Simone Consorti è oscenamente onesto (di Massimiliano Damaggio)

Simone Consorti, Nell'antro del misantropo, L'arcolaio, 2014C’è una cosa che viene rimarcata qua e là, quando si scrive di libri – specialmente di poesia. C’è un giudizio che riguarda il contenuto. Si è fortemente contro, almeno a livello inconscio, a ciò che non presenta vie di fuga. Sembra proibita la poesia che non ha uscite di emergenza. Pare che la poesia, in qualche modo, debba espletare un ruolo moralistico, addirittura edificante. Debba “costruire”. C’è chi fa commenti sull’assenza di una non chiara pars construens dopo essere passati per la pars destruens – come lessi qualche tempo fa in un commento su un blog. Ma chi scrive poesie non è – e sarebbe meglio non lo fosse mai – un filosofo – altrimenti tanto varrebbe scrivere un trattato di filosofia. Il contenuto di una poesia non è soggetto ad interpretazioni personali, e deve essere preso per quello che è – piaccia o non piaccia, poco importa. Perché la poesia non si struttura su tesi e antitesi filosofiche, non è politica, non è pensiero. La poesia è antecedente il pensiero e solo a volte gli è propedeutica. Così, ci sono testi che mi colpiscono anche se hanno un contenuto che non condivido – per la forma, per la potenza o, addirittura, per il suo proprio opposto. Non mi sembra compito della poesia portarmi su un terreno di argomentazioni filosofiche – e se non ne condivido il contenuto, posso sempre andare a bermi una birra e non farla tanto lunga. Nell’antro del misantropo è appunto uno di questi libri, dove non c’è alcuna pars construens – ma molta pars destruens – almeno così può sembrare. Forse è meglio che sia più chiaro: non c’è nemmeno alcuna pars destruens ma una visione soggettiva dello sfacelo, proprio e altrui. Lo sfacelo non è positivo né negativo: è. Uno sfacelo piacevole, ironico, fine a se stesso – una scrittura che rimesta la sporcizia inevitabile e che in tutti i modi vogliamo mascherare con la creazione di tesi costruttive per qualcosa che, semplicemente, si avvia verso la decomposizione. Dico “piacevole” perché piacevole è il linguaggio di Consorti, ironico sempre, a volte giocoso – questa la migliore modalità per rendere fulminante un concetto:

Oggi ho piantato un sasso
innaffiandolo e parlandoci
dandogli semi e cercando
il terreno adatto
Il mio sogno è che cresca come
un Partenone
Oggi ho piantato in asso
un fiore per un sasso

Proprio in questi giorni, mi è capitato di leggere una recensione di Giuseppe Crimi a Sasso (2008), dell’amico Carlo Bordini. Scrive, a un certo punto: «Il sasso è qualcosa di inutile, ma è pure la proclamazione di un’immobilità e di un’insensibilità raggiunte con sacrificio.» Mi pare descrizione in parte vera anche per questo libro di Consorti – che però il sasso lo sta ancora “piantando”. Assistere al dramma – condiviso, banale perché sempre identico e ripetitivo, individuale ma proprio per questo assolutamente collettivo – della nostra condizione degenerativa, del nostro cadere a pezzi, fisicamente  e psicologicamente, giorno per giorno, e descrivere lucidamente e spietatamente questo dramma è fattibile solo abbracciando distanza e insensibilità. Diventare sasso è quindi un osservatorio necessario dove Consorti elenca il suo – e quindi nostro, di tutti – avanzare a getto continuo verso l’estinzione: fisica, intellettuale, sentimentale. Nell’antro del misantropo è la narrazione di una sconfitta o di una serie pressoché infinita di sconfitte che è la nostra esistenza. Oggi non piace questa parola – non piace questo modo di vedere le cose. Oggi bisogna essere vincenti anche se si scopa la strada dieci ore al giorno, e non esistono sconfitte, non esistono crisi – esistono opportunità. Allora questo libro è l’opportunità di vedere narrata la realtà dell’essere umano per quello che è – piccoli atti, sempre traditi, che segnano il nostro percorso:

Ci vorrebbe un aborto
per ogni ricordo
ucciderli alla svelta
prima che comincino
a respirare da soli
a prendere vita propria
e a raccontare ad alta voce
la nostra storia

C’è in questo libro, in questa scrittura, qualcosa di “eretico” (Pasolini), ma soprattutto di “osceno” (Bordini), nel mostrarsi nudo di Consorti – nello scrivere delle proprie e altrui oscenità, di ciò che bisogna in qualche modo tenere nascosto:

La serata sarebbe diventata
più amara al momento del conto
Lo champagne senza ubriachezza
l’amplesso senza godimento
le chiacchiere senza un soggetto
gli sarebbero tornate su
guidando verso l’albergo
E pensando ai suoi anni da sposato
non avrebbe ricordato
i ricatti l’aborto volontario
le litigate sul troppo sale
ma solo che a quel tempo
almeno non andava a puttane

Oggi si parla tanto di “poesia onesta”, cosa che non capisco esattamente cosa significhi ma che, forse, partendo da quel che diceva Saba, presuppone una corrispondenza fra scrittura e oggetto della stessa – un “non scollamento” fra linguaggio e oggetto. Forse oggi la si intende in modo diverso, questa “poesia onesta”, non saprei – ma è certo che Consorti si porta un po’ più in là andando a scavare l’oscenità – che è di tutti noi. E, quindi, unendo profondamente il proprio linguaggio e ricerca poetica con la realtà “onesta” di ciò che siamo:

tutto il giorno gioco
a respirare senza uno scopo

Tutto sommato, non c’è in Consorti alcun atteggiamento di sconfitta – ma una lucida considerazione del fatto che tutto in noi è perdita e consunzione. E insisto a dire che non è uno scenario catastrofico, questo: è la pura traslitterazione della realtà dei fatti. E questo atto “oscenamente onesto” di Consorti è ancora più forte e totale per il linguaggio utilizzato – dove l’ironia, a volte feroce sarcasmo, fanno di questo libro un piccolo pamphlet divertito e divertente che ci denuda. Con punte così forti di poesia che solo una lingua “disimpegnata” può dare:

Dopo il film su Anna Frank i ragazzi
mi chiedono come si scrive “Auschwitz”
un’unica domanda
asettica e ortografica
che non mi crea imbarazzi
.   Non mi domandano
quante persone
stipavano in ogni vagone
se l’odio nasce dalla testa o dal cuore
o perché ti scambiavano il nome
con un numero di targa
come se fossi un fuoristrada
In ogni caso ad Auschwitz ci sono stato
All’entrata c’era un chiosco
dove vendevano wurstel
e la mia domanda
quella che a me sorgeva spontanea
era come si fa
ad addentare carne
in un posto così
.   Intanto dentro
la gente scattava foto a mitraglia
alcuni addirittura in posa
e uno perfino abbozzando un sorriso
Guardo i ragazzi
che hanno visto il film
e che nonostante le immagini
di cenere e sangue
non hanno proprio altre domande
A come Ancona gli dico
U come Udine
S come Savona
C come Como
H come hotel
W come Washington
I come Imola
T come Torino

.

© Massimiliano Damaggio

5 comments

  1. Molto interessante questa recensione che è pure una riflessione sul fare poesia e sul senso che questo fare ha oggi. Pensieri su cui mi soffermo anche io spesso perché credo che il poeta sia in qualche modo anche testimone del suo tempo pure se non ne parla esplicitamente. Questi di Simone Consorti come giustamente nota Massimiliano Damaggio sembrano essere versi disincantati da un disincanto oserei dire non a priori ma scaturito dall’osservazione delle cose del mondo, dalle esperienze. Voglio dire che Consorti ci porta delle prove, degli esempi vissuti sulla propria pelle (esemplare la poesia sul film di Anna Frank). Non credo nemmeno io che alla poesia spetti un ruolo morale o moralistico, che essa debba avere una pars destruens e una pars construens (mi chiedo in verità se la poesia debba avere un ruolo) ma ricordo che in una mia conversazione telematica con Massimilano lui mi disse che la poesia dovrebbe essere come un sasso (di nuovo il sasso!) che smuove le nostre coscienze. Non ricordo esattamente i termini, ma più o meno il senso era quello. Quindi forse la poesia suo malgrado ha entrambi questi aspetti. Non sono d’accordo invece sul fatto che la poesia non sia soggetta a interpretazioni personali (voglio dire non alle orribili interpretazioni scolastiche!), perché penso che la poesia non è un organismo chiuso, definito ma nascendo da un’apertura non può che volgersi a nuove aperture. Interessante poi sarebbe approfondire il rapporto tra filosofia e poesia che molti hanno affrontato, ma certo non è questa la sede. Comunque un grazie a Massimiliano Damaggio per aver postato un poeta di sicuro interesse.

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  2. Dal mio punto di vista, abbondano le verità nel pezzo critico di Massimiliano Damaggio. La nudità con cui il poeta si approccia, munito di sarcasmo ed ironia, al vero del mondo è disarmante. Ne sortisce un innalzamento dell’umore. Alcune pagine di Simone sono sorprendenti. Un libro che io e Fabio abbiamo voluto con forza. Un saluto e un grazie ai convenuti e a tutta la Redazione di Poetarum silva. Gianfranco.

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  3. l’occhio attento di lettore, di Massimiliano, ha saputo cogliere molti aspetti della poesia di Simone Consorti; aspetti indicati pure da Lucianna e da Gianfranco, che ringrazio per avere letto con attenzione il contributo.
    e hai ragione, caro Gianfranco, quando dici che questo libro è stato voluto da noi due con forza: avevamo riconosciuto questo sguardo disarmato sul mondo, sulla vita, e forse ci siamo ritrovati in esso.

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  4. Il disimpegno impegnato di Simone Consorti, l’intelligente souplesse linguistica, acquistano qui valore di sintesi poetica, di dichiarata radicalità; modalità che – innervata dall’ironia – mi piacerebbe che diventasse un viatico per tutti quelli che pretendono di essere poeti dimenticandosi che la poesia è un gioco. Mica un gioco da niente! Un gioco di parola, come quello di quel “Fiat” che giocò a modellare (dal fango, appunto!) una vita di per sé assolutamente ridicola, se non finisse sempre in tragedia. Ridicola perché senza fine, senza scopo, quasi sempre mal giocata. Eppure da quel fango, da quella creta chi voglia – rinunciando tuttavia alle altre voglie strumentali e utilitaristiche – può ricavare appunto il gioco, che è la poesia dell’ultimo, estremo (abissale) baluardo dell’indicibile verità

    Sempre in gamba Massimiliano Damaggio –
    grazie –

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