Giorno: 19 marzo 2015

Poesia latinoamericana #10: José Lezama Lima

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il decimo e ultimo appuntamento con la poesia latinoamericana ci riporta a Cuba con José Lezama Lima. Termina così il nostro breve ma ricco viaggio tra le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo. Rimane però l’attesa che il progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndez, si materializzi nelle nostre mani, e continui il dialogo qui avviato. [fm]

José Lezama Lima

JOSÉ LEZAMA LIMA

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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José Lezama Lima (Cuba, 1910 – 1976). Poeta e saggista. È autore di un’opera culterana popolata di enigmi, chiavi, allegorie. La sua estetica è caratterizzata da una tempra erotica che soggiace in ogni verso. Fu contemporaneo di una generazione notevole di autori tra i quali si segnalano Gastón Baquero, Cintio Vitier, Eliseo Diego e Virgilio Piñera. Nel 1966 vide la luce il romanzo Paradiso, considerato il suo capolavoro, nel quale espone in forma rotonda ed estrema un immaginario che si alimenta nel barocco e nel simbolico. Tra i suoi libri di poesia figurano: Muerte de Narciso (1937), Enemigo rumor (1941), La fijeza (1949), Dador (1960), Antología de la poesía cubana (1965), Obras completas (1975) e Fragmentos a su imán (1978), pubblicato postumo.

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AH, QUE TÚ ESCAPES

 

Ah, que tú escapes en el instante
en el que ya habías alcanzado tu definición mejor.
Ah, mi amiga, que tú no quieras creer
las preguntas de esa estrella recién cortada,
que va mojando sus puntas en otra estrella enemiga.

Ah, si pudiera ser cierto que a la hora del baño,
cuando en una misma agua discursiva
se bañan el inmóvil paisaje y los animales más finos:
antílopes, serpientes de pasos breves, de pasos evaporados
parecen entre sueños, sin ansias levantar
los más extensos cabellos y el agua más recordada.
Ah, mi amiga, si en el puro mármol de los adioses
hubieras dejado la estatua que nos podía acompañar,
pues el viento, el viento gracioso,
se extiende como un gato para dejarse definir.

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AH, CHE TU SCAPPI

Ah, che tu scappi nell’istante
in cui avevi già raggiunto la tua definizione migliore,
Ah, amica mia, che tu non voglia credere
alle domande di quella stella appena tagliata,
che sta bagnando le sue punte su un’altra stella nemica.

Ah, se potessi essere certo che all’ora del bagno,
quando in una stessa acqua discorsiva
si bagnano l’immobile paesaggio e gli animali più fini:
antilopi, serpenti dal passo breve, dal passo evaporato
paiono tra i sogni, senza ansie sollevare
i più estesi capelli e l’acqua più ricordata.
Ah, amica mia, se nel puro marmo degli addii
avessi lasciato la statua che ci poteva accompagnare,
poiché il vento, il vento grazioso,
si estende come un gatto per lasciarsi definire.

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UNA OSCURA PRADERA ME CONVIDA

 

Una oscura pradera me convida,
sus manteles estables y ceñidos,
giran en mí, en mi balcón se aduermen.
Dominan su extensión, su indefinida
cúpula de alabastro se recrea.
Sobre las aguas del espejo,
breve la voz en mitad de cien caminos,
mi memoria prepara su sorpresa:
gamo en el cielo, rocío, llamarada.
Sin sentir que me llaman
penetro en la pradera despacioso,
ufano en nuevo laberinto derretido.

Allí se ven, ilustres restos,
cien cabezas, cornetas, mil funciones
abren su cielo, su girasol callando.
Extraña la sorpresa en este cielo,
donde sin querer vuelven pisadas
y suenan las voces en su centro henchido.
Una oscura pradera va pasando.
Entre los dos, viento o fino papel,
el viento, herido viento de esta muerte
mágica, una y despedida.
Un pájaro y otro ya no tiemblan.

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UN OSCURO PRATO MI INVITA

Un oscuro prato mi invita,
le sue tovaglie stabili e attillate,
girano in me, nel mio balcone s’addormentano.
Dominano la sua estensione, la sua indefinita
cupola di alabastro si ricrea.
Sopra le acque dello specchio,
breve la voce in mezzo a cento cammini,
la mia memoria prepara la sua sorpresa:
daino nel cielo, rugiada, fiammata.
Senza sentire che mi chiamano
penetro nella prato lentamente,
risoluto in nuovo labirinto disciolto.

Lì si vedono, illustri resti,
cento teste, cornette, mille funzioni
aprono il suo cielo, il suo girasole tacendo.
Strana la sorpresa in questo cielo,
dove senza volerlo tornano impronte
e suonano le voci nel loro centro colmato.
Un oscuro prato sta passando.
Tra i due, vento o fine carta,
il vento, ferito vento di questa morte
magica, una e licenziata.
Un uccello e un altro più non tremano.

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UNA BATALLA CHINA

 

Separados por la colina ondulante,
dos ejércitos enmascarados
lanzan interminables aleluyas de combate.
El jefe, en su tienda de campaña,
interpreta las ancestrales furias de su pueblo.
El otro, fijándose en la línea del río,
ve su sombra en otro cuerpo, desconociéndose.
Las músicas creciendo con la sangre
precipitan la marcha hacia la muerte.
Los dos ejércitos, como envueltos por las nubes,
se adormecen borrando los escarceos temporales.
Los dos jefes se han quedado como petrificados.
Después cuentan las sombras que huyeron del cuerpo,
cuentan los cuerpos que huyeron por el río.
Uno de los ejércitos logró mantener
unida su sombra con su cuerpo,
su cuerpo con la fugacidad del río.
El otro fue vencido por un inmenso desierto somnoliento.
Su jefe rinde su espada con orgullo.

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UNA BATTAGLIA CINESE

Separati dalla collina ondulante,
due eserciti mascherati
lanciano interminabili alleluia di combattimento.
Il capo, nella sua tenda di campagna,
interpreta le ancestrali furie del suo popolo.
L’altro, osservando la linea del fiume,
vede la sua ombra in un altro corpo, senza riconoscersi.
Le musiche crescendo con il sangue
precipitano la marcia verso la morte.
I due eserciti, come avvolti dalle nubi,
s’addormentano cancellando le digressioni temporali.
I due capi sono rimasti come pietrificati.
Dopo contano le ombre che sono fuggite dal corpo,
contano i corpi che sono fuggiti lungo il fiume.
Uno dei due eserciti è riuscito a mantenere
unita la sua ombra con il corpo,
il suo corpo con la fugacità del fiume.
L’altro è stato sconfitto da un immenso deserto sonnolento.
Il suo capo consegna la propria spada con orgoglio.

Mi disciplino al buono. Inediti di Francesca Ruth Brandes

nojima_1930_nude-from-rear

© Yasuzō Nojima, Nude from rear, 1930

 

Mi disciplino al buono
non quell’attimo aperto
non l’assenza di dolore

piuttosto lo scavare nella terra
campo arato carne arsa
nel fiato ripreso a stento

dammi la mano
mentre scavo
fammi luce con gli occhi

la vedi la vedi tu
quella noce dolente
tra le zolle

Il buono pesa
nel cavo del petto
e riluce.

    ***

 

Instabile
con grande impegno
nell’esercizio della gioia

rigorosa per scelta
nella grazia festiva
sto qui nel benedire
la fibra il tempo
l’occasione
i virtuosi per abilità
i fiori nutriti dal fondo
la lotta agli specchi.

Vorrei rispondere folle
mosca lieve pericolosa
e ballare per sempre
ai quotidiani miracoli

nonnulla di splendore

***

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