Giorno: 22 marzo 2015

Anna Maria Carpi e il sentimento del tempo

 

Anna Maria Carpi. da qui

Anna Maria Carpi. da qui

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Dove sei Magnificat di Bach,
pura bellezza, fede illimitata
che in te l’umano o qualche umano è salvo?
Anna Maria Carpi

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Si fa parole e musica il pensiero, nella produzione lirica così come nella narrativa di Anna Maria Carpi, guarda in faccia il tempo, bimbo sfrontato che pasticcia e sguscia. La voce non demorde, mentre lo sguardo si china sulla mano che scalfisce il muro e obietta, con forza e decisione, doti unite alla capacità di guardare indietro e oltre, senza dimenticare, sì, ma senza cadere preda di alcuna ‘trasfigurazione’ fallace del ricordo. Mi piace sottolineare oggi, nel giorno del compleanno di Anna Maria Carpi, questo sentimento del tempo, proponendo alla (ri)lettura una poesia dalla raccolta Quando avrò tempo e l’incipit del romanzo di formazione Il principe scarlatto. (A.M. Curci)

QUANDO AVRÒ TEMPO dico
e so che non l’avrò:
mai l’afferro o lo fermo,
non mi sta in mano il tempo,
palpita stride becca vola via.
E io che intanto
ingombro questa casa come un bimbo
che sparge intorno i giochi
e di far ordine non è mai il momento
e nemmeno è capace, se non viene sua madre.

da: Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo. Poesie 2010-2012, Transeuropa edizioni 2013

 

«È da un pezzo ormai che neppure tra amici si parla più di se stessi, di come si è o del proprio destino. Ne manca il tempo, e a parte questo ormai si sa che un io semplice e fisso non c’è, è solo un’apparenza, un assemblaggio di parole o peggio ancora una malattia. Peccato. Anche se è ben vero che quasi tutto ciò che sono l’ho preso da fuori, e molto da mio padre e da mia madre, tanto che a volte mi pare di essere nata anch’io nel loro secolo – che è ormai due secoli fa, perché quando mi hanno messa al mondo si avvicinavano entrambi ai cinquanta. E forse che ho un equilibrio, ho deciso qualcosa, so da che parte andare, se mettermi una volta per tutte in proprio o correre dietro agli altri? No. Che cos’ho di mio? Niente. La mia è soltanto una storia d’obbedienza. A che? A chi? Non lo so. Io lo chiamo il principe scarlatto».

da: Anna Maria Carpi, Il principe scarlatto, Baldini Tartaruga, Milano 2002, p. 7

Su “Aforismi e Anacronismi” di Alfonso Berardinelli

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Non è un catalogo ma una sorta di “piccolo manuale per il presente”, non un manifesto ma un utile repertorio, il volume Aforismi Anacronismi di Alfonso Berardinelli (nottetempo, 2015). È una guida per stimolare e potenziare da un lato l’attenzione attorno all’immediatezza di un genere, l’aforisma, e dall’altro per circoscrivere i limiti di una pratica, l’anacronismo, che attraversano insieme la storia delle arti e della critica non solo contemporanee.
Quella di Berardinelli qui (raccontata anche a Radio3 poco tempo fa) è, tuttavia, in prima battuta una necessità autobiografica: «l’amore per la brevità e […] per la condensazione» gli viene da studente e si lega, in seguito, all’interesse nei confronti della poesia, genere in cui «si esce dai tempi morti della narrativa, [in cui] tutta la materia intermedia salta» e che, come l’aforisma “viene quando vuole”.
Tanti gli autori in campo e, solo per citarne alcuni, si va da Seneca a Auden, da Fedro a Karl Kraus (ma nella lista vi sono pure Saba e Sandro Penna) attraversando i secoli. Ma un’attrattiva seconda che si rende più importante per il critico è, infine, quella rivolta al frammento, ai taccuini, agli appunti di studio che completano – a margine – il senso dell’opera che si sta studiando.
«L’aforisma favorisce la memorabilità; […] mi piacciono gli aforismi perché te li porti in tasca, o in testa.» afferma Berardinelli, che in una collezione commentata e ragionata, ne trascrive solo uno di proprio: «Sappiamo davvero solo ciò che sappiamo a memoria.» come a voler ribadire, si può aggiungere, ancora che less is more, citando Mies van der Rohe (e ancora prima il poeta Robert Browning).
Il “tempo”, cruciale in questo discorso, conduce quindi alla sezione dedicata all’anacronismo, in cui si scompagina il “contro-tempo” del critico (vissuto da lui stesso in primis), comune anche a molti filosofi e ad autori che di storia si sono ampiamente occupati. In questo capitolo, l’attenzione si sposta soprattutto su Eliot per il contributo poetico, e poi su Simone Weil (già abbondantemente citata nel capitoletto precedente) e sul Gottfried Benn saggista, questi ultimi riconducibili anche – come non ricordarlo – a Cristina Campo, che ne ha fatto due “imperdonabili maestri”. La Campo esprimeva attraverso loro (e altri) un dissenso per le cose in voga comune anche a Berardinelli, il cui contributo critico – ad esempio – all’Opera di Pasolini si è reso fondamentale per poterlo leggere oggi.
Tutti i percorsi tracciati appaiono validi per affrontare in modo nuovo la sfida dell’uomo-critico alla contemporaneità, annunciata già nella quarta di copertina, ma a chi legge forniscono strumenti altri per concretare la realtà.

© Alessandra Trevisan