Giorno: 11 marzo 2015

Salvatore Migliaccio – Verso le Calabrie

@giacomo-casabianca-luglio-2011

@giacomo-casabianca-luglio-2011

Verso le Calabrie.

 

“Fatti e personaggi citati sono reali”

 

Viaggio al termine della notte, viaggio all’inferno, viaggio senza destinazione, potrei continuare con altre definizioni relative al viaggio che stiamo per intraprendere, ed è fondamentale sapere sin dall’inizio: il lento spostamento che state per compiere vi potrà irritare il fegato ed insieme farvi spalancare la bocca dalle risate. Due rapidi consigli, reggetevi forte agli appositi sostegni e non parlate al conducente, che forse neanche esiste!

Scendo dal treno regionale giunto da Roma in perfetto orario a Napoli Centrale, e come una immensa calamita il caos organizzato di Piazza Garibaldi mi attira a sé. Le suole della mie scarpe più e più volte hanno conosciuto questi marciapiedi, ma il mio stupore, nell’assistere a scene surreali che qui trovano il loro palcoscenico naturale, è simile alla prima volta in cui vi ho messo piede. Su tale palcoscenico, uomini, donne e bambini di mondi lontani e vicini, si riuniscono e combattono per la vita, seguendo regole fluide che essi stessi creano la mattina e disfano al tramonto.

I raggi di Agosto, perpendicolari alla mia testa, trasformano la piazza e tutto ciò che in essa si muove in una mare dei tropici, con venti caldi, attraversarlo costerà un piccolo sacrificio, che farà si  appiccicare il sudore ai nostri vestiti, ma la soddisfazione avrà il giusto peso. Sto per mangiare la migliore sfogliatella di Napoli, segnatevi questo nome, A t t a n a s i o, potete sceglierla riccia o frolla, io vado pazzo per la frolla calda, appena uscita dal forno.

L’interno del locale è molto semplice, per come è fatto emana un senso di freschezza ed igiene, concetto lontano dal poter essere applicato nei vicoli circostanti. Prevale il bianco delle mattonelle che rivestono le pareti, il marmo chiaro posto sui banconi, e poi ci sono i forni, uno spento, posto dietro alla cassa, dove sono sistemati in alcune teglie i capolavori da gustare, ma è meglio mangiarla fuori, nel vicolo.

Il concetto di vicolo corrisponde al concetto di mercato, di scambio tra merci di qualsiasi genere; nei fiumi di strade che sfociano nel mare della piazza proliferano negozi dove si vende di tutto: orologi di ogni tipo, marca, colore, prezzo, pile di cd vergini da masterizzare, cd falsi già masterizzati, telefonini, macellerie, kebab, tv al plasma, griglie per piccole e per grandi braciate, lettori dvd, lettori mp3 con tecnologia cinese ed occidentale, sveglie, cacciaviti, trapani, cianfrusaglie del Nord Africa, cinture, cappelli, magliette con scritte in napoletano.

(altro…)

Una frase lunga un libro #3 – Bernard Malamud – L’uomo di Kiev

luomo-di-kiev-210719

Bernard Malamud – L’uomo di Kiev – Minimum fax, 2014 – traduzione di Ida Omboni – € 14,50 – ebook 8,99

 

La sua giovinezza scorreva via. Era in prigione da quasi tre mesi, un periodo tre volte più lungo di quanto avrebbe predetto Bibikov e solo Iddio sapeva quando sarebbe finito. Yakov quasi impazziva a cercare di capire che cosa gli stesse capitando. Che ci faceva in galera un tuttofare inoffensivo? Che cosa aveva fatto per meritarsi quella terribile prigionia di cui non si vedeva la fine? Non aveva già avuto più della sua porzione d’infelicità, in un mondo men che giusto? Yakov provava disperatamente a riordinare in una sequenza comprensibile gli eventi che lo avevano portato, senza remissione, dalla partenza dallo shtetl alla prigione di Kiev, ma pensare a tutte quelle quelle esperienze strane e imprevedibili come al prodotto significativo di una serie di eventi concatenati lo mandava in confusione. Certo, il mondo era quello che era. La pioggia spegne gli incendi e provoca le inondazioni. Tuttavia, erano successe troppe cose che non tornavano. Lui aveva commesso alcuni errori, e li aveva pagati a usura. In una notte buia, una fitta ragnatela nera era caduta su di lui per il semplice motivo che vi stava sotto, e per quanto corresse in ogni direzione non riusciva a districarsi dalle sue spire appiccicose. Chi era il ragno, se era vero che si teneva nascosto? A volte Yakov pensava che Dio lo punisse del suo ateismo.

Questo paragrafo lo incontriamo intorno alla metà de L’uomo di Kiev, il capolavoro (anzi, uno dei capolavori) di Bernard Malamud. Yakov, il protagonista, è già rinchiuso in carcere. Reclusione della quale non comprende il motivo, è accusato di qualcosa che non ha commesso, e il motivo che non comprende è il perché dell’accanimento. Non si sa se e quando si effettuerà un processo. Non esiste l’atto ufficiale d’accusa. Esiste Yakov soltanto, incarcerato. Yakov che riflette sulla sua esistenza, Yakov che prova a ragionare, ma ogni tentativo di pensiero è destinato al corto circuito. Questa mezza pagina evidenzia la bellezza della scrittura di Malamud e mostra con una serie di domande quanto può lacerarsi un uomo, quando è chiamato – in solitudine costretta − a chiedersi perché sia arrivato in quel punto e la risposta non può essere soltanto l’accusa di un crimine commesso.

Che ci faceva in galera un tuttofare inoffensivo? Che cosa aveva fatto per meritarsi quella terribile prigionia di cui non si vedeva la fine? Non aveva già avuto più della sua porzione d’infelicità, in un mondo men che giusto?

(altro…)