Enrico De Lea dalla raccolta inedita “La furia refurtiva”

berlino - foto gm

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Dalla sezione “Suono del vento primo

 

*

Al momento lo sguardo non chiede allo sguardo
dell’alba sul paesaggio posseduto
su un prima e su un dopo, nel tempo di un ritardo,
dove nulla è la notte o la sera di un saluto,
la canna che riecheggia, il risonante cardo
nel secco dei terrazzi sul limite perduto −
riva sonante d’aria, vi arrivano le voci
le indistinte profferte delle croci…

 

*

Prima dei sentieri, il ricongiungersi sordo
ignora la luna del Sant’Elia nel primo chiarore,
le parole hanno il sapore del pane morso
e lasciato indurire, da gettare poi nel pastone
per i maiali, troppo umani, che traversano l’orto
e sotto le Rocche si allarga ogni colore
del mondo, ma ora si fermi un attimo l’aria,
si illumini ancora poco la vita temeraria.

 

*

La resistenza – del corpo – al sole meridiano
è contraddetta all’alba dalla fissità dell’aria
che si apre alito breve, in salita dal piano
alle vigne, sparite sulla timpa millenaria,
e ancora – il corpo – si vuole arcano
con tutta la vittoria della visione varia:
qui i morti ancora seminano concetti,
trovature-frutti da piante senza difetti.

 

*

L’alba all’infinito cerchio intorno all’aia
sotto il crinale improvviso del cantone bianco
non dimentica l’acqua sotto la terra e l’aria,
simula tuttavia l’età dell’oro e dell’ammanco
del grano, che un vento rammentato spaglia,
che un silenzio rompe nel silenzio franco,
così si apprende che poco ci rimane,
si apprende all’alba delle luci vane.

 

*

L’individuo-calore dal buio saggia la sorte,
volge da parte il peso del lenzuolo,
si fa leggero nell’aria senza colore,
si rotola, simula da terra come un volo
poi diviene nel fresco l’individuo-chiarore,
cerca oltre sé un noi senza catena e ruolo.
Per tali fatti tace ma sommuove il vento
e si ripete nella luce dell’evento.

 

*

Ma presto la forma discendente delle case
non è che la forma sospesa di foglie
che musicano, note di brezza, in alto rase
dalla luce che la collina raccoglie
interamente, uno spartito che vibra di pause
nella clausura feroce di fedi e voglie
d’arenaria e di rivolo nascosto,
di spine in gloria del viottolo avamposto.

 

*

Porto le brocche per un suono d’acqua
in quale alba, mi chiedo, che appartiene al sonno,
dalla fonte alla casa, quel cammino tocca
le pietre che ritmano il passo ed il ritorno,
le brezze mute, astute sotto i porticati,
le arcate sulla visione, il buio forno.
Chiudo la casa di mio padre al mondo,
voglio le voci in coro, dal profondo.

 

*

L’alba dell’inizio è luce che ignora
il principio di polvere del mondo,
oltre il sommo dell’ora prima, ora
di suoni liberati dal profondo,
il chiarore è il fermo suono di chi adora
il seme che non attende il giorno fondo,
nessuna pace dello sguardo e del cammino,
la terra avvampa al corpo più vicino.

 

*

© Enrico De Lea

 

4 comments

  1. Tornano le ottave di Enrico De Lea,- che coniuga la rima, prevalentemente alternata ad esclusione del distico finale, sempre a rima baciata – con metri diversi (l’endecasillabo di “Porto le brocche per un suono d’acqua”, il dodecasillabo come doppio senario, oppure come quinario più settenario o, ancora, il doppio settenario di “con tutta la vittoria della visione varia”),. Si fa ancora più esplicito qui, negli inediti da “La furia refurtiva”, il passaggio,metafora dell’esistenza nel tempo, “parola – pane – pastone” e il verso “le pietre che ritmano il passo ed il ritorno,, chiave di volta dell’intero impianto (chiave di volta solida e petrosa, come ebbi modo di notare qualche anno fa), conferma la validità della proposta.

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  2. Intatto rimane questo esalare silenzio.
    Questo respiro profondo “le brezze mute”
    ed un coro di salvaguardia & poetica:
    “La terra avvampa al corpo più vicino”

    Grazie.

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