Mese: marzo 2015

Pasquale Vitagliano, poesie inedite

vicino macerata - foto gm

vicino macerata – foto gm

L’iconoclasta

Ho pensato per tanto tempo
che l’immagine di me stesso
fosse la fonte della mia salvezza.
Il maglione blu e una camicia celeste,
ecco questa è la mia identità,
perfetta identità di imperium et sacerdotio
sulla mia vita, questa vita, la sola vita che conosco.
Ed invece ho scoperto per caso che l’immagine
si staccava dalla pellicola di carta adesiva
e non si incollava più, inservibile e anonima,
tutt’altro che un idolo, era la mia quota di sacro,
l’impronta autentica di un’universale unicità.
Mi avevano convinto che dovevo combattere
la mia immagine, il look retrò dell’apparire
per servire la sostanza, per separarmi
dalla moltitudine, insomma non andare in giro
con addosso tre colori e anche più.
Devo ringraziare quella commessa coi capelli lisci
se ho capito che sbagliavo, che l’immagine
ci salva, è un’icona, ci copre con uno straccio di sacro,
apre l’immaginazione alla vita di ciascuno
e allo stesso tempo ci distingue
in una figura, una taglia, un profilo
irriducibile, unico e comune, intero.
Quante volte mi sono sentito perso
entrando in un spaccio di abiti appesi.
Non mi sono mai perso. Ho sempre scelto.
Mi sono salvato.

 

Poetica

È così difficile
portare in versi il vento tra i rami degli alberi,
ma un’idea sì, con una idea si può fare poesia.
Anche se resta imperfetta, in bianco e nero,
ancora muta, e senza montaggio.
Accetto la sfida di essere parola senza voce,
immagine senza movimento,
azione senza stacchi di macchina,
un unico piano sequenza di sillabe.
È proprio difficile emozionare con la poesia.
Ma con un’idea sì, con un’idea si può fare poesia.
E l’idea qui è che non c’è mai la fine,
e ogni parola non è mai l’ultima ma la prima,
capace di toccare il polso con il pollice.

 

*
Giorno dopo giorno
mi hanno tolto l’agibilità
del corpo. E nessuno,
dico nessuno, ha fatto per me
ricorso alla corte dei miracoli.
Al mio corpo hanno tolto per giunta
la sua abitabilità. E sono stato messo
fuori del mio involucro di carne.
Avrebbero anche voluto che rimanessi dentro
ma in silenzio, imperscrutabile e impassibile
a guardare loro che scrivevano la mia parte.
Hanno reso l’alienazione umana roba per geometri,
ma a questo punto io resto immobile,
e resisto in attesa che arrivino i marziani
a dirci che la terra è piatta e senza confini.

 

