Giorno: 7 marzo 2015

Ilaria Beltramme, Forse non tutti sanno che a Roma… Due note di lettura e un’intervista.

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Ilaria Beltramme, Forse non tutti sanno che a Roma… (Newton Compton editori, 2014)

Due letture e cinque domande…

… da una fuorisede innamorata (Giovanna Amato)

Tranne poche eccezioni che non hanno mai fatto amicizia con la città (e per lei provano astio, ma mai indifferenza), il fuorisede arrivato a Roma per l’università – o poco più tardi, per lavoro – è un turista permanente e assieme un romano fino al midollo. La famiglia arrivata in visita può fidarsi ciecamente del fuorisede: può esprimere un desiderio su qualcosa da vedere e ritrovarsi, nel giro di un minuto, sul giusto autobus che faccia il percorso più breve fino a quel qualcosa su cui il fuorisede avrà comunque di cui parlare. Il fuorisede è come l’innamorato che si sente in ritardo e chiede alla sua bella i dettagli della sua vita fino a quel momento.

Sono a Roma da dieci anni. L’ho lasciata per pochi mesi, l’ho rivoluta. È per questo innamoramento ininterrotto che non mi stanco mai di passeggiare, frugare tra le guide, chiedere, e quando mi capita tra le mani un libro delizioso come Forse non tutti sanno che a Roma…, di Ilaria Beltramme, non riesco a staccare gli occhi dalla pagina e lo riempio di segnalibri per ripromettermi di andare sul posto. Nei suoi settantacinque capitoli che è riduttivo chiamare “episodi”, nei suoi settantacinque blocchi di storia raccontati con la leggerezza di una conversazione, il libro è una guida cronologica per aneddoti serratamente documentati, e il discorso innamorato di una romana alla sua città (per la gioia anche di questa fuorisede).

L’elemento che più mi ha colpito nel tuo libro è il tuo ripetere che la luce è uno dei monumenti di Roma. Per questo, dici e rendi improvvisamente chiaro, il nostro occhio non riesce bene ad assorbire un monumento come il Vittoriano in un luogo che pure si fonda sulla sovrapposizione; per questo il tramonto di Roma mozza il fiato e non è mai lo stesso da quartiere a quartiere. Mai come qui si sente la doppia spinta di questo libro: la competenza, in questo caso sui materiali da costruzione, e l’amore, il tempo di girare per i luoghi e guardare le gradazioni di luce da cui sono investiti durante la giornata. In che momento della tua vita hai iniziato a coltivare questa doppia spinta?

A Roma la luce è un elemento costruttivo, al pari dei mattoni, del travertino e del marmo. La luce come catalizzatore dei raggi di sole, tra l’altro, credo sia uno degli strumenti che ha questa città per farti innamorare. Non si “legge” immediatamente, ma ha un peso durante una passeggiata, un peso specifico notevole che agisce emotivamente sull’osservatore e poi rimane, sedimentata nella memoria, nel ricordo del piacere che si prova a fissare il Palatino al tramonto (per esempio). La passione per la luce di Roma è cominciata da piccola per me. E devo ringraziare mio padre, che non mi portava alle giostre, ma mi faceva passeggiare in centro. È stato lui a farmi scoprire per la prima volta il cortile dell’Archivio di Stato a corso Rinascimento. Mi promise uno spettacolo di magia. Era la lanterna di Sant’Ivo alla Sapienza, capolavoro di Borromini. Ci arrivammo poco prima del tramonto, all’improvviso il cielo è diventato rosso: le curve, le volute, ogni singolo centimetro di quella lanterna a forma di conchiglia si sono accesi e sono diventati prima rosa e poi rosso intenso. Non ho mai smesso di cercare quelle sfumature su ogni monumento bianco. Più tardi, anni dopo, sempre mio padre (che era uno storico dell’arte), mi ha fatto conoscere la storia di Borromini e l’architettura del bianco. A Roma quindi c’è stata una scelta “razionale” da parte di alcuni artisti del passato di giocare con la luce. Quella scelta è alla base della nostra meraviglia di oggi. Andavano riportati entrambi gli approcci. Perché è vero che la luce di Roma è un fatto principalmente emotivo e deriva da condizioni naturali (l’acqua, le montagne, la rifrazione), ma è vero pure che chi è intervenuto artisticamente su questa città ha deciso di utilizzarla con competenza non soltanto per ottenere risultati “funzionali”, ma pure per sostenere una reazione emotiva. E noi oggi ancora godiamo di queste scelte che solo apparentemente sono minime. (altro…)