conseguirà Giacobbe potrà passare dall’io al noi, diventerà Israel.
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Poeti a scuola #2: Intervista a Maria Grazia Calandrone

Fotografia di Dino Ignani

Fotografia di Dino Ignani

Questa che segue è la seconda di un ciclo di interviste in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Maria Grazia Calandrone: Incontro studenti tra i 12 e i 25 anni. Per i più piccoli ho inventato un metodo, un trenino di parole da costruire insieme. Più aumenta l’età dei ragazzi, meno si parla e gioca, perché certi danni dell’insegnamento della poesia sono già stati compiuti, certe formalità sono state imposte e sovrapposte alla gioia semplice dell’ascolto (non ce l’ho in particolare con gli insegnanti, i quali devono rispettare programmi che raramente insistono nell’ascolto del canto del testo). Eppure, certi ragazzi chiedono ancora, qualcuno ancora vuole sapere. E allora poi anche gli altri.

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STORIE VENUTE DAL FREDDO (cronache di dissenso e critica antisovietica) – di Maurizio Ceccarani

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Mosca – Cattedrale di San Basilio. Foto di Maurizio Ceccarani

STORIE VENUTE DAL FREDDO

(cronache di dissenso e critica antisovietica)

Prima dello scoppio della Grande guerra l’arretrato sistema produttivo della Russia non riusciva a soddisfare il fabbisogno nazionale di grano. I grandi proprietari terrieri trovavano più redditizio esportare il raccolto e dei circa 160 milioni di abitanti solo un’esigua minoranza viveva agiatamente o poteva permettersi uno stile di vita diverso dalla miseria. La situazione si aggravò ulteriormente con l’impegno della Russia sul fronte orientale, impegno che, oltre a procurare la nota mattanza, fece precipitare il paese nella fame e nella disperazione. Ce n’è abbastanza per giustificare e capire, per quanto sanguinosa, una rivoluzione. Poi, nel ’22, nacque l’URSS che, con un regime totalitario, avviò la ripresa economica del paese; riorganizzò una sterminata landa di terra difficile e inospitale in strutture sociali e politiche; diede dignità, scuole e ospedali a villaggi persi nella steppa; unificò sotto una sola bandiera etnie dimenticate nelle pianure asiatiche; ricompattò un territorio in cui, andando da ovest e est, bisogna rimettere l’orologio per undici volte. Nel giro di venti anni quello che era il paese più arretrato d’Europa diventa la seconda potenza mondiale, sconfigge il nazismo e pone un argine all’imperialismo americano.

I frutti del sistema economico comunista son ben delineati e studiati da Eric Hobsbawm nel suo famoso saggio Il secolo breve. Hobsbawn mette a confronto i risultati raggiunti dall’URSS con quelli deludenti del sistema capitalistico colpito della crisi tra le due guerre. Infatti parafrasando lo storico britannico l’unico paese a essere immune dalla crisi era proprio quello che aveva rinunciato al capitalismo. La produzione industriale sovietica nel giro di un decennio triplicò mentre quella di paesi occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia continuava a calare. L’URSS era l’unico paese senza disoccupazione e in piena crescita, un paese che, oltre a svilupparsi economicamente, stava dando vita a strutture sociali che i sudditi dello Zar non avevano mai conosciuto. Tra il ’30 e il ’35, molti osservatori stranieri visitarono l’Unione sovietica, attratti più dal fenomeno economico e dalla società che si stava costruendo, che dai metodi brutali con cui certi risultati erano stati raggiunti.

Dopo il secondo conflitto l’URSS dividerà ideologicamente l’occidente. Tra gli anni Cinquanta e Settanta in molti hanno visto l’Unione Sovietica come un modello politico a cui tendere, o come la realizzazione dell’utopia socialista. Dopo il ’91 molte di quelle persone hanno rivisto alcune posizioni, rinunciando all’ideologia e conservando magari un’idea più moderata o, se vogliamo, più occidentale di socialismo. Molti altri, forse nostalgici, o troppo romantici, o semplicemente per convinzione politica non lo hanno fatto. Ecco, questi ultimi potrebbero incredibilmente soffrire nella lettura di alcuni dei libri più antisovietici che mi siano capitati tra le mani. Quel successo industriale, quell’acquisita potenza sul piano internazionale ebbero un prezzo altissimo di vite, di sofferenze, di libertà. Poiché, come sosteneva Vittorini, il compito dell’intellettuale non è quello di suonare il piffero alla rivoluzione, ma forse, tra l’altro, quello di dare parola alla sofferenza, propongo  un percorso di letture di autori che mostrarono la loro contrarietà al regime, che ne denunciarono gli abusi e subirono le conseguenze del loro gesto, e di autori che, pur non essendo direttamente coinvolti, ebbero la capacità di raccontare  storie che quel regime hanno in qualche modo stigmatizzato. Si tratta di letteratura di una qualità straordinaria che, comunque la si pensi sull’Unione Sovietica, non può essere ignorata o semplicemente liquidata come faziosa. In questo percorso vi sono molte lacune, alcune involontarie altre volute. Mancano infatti i dissidenti più famosi come Pasternak e Solženicyn, che meriterebbero un’attenzione a parte. (altro…)

Geografia dei Santo Barbaro

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Di recente, uno dei dischi che mi ha entusiasmato di più è stato senz’altro Geografia di un corpo dei Santo Barbaro. Per questo nuovo album Pieralberto Valli e Franco Naddei hanno chiamato a raccolta altri sette musicisti della scena indipendente italiana e, in soli tre giorni, sono riusciti a registrare tutto in presa diretta. Christoph Brehme ha filmato una sorta di video-documentario visibile sul canale youtube della band. Abbiamo contattato Pieralberto per fargli qualche domanda.

 

 

Dovendo presentare i Santo Barbaro ai lettori di Poetarum Silva, come li definiresti?
Un gruppo postumo di musica italiana?

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