Giorno: 5 marzo 2015

Poesia latinoamericana #8: Rosarios Castellanos

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

L’ottavo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicato a Rosario Castellanos, poeta messicana. Prosegue con lei questo viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Rosario Castellanos

ROSARIO CASTELLANOS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Rosario Castellanos (Messico, 1925 – Israele, 1974). Poetessa, narratrice, saggista, drammaturga e diplomatica. È stata una delle voci più rilevanti della poesia messicana del secolo XX. Per il suo lavoro ha ottenuto importanti riconoscimenti, come il Premio Xavier Villaurrutia (1961), il Sor Juana Inés de la Cruz (1962), il Premio Carlos Trouyet per la Letteratura (1967) e il Premio Elías Sourasky per la Letteratura (1972). Tra i suoi libri di poesie si segnalano Trayectoria del polvo (1948), De la vigilia estéril (1950), Al pie de la letra (1959), Lívida luz (1960), La tierra de en medio (1969), Materia memorable (1969), e Poesía eres tú (Opera poetica completa, 1972).

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PRESENCIA

 

Algún día lo sabré. Este cuerpo que ha sido
mi albergue, mi prisión, mi hospital, es mi tumba.

Esto que uní alrededor de un ansia,
de un dolor, de un recuerdo,
desertará buscando el agua, la hoja,
la espora original y aun lo inerte y la piedra.

Este nudo que fui (de cóleras,
traiciones, esperanzas,
vislumbres repentinos, abandonos,
hambres, gritos de miedo y desamparo
y alegría fulgiendo en las tinieblas
y palabras y amor y amor y amores)
lo cortarán los años.

Nadie verá la destrucción. Ninguno
recogerá la página inconclusa.
Entre el puñado de actos
dispersos, aventados al azar, no habrá uno
al que pongan aparte como a perla preciosa.
Y sin embargo, hermano, amante, hijo,
amigo, antepasado,
no hay soledad, no hay muerte
aunque yo olvide y aunque yo me acabe.

Hombre, donde tú estás, donde tú vives
permaneceremos todos.

. (altro…)

LA DEVOZIONE DI MAŠA. Il bisogno del femminile cura il femminile? (di Nina Maroccolo)

Il gabbiano, regia di Mario Ferrero. Debutto al “Teatro della Cometa” di Roma, 14 gennaio 1960.  Valeria Moriconi interpreta Maša.

Il gabbiano, regia di Mario Ferrero. Debutto al “Teatro della Cometa” di Roma, 14 gennaio 1960.
Valeria Moriconi interpreta Maša. Fonte: Centro Studi e Attività Teatrali Valeria Moriconi, qui.

LA DEVOZIONE DI MAŠA
Il bisogno del femminile cura il femminile?

di Nina Maroccolo

 

[da Il Gabbiano di Anton Čechov. Rivisitazione drammaterapica a cura del “Creative Drama & In-Out Theatre”, diretto da Ermanno Gioacchini]

Studio sul personaggio: Maša.

 

MEDVEDENKO: Perché va sempre vestita di nero?
MAŠA: È il lutto per la mia vita. Sono infelice.

 

Cara Maša, canterei per te affinché un rovo di tenebra scordasse il suo pasto.

Maša rappresenta la Devozione e la Dedizione assolute. L’amore per Kostja, che ama Nina, che ama Trigorin – inespressiva struggente passione. Nero reticolato che inganna qualunque solitudine.
Sconosciuto, il suo involucro di carne e sangue si fa principio nullo, mentre il diniego materno verso il figlio, “anonimo di senso”, risulta addirittura insopportabile. Anche in questo caso, sin dall’inizio dell’opera, un altro protagonista del dramma affronta la Devozione amorosa in frantumi. Ed è tale da elargire una colpa.
L’aspetto che Maša realmente teme è la propria forza; quel sentimento di indipendenza che vorrebbe impegnare l’acqua alla terra per renderla fertile e feconda. Maša realizza di sé un triste ex-voto che le rammemora ossessivamente il mancato avvento del miracolo-desiderio: intimo copyright di una desublimata bellezza d’arte, opera incompiuta e tantomeno riconosciuta: quella dell’oggetto amato, lontanissimo da lei quanto Kostja lo è da se stesso.
E credo infatti che Maša, quando potrebbe alleggerirsi dalla morsa del dolore, preferisca invece restarne ingabbiata. La mistura esplosiva tra sogno annichilito e l’immaginarsi donna libera da ogni culto, dalla bramosia folle che l’accompagna e lo custodisce, prolunga all’infinito il rito silente del suo fallimento.
Lei, l’amata Maša, potrebbe ritrarsi così: «Io – non riesco ad appartenere / eppure ogni gesto m’appartiene.»¹ Anche il peggiore, mi sento di aggiungere.
In Maša albergano colpa ed espiazione, assunti “negativi” che lei, Madre, impronterà alla figlia. E come amante, amata dall’uomo giusto che lei invece offende come sbagliato (Medvedenko) – ciononostante portato all’altare – è cardine-colpa, forma-dolore consapevolmente inflitti ad un uomo mai bastante affettivamente.
Tornando alla sua sfortunata passione per Kostja, ella non riuscirà a scardinarne gli avvitamenti morali, a ridurre – citando Roland Barthes – «l’ingombro esagerato della devozione» verso quell’anelito, o smania  d’amore perduto.
Sono anche convinta, pensando a Nietzsche, che la sofferenza nell’amore raccolga in sé un’innocenza disvelata, un biancore di cui s’avvolge per atto difensivo: ed è nuovamente, sentenzierebbe Barthes, la “ripulsa della Colpa”.
Maša, dall’inizio alla fine del dramma, tenta affannosamente di padroneggiare infelicità e destino. Ma fallisce sempre, e questa è la sua doppia pena.

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