Una parodia

Ho visto le menti migliori della mia generazione
distrutte dalla noia, affamate, brillanti autistiche,
trascinarsi per corridoi di portaborse all’alba in cerca di
un lavoro, un posto. Vedremo. Faremo. Le faremo sapere.
Bei giovani dal volto d’angelo brucianti ancora per le antiche
libidini fuori dei cortili ad aspettare le studentesse sfatte.
Troppo piccoloborghesi per le allucinazioni, troppo poveri per le ribellioni.
Aspetta, aspetta. Quelli che sono venuti dopo non hanno atteso più.
Lavorare meno, lavorare tutti. Li hanno presi alla lettera con i numeri verdi.
Verdi, rossi, bianchi, neri, senza più colore.
Tra noi ci sarebbero potuti essere i migliori di oggi,
quanti se ne sono persi nelle cucine sguattere della Via Emilia,
e quanti sotto gli ombrelli in faccia, nei buchi fumosi ad aspettare
che qualcuno uscisse e ti desse un salvacondotto per mettere su famiglia,
Da Abbadessa a Mazzotta alla torre 1. Da Nacci a Zurlo alla torre 2.
Da qui gli ebrei, di là gli zingari. Comunisti e gay devono aspettare.
Poi sono arrivati i carabinieri e non hanno arrestato i congiurati,
e nemmeno hanno fatto il colpo di stato, sono entrati in un ospizio.
Un ingresso in scena profetico per una civiltà piena di vecchi.
Come Calogero, anche Mariotto ha sorriso e fatto spallucce,
con la golia in bocca tra i ponti d’oro. Qualcuno s’è spaventato.
Ma come succede col sesso, poi è diventato tutto più semplice,
se non peggio. E nulla – ancora una volta – è cambiato.
Ho provato a risentire la voce al telefono:
Brigate Rosse.
E giù il silenzio e una voce adulta e rotta.
L’ho risentita vent’anni dopo – più sconvolgente di un romanzo d’appendice –
non era più il carnefice ma il testimone prezioso.
Il telefono, la stessa voce. Ma questa volta dall’altra parte,
non più la tragedia ma il telegiornale della sera.
Che ricordo ha del presidente? – Allora eravamo nemici.
Oggi ho compreso che abbiamo vissuto lo stesso dramma.
E cosa volevate allora? – Solo un riconoscimento politico.
Il rilascio di qualche prigioniero. Anche solo un segnale. Un segno.
Niente! Lo stato di diritto non deve piegarsi.
E doveva accadere tutto questo per arrivare a tanto?
Il presidente e il brigatista nello stesso dramma pietoso.
Ed oggi un altro presidente che chiede cosa?
Solo un riconoscimento politico.
Il rilascio di un qualche prigioniero. Anche solo un segnale. Un segno.
Niente! Lo stato di diritto? No.
Non hanno più risposto così.
Vedrete. Vedrete. Lo ascolteranno.
Lo ascolteranno.

 

Monologo in vece di Buzz Aldrin

Mi sono fermato a lungo a pensare se
se ne debba parlare, raccontare l’esperienza unica,
sconosciuta prima e adesso irripetibile
di camminare sulla luna, sul suo suolo,
il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Quasi ne ho dimenticato la sensazione,
del primo passo, come sulla sabbia,
ma meno duro, meno solido l’impatto.
È stato diverso il mio passo da quello di Colombo.
Anche quella era terra, la terra, la spiaggia bagnata,
il riflusso dell’acqua, eppure uguale alla luna.
Ma lui ha poi fatto passi stabili. Non è stato lo stesso
per me. Era come muoversi nell’acqua su un fondale senza mare,
ma intorno tutto era storto, il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Sarebbe stato utile raccontare questa esperienza unica,
la prima, un inizio, la nascita, un tempo nuovo, se fosse
stata ripetuta, ripetibile, narrabile appunto come una storia nuova,
invece è rimasta unica, sola, isolata nella memoria e nelle immagini
che non mi appartengono più. Mi è sempre più difficile ricordare
quello che ho provato, quel primo passo, l’approdo, anche se
chiudo gli occhi le immagini si dissolvono ogni volta più rapidamente.
Adesso comincio a comprendere il silenzio di Aldrin.
Perché lui non ne abbia mai parlato. Perché ha scelto di tacere.
La sua è stata una scelta pratica. La mia non lo è stata per niente.
Anche perché, se ci penso, credo che sulla luna io non ci sia mai stato.

 

Fine della malattia

Non c’è più la malattia
a far galleggiare sul pantano
il non nostro amore senza amore.
È più molesto
questo nostro stalking quotidiano
della violenza di un estraneo.
Siamo stati messi all’angolo
dal rumore dei ragazzi,
zittiti dalle nostre paure,
impotenti per le nostre querule verità.
Non si chiamerà genealogia
questa sequenza di ingenue causalità.

Vorrei andare al cinema
a rivedere la mia storia.

 

© Pasquale Vitagliano

 

 

Tommaso Di Dio – Tua e di tutti (in mille metri)

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Tommaso Di Dio – Tua e di tutti – Lietocolle, 2014

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(in mille metri)

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Cento metri

Tutto questo non possiamo mai dimenticare / una volta cominciata questa impresa.

