Giorno: 4 marzo 2015

Vizio di forma: Pynchon, Paul Thomas Anderson e i mitici anni ‘70 (di Nicolò Barison)

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Vizio di forma: Pynchon, Paul Thomas Anderson e i mitici anni ‘70

Los Angeles, 1969. Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è un detective privato hippie, tossicodipendente e dai metodi investigativi davvero bizzarri. Quando una sua ex fiamma, Shasta, lo contatta per risolvere un intricato caso che vede coinvolto il miliardario Mickey Wolfmann, magnate dell’edilizia, la cui moglie vuole che venga internato in un ospedale psichiatrico per impadronirsi del suo impero, Sportello decide di aiutarla, intraprendendo un assurdo viaggio che lo porterà ad entrare in contatto con una serie di stravaganti personaggi e a vivere bizzarre situazioni.

Se lo si vuole guardare dal punto di vista del puro noir, l’intreccio giallo di Vizio di forma risulta molto confusionario e difficile da seguire nei vari passaggi, fra personaggi che continuano a cambiare faccia, nuove piste da seguire, doppie identità e chi più ne ha più ne metta. Ma questo film è molto distante dal classico poliziesco/noir, come per esempio poteva essere stato nella sua rigorosità formale L.A. Confidential, perché qui la costruzione narrativa rispecchia la natura dell’autore del romanzo da cui il film è stato tratto, ovvero uno dei maestri del postmodernismo come Thomas Pynchon. Sportello è un fattone hippie che perde il conto delle canne che si fuma durante il giorno, i suoi sensi sono perennemente alterati, per cui i suoi processi mentali sono inevitabilmente pasticciati e confusionari. Paul Thomas Anderson ha messo in scena un film che trasporta volutamente lo spettatore nella stessa confusione che vive il protagonista, e la cosa al termine delle due ore e trenta minuti di visione ha un effetto davvero stordente. Ma tutto ciò era quello che Paul Thomas Anderson voleva trasmettere in Vizio di forma, che non è solo una didascalica trasposizione delle pagine del libro di Pynchon, perché il regista dà un suo tocco personale, rendendo tridimensionale la figura di Sportello, forse ancora più sfaccettata che nel romanzo, grazie alla grandissima interpretazione di Joaquin Phoenix, che, dopo The Master, sembra essere diventato il suo nuovo attore feticcio. Oltre a Phoenix, vero mattatore della pellicola, vanno segnalate, su tutte, due grandi prove: quella di Josh Brolin nel ruolo di “Bigfoot” Bjornsen, definito dal Los Angeles Times “un detective rinascimentale”, etichetta alla quale il poliziotto tiene molto.  e Benicio Del Toro, avvocato fuori dalle righe che assiste Sportello.

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Una frase lunga un libro #2 – John Williams, Stoner

stonerUna frase lunga un libro #2
JOHN WILLIAMS – STONER – FAZI EDITORE (2012; trad. di S. Tummolini; € 17,50, € ebook 9,99)

 

“Durante quel decennio in cui parecchi visi si fecero rigidi e spenti, come se contemplassero un perenne abisso. William Stoner, abituato a quell’espressione come all’aria che respirava, vide i segni diffusi di uno sconforto che aveva conosciuto fin da bambino. Vide uomini per bene sprofondare lentamente nella disperazione, perduti insieme ai loro sogni di una vita decente. Li vide camminare senza meta per le strade con gli occhi vuoti come schegge di vetro infranto. Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare. E vide che alcuni, un tempo fieri della loro identità, ora lo guardavano con odio e invidia per quel minimo di sicurezza che si era conquistato col suo impiego fisso presso un’istituzione che in un modo o nell’altro, non sarebbe mai potuta fallire. Non dava mai voce a questa consapevolezza, ma la coscienza di quella miseria lo toccava profondamente, trasformandolo in un modo che era invisibile agli estranei; e una muta tristezza per quella condizione comune lo accompagnava in ogni istante della sua vita.”

Questo paragrafo si trova nella seconda parte del libro di John Williams. Stoner, il capolavoro scoperto tardi da quasi tutti e amatissimo. Un libro che è corso di bocca in bocca, di scaffale in scaffale. Fatto girare con quella prudenza con cui si dice della meraviglia, quando accade, e non si conoscono le parole per descriverla, né i come, né i perché. Il paragrafo scelto, come detto, sta nella seconda parte del libro, ma è bello e significativo come un incipit. John Williams avrebbe potuto cominciare a scrivere da lì, Durante quel decennio… e poi avrebbe potuto tentare un percorso all’indietro, giocare con i flashback, chissà. Mi domando che romanzo sarebbe stato. Un libro, probabilmente, molto bello ma non un capolavoro. Non il capolavoro che Stoner è.

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