Simone Ghelli – Metallurgico

DSCI0309

Simone Ghelli – Metallurgico

 

Ore 5.00: suono meccanico che affonda nelle orecchie, inchiodato al giaciglio, ossa scavate di freddo, brividi sulla pelle. Improvviso, il sogno è svanito. Dieci minuti ancora: testa che si abbassa sotto acqua gelata, nervi addormentati solleticati, esce dalla placenta l’essere urlante e pretende di ritornare al niente. E poi: aroma di caffè e latte bollente, una sacca riempita di fretta con pensieri di resa, il ricordo di occhi spenti dietro a rincorse di parole.
Ore 6.00: odore di bruciato che sale verso stelle incolori, totem di acciaio su profilo costiero. Gli automi in fila recano loro in dono il proprio corpo consunto. Lingue di fuoco colorano l’alba mentre prenoto un biglietto per l’inferno. Cari compagni: è giunta l’ora, stringo i pugni per sentirmi vivo. Una corsa che occupa l’arco di un gesto perché ritorni il medesimo. Producendo vapore per la locomotiva abbiamo deragliato dai binari della catena di montaggio, adagiati a rimorchio non appena il rischio moltiplica la scelta.
Ore 7.00: il muco è già nero, s’incolla secco lungo le pareti delle narici. Gli acidi generano fumi tossici che i veri uomini affrontano con vigore, dilatando i confini del contratto sociale. Li ricordo immortalati verso il sol dell’avvenire, ma è passato il tempo dei Rousseau e le utopie nuotano adesso negli oli di scarto come relitti alla deriva. Bruciano pagine di celluloide solcate da fiumi di sperma ridotto in sofismi, siam giunti al punto di fusione ed ora ci attende entropia.
Ore 8.00: lo stomaco già gorgoglia, un corpo magro sotto i pesi industriali dell’era dei consumi. Non avrò tempo per digerire tutto ciò, ma i lunghi vermi di acciaio indicano la strada verso il futuro.
Ore 9.00: minuti disciolti nell’acido, li sento cadere goccia a goccia, nuvole sulfuree sopra la mia testa di cane. Bestemmio dio poiché luce non fu.
Ore 10.00: non c’è bisogno di urinare, la pelle evapora sotto tute antisettiche, fiumi di lacrime irrorano i bacini ormonali. Richiami all’ordine: sono uno schiavo che ride sotto l’elmetto.
Ore 11.00: limatura di ferro tra i piedi, d’argento le dita: quanti giorni ancora brucerò nella nera ciminiera? Il segreto di Prometeo striscia tra innumerevoli ingranaggi, ricomposto pezzo a pezzo da bocche che attendono il pasto freddo.
Ore 12.00: sole allo zenit che contorce lamiere aziendali, fiori appassiti risalgono il tunnel dell’orrore cantando un ebete  dialetto, residua resistenza alla fame che strizza budella fino a mangiarsi l’anima, lastra opaca che non riflette più niente.
Ore 13.00: le membra si accartocciano su tavole sfibrate, si affoga di sbadigli davanti a sogni di gloria protetti sotto vuoto da colori artificiali. Qualcuno prova a parlare: bocche che si muovono in improvviso silenzio. Riposate animali, riposate.
Ore 14.00: accecata d’aria è la colonna infame, monotoni i passi di chi senza sguardo dà il cambio. In direzioni opposte, convogli di carne al macello.
Viviamo di questo o per questo viviamo?
Io so solo di cos’è che moriamo.

© Simone Ghelli