Poeti a scuola # 3. Intervista a Daniela Attanasio

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Fotografia di Dino Ignani

Questa che segue è la terza di un ciclo di interviste in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?  

In realtà non ho avuto molte occasioni d’incontro con gli studenti, o meglio, ne ho avute ma non continuative, piuttosto saltuarie. Non è così usuale che i poeti vengano invitati a parlare nelle scuole a meno che non siano proprio loro a cercare e a mantenere rapporti di conoscenza e amicizia con i professori. In ogni caso tutte le volte che sono andata ho trovato un clima mite e turbolento, distintamente segnato da chi è intellettualmente curioso e vivo -e anche ‘attrezzato’ a ‘sentire’ la poesia- e chi invece percepisce questi incontri, proprio perché saltuari e occasionali, come tempo da dedicare al non-studio e al disturbo.
Penso che nella scuola superiore italiana – e lì che mi sono sempre trovata –  gli incontri e i raffronti con artisti, poeti, scrittori, scienziati, filosofi, musicisti ecc, dovrebbero fare parte del programma scolastico e produrre risultati di studio. Un poeta contemporaneo può parlare della sua poesia o di quella di un poeta passato con più passione, maggiore apertura d’indagine e visione d’insieme di un qualsiasi manuale di letteratura, offrendo in più agli studenti l’esperienza, sofferta ma anche esaltante, di chi “si accosta con la propria esistenza alla lingua, ferito di realtà e realtà cercando”.

C’è una poesia che ho molto amato quando mi ci sono scontrata per caso, e di cui purtroppo non ricordo l’autore. Cominciava polemizzando con quella frase che sempre si dice a scuola:cosa voleva dire qui l’autore, come se il poeta volesse dire qualcosa di diverso. Il che è vero: ma quel voleva fa violenza, spinge verso la normalizzazione, e il poeta rischia di venire dipinto come un incapace a dire che complica per puro gusto il gioco in tavola. Ti viene in mente un’occasione, un aneddoto, in cui si è dovuto fondare un linguaggio tutto nuovo per spiegare l’artigianato del poeta?

La poesia non si insegna, tantomeno con giochi, strategie o griglie linguistiche. La si può invece rendere accessibile e trasmettere ma questo dipende dalla competenza, dalla voce e dal carisma di chi si assume questo compito. A me è andata sempre piuttosto bene.

Chi avresti voluto per un incontro in classe ai tempi del liceo, e perché?

Durante la mia vita di studentessa non ho mai incontrato a scuola un poeta. Qualche scrittore, un giornalista… poeti mai. A quattro o cinque anni, però, sapevo già chi fosse un poeta. L’avevo visto e riconosciuto camminando per via Veneto con mia madre. Fu lei a indicarmelo, con la voce sommessa di chi sta trasmettendo un’informazione sconveniente. Ne ricevetti un’impressione molto lucida e ferma, come se in quel momento io stessi guardando quell’uomo – seduto al caffè Doney con un cappotto di cammello sulle spalle – con tutta la concentrazione di cui disponevo, per non dimenticarlo più. Era Vincenzo Cardarelli.


Daniela Attanasio è autrice, critica letteraria e traduttrice. In poesia ha pubblicato La cura delle cose (Empiria 1993), Sotto il sole (Empiria 1999, Premio Dario Bellezza, Premio Unione Scrittori Italiani), Del mio e dell’altrui amore (Empiria 2005, Premio Camaiore), Il ritorno all’isola (Aragno 2010, Premio Penna), Di questo mondo (Aragno 2013). Sue poesie sono presenti nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori 2009 e nell’antologia Nuovi Poeti Italiani 6, Einaudi 2012. Ha tradotto Love Poems di Anne Sexton (Sciascia Editore 1989). Cura dal 2007 la rassegna annuale di poesia Teramopoesia. Come critica ha collaborato con quotidiani e riviste letterarie.