La forza della poesia, eccola qua. Di Dio, in questo, che è l’incipit della prima poesia del libro, ci sta dicendo già tutto, ci scrive subito dove vuole portarci, dove vuole arrivare. L’impresa cominciata è il mondo, è il tempo. Quale sarà lo sforzo? Quale la fatica? Nel primo verso siamo avvertiti, ci sono cose, Tutto questo, c’è molto che non dobbiamo dimenticare, non dobbiamo tralasciare. Guarda un po’, come negli incipit dei grandi racconti, qualcosa è già accaduto, qualcosa è rimasto fuori dalle pagine: Tutto questo. Non “Tutto quello”. L’avvertimento, l’invito a fare attenzione, è una delle chiavi di lettura del libro. Quello che nel primo verso è già accaduto, con ogni probabilità, ci verrà mostrato.

Duecento metri

Con gli anni la vita si complica / si confonde si immischia (pag. 19);  Forse bisogna chiudere gli occhi (pag. 20); Quella parte di silenzio / che ci copre il viso. (pag. 22);  l’ameresti così come ora l’ami / tua e di tutti, questa / vita reale più ricca e sgualcita / dal niente che non l’abbandona. (pag. 27).

Alcuni versi scelti dalla seconda sezione Con gli anni. Il poeta comincia a mettere dentro le cose, intanto chiarisce che il tu, il noi, contano più dell’io. Anzi sono la certificazione dell’esistenza dell’io. Molto tempo è già passato, ma non è solo il tempo degli anni in cui Di Dio è vissuto (vive) a essere convocato, è tutto il Tempo. La somma delle vite e delle cose accadute che ci hanno portato fin qua sono l’origine e la somma delle nostre complicanze, delle confusioni. Quel chiudere gli occhi significa, tra le altre cose, che per registrare, sentire, osservare, prendersi a cuore le cose, lasciarne perdere altre, occorre affidarsi a qualcosa che viene prima dello sguardo, di più forte: l’immedesimazione. E dopo c’è il contatto, c’è l’indispensabile noi, quel tu amplificato che guarda alla vita che è ricca e sgualcita, perché piena di ogni cosa, da starci dentro e amarla così com’è, perché così accade.

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Ernst Jünger, il milite della tecnica

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Ernst Jünger – In Ernst Jünger: In Stahlgewittern, Berlino 1922, 3° edizione

Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998)- militare, scrittore, filosofo – è una delle figure più affascinanti e controverse che abbiano attraversato il ‘900. Arruolatosi nella legione straniera da adolescente, volontario della Prima guerra mondiale, eroe di guerra decorato con la più alta onorificenza Pour le Mérite, esponente della rivoluzione conservatrice che animò il primo dopoguerra in Germania, ammirato e corteggiato da Hitler, ma che tenne sempre a distanza, anche quando fece parte delle truppe di occupazione tedesche a Parigi, dove ebbe modo di conoscere intellettuali collaborazionisti francesi quali Céline e Drieu La Rochelle. Nel secondo dopoguerra si confrontò in maniera serrata su temi fondamentali come il Nichilismo e il rapporto Oriente Occidente con il filosofo Martin Heidegger e il giurista Carl Schmitt. Ernst Jünger fu tutto questo, ma soprattutto ebbe la capacità di raccontare, interpretare la sua epoca e non solo, con rara lucidità e spietatezza, senza rinunciare alla sfida di proporre nuove prospettive storiche ed esistenziali, attraverso molte opere fondamentali: dal diario di guerra Nelle tempeste d’acciaio, al saggio La mobilitazione totale, alla stupenda raccolta di scritti Il cuore avventuroso fino ad arrivare ai romanzi Sulle scogliere di Marmo, Heliopolis, o ai saggi della maturità Al muro del tempo, Il libro dell’orologio a polvere e al celeberrimo Trattato del ribelle. Ma forse l’opera al tempo stesso più ambiziosa e che riesce a leggere il mondo contemporaneo in maniera radicale, cioè sin dentro la sua radice, è il libro Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt, pubblicato in Germania nel 1932, alla vigilia di avvenimenti fatidici per la Germania stessa e per il mondo. L’Operaio. Dominio e forma di Ernst Jünger è un testo capitale, una pietra miliare del ‘900 che il trascorrere del tempo solo apparentemente scalfisce, leviga, ma, a più di ottant’anni dalla sua pubblicazione, non intacca. Chi è l’Operaio? L’Arbeiter di cui parla Jünger? Le traduzioni del termine tedesco in italiano sono state molte, la più ricorrente è quella adottata da Quirino Principe nella sua versione italiana pubblicata da Guanda, L’Operaio appunto, altri hanno preferito rispettare la lettera della parola tedesca, traducendo con la parola Lavoratore, altri ancora hanno forzato la versione, mostrando sin da subito il senso che l’analisi jüngeriana vuole portare in luce, traducendolo con Milite del lavoro. Già da queste difficoltà terminologiche è possibile comprendere che l’Arbeiter di cui parla Jünger è qualcosa di più e di diverso di un esponente di una classe sociale o di un ideal-tipo sociologico, ma ha a che fare con una dimensione metafisica, al tempo stesso concreta, universale e necessaria. Tale metafisica è quella nietzschiana della Volontà di potenza (Wille zur Macht). L’Operaio ne è il conio reale presente nell’uomo dell’epoca tecnica,sia esso lavoratore, funzionario, capitano d’industria, militare, politico, uomo, donna.loperaio-185x300
Il punto di partenza storico è dato della prima guerra mondiale che ha determinato un mutamento del corso della storia europea, non solo per gli effetti strettamente bellici che essa ha avuto, ma per l’incidenza che tale evento ha avuto nell’autointerpretazione del destino europeo e occidentale. L’elemento decisivo per Jünger consiste nel crollo della “sicurezza borghese” e nel riaffiorare del carattere elementare della vita e della totalità dell’ente che squarcia il velo illusorio di un progresso e di una civilizzazione inarrestabili: “Il pericolo non esige soltanto d’essere parte di un ordine possibile, ma è anche la matrice di quella superiore sicurezza dalla quale il borghese sarà sempre escluso.” L’elementare è quell’ordine originario dell’esistenza, il cui elemento caratterizzante è il pericolo, non solo inteso come possibile minaccia fisica ma anche come minaccia estrema alla radice del nostro essere, chi non rifiuta il carattere elementare dell’esistenza accetta, per Jünger, il corpo a corpo definitivo con il nulla. Solo il rimanere nella radice inquietante del nostro essere può alimentare una dimensione della vita che non fugga da se stessa ma che accolga la guerra, il perpetuo scontrarsi e annientarsi di ogni cosa, come la linfa vitale e tragica del nostro stare al mondo.
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Alla cortese attenzione di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Chagall, "La città di N." (dal ciclo "Le anime morte"), 1927.

Chagall, “La città di N.” (dal ciclo “Le anime morte”), 1927.

Egregio Nikolaj Vasil’evič Gogol’,
negli anni tra il 1845 e il 1852, nel corso di una vostra febbre spirituale che incontra il mio rispetto anche nelle sue forme più brutali, voi avete fatto e reiterato due cose di cui la storia letteraria a venire avrebbe sofferto non poco: rifiutare come fossero state forme di idolatria gli incontri con quelle nuove generazioni di scrittori che si riunivano per leggere le vostre opere, e dare alle fiamme, due volte, quanto avevate scritto in anni di lavoro della vostra opera maggiore, Le anime morte. Ma, davvero, ciascuno deve guardare bene cosa intende per “soffire”: e sarebbe vigliacco, da parte nostra, paragonare il dolore che vi portò a bruciare parti di voi con quello che proviamo sentendoci privare di un vostro dono. Voi avete, lo ripeto, il mio rispetto. Ma rispetto chiedo a voi se in questa mia generazione vi scrivo, da un supporto che non avreste potuto immaginare, e uso questo mio scrivervi come stupido pretesto (già visto, già sentito) per commemorare (è questa la parola) quel vostro poema incompiuto che non arrivò mai a delinearsi nei suoi Purgatorio e Paradiso ma di cui ci resta un incredibile, beffardo Inferno tuttora perla rara della letteratura russa e universale. Spero voi abbiate fatto pace, Nikolaj Vasil’evič, con tutto questo.
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Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte

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Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte, Marco Saya edizioni 2015

Hanno il sapore di una veglia prolungata, dilatata dal rapido scorrere di chilometri dal sud al nord della penisola; hanno l’impronta (che, sì, fa pensare Mario Rigoni Stern di Amore di confine) della familiarità con la montagna, suggellata dalla consuetudine che si dipana giorno dopo giorno, ascesa dopo ascesa; hanno la novalisiana conoscenza rivoluzionaria dell’oscurità − rivoluzionaria perché rovescia i consueti rapporti di valore, novalisiana perché una delle tappe fondamentali di tale conoscenza è costituita dagli Inni alla notte di Novalis − le Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini. Hanno, più di ogni altra cosa, la voce inconfondibile dell’autore, queste sue Istruzioni che vengono pubblicate a distanza di alcuni mesi dalla morte di Gianmario Lucini, poeta, editore, “costruttore di pace“. Si tratta di un’opera di altissimo valore, all’effetto profondo e incisivo della quale concorrono tutte le qualità e le caratteristiche della scrittura di Lucini: l’intreccio-fusione di ruvidezza e spiritualità delle Sapienziali, la critica argomentata − e sempre diretta, ché il poeta guarda in faccia gli avversari, di volta in volta nominati e identificati −  del tempo, che ha ispirato le sue numerose iniziative ‘corali’ − L’impoetico mafioso, La giusta collera, Oltre le nazioni, Cronache da Rapa Nui, Keffiyeh. Intelligenze per la pace, per menzionarne solo alcune −, il gesto poetico nato dall’indignazione di Vilipendio. Conoscere le tenebre, praticare l’ascesa, rendere più acuta la vista, tendere l’orecchio, essere sempre pronti per il viaggio, trovare argomenti che vincano «con pazienza/ogni resistenza»: questo è l’impegno, questo è il percorso, questa la proposta per la quale ogni verso rende testimonianza, si popola di vissute “istruzioni”. «Ci vuole un aiuto anche alla metafora / dell’ascesa»: questo aiuto ci giunge, meditato e colmo di risorse, da Gianmario Lucini con le sue Istruzioni per la notte. (Anna Maria Curci)

Domenica 29 marzo, alle ore 17:00, Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini sarà presentato all’Associazione Culturale Villaggio Cultura – Pentatonic. Relatori: Luca Benassi, Manuel Cohen, Marco Saya. Annamaria Giannini leggerà la prefazione che Giovanna Iorio ha scritto al volume. Per informazioni qui.

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*

Dalla sezione Istruzioni per la notte 

 

VII – Routine

Quando rientro da lunghi viaggi
è sempre fonda la notte. L’Italia
stuprata dalle luci elettriche mi scorre
veloce a lato,  mi trova e mi lascia
col volto duro del barista all’Autogrill
a pisciatoi orrendi e straniti che declamano
due millenni di cultura col puzzo di latrina
numeri di cellulare scritti col lapis
da disperati sulle ceramiche dei cessi – gli specchi
più fedele del nostro progresso –

e quando dopo il lago appare la mia valle
–  chiara di luna la mia valle e cime innevate –
io non mi sento rincasare ma soltanto
precario sostare alla periferia d’una notte
provvisoria
in un luogo improbabile dove un fiume scorre
a metà strada fra l’inferno e il paradiso;

e mi pare di tornare dagli inferi
per dire tutto ma non so qual cosa dire
con la terra che mi balla sotto i piedi e il corpo
che in balìa di se stesso barcolla
nella notte
anch’esso provvisorio.

(p. 17) (altro…)

Nuova poesia latinoamericana. #1: Mario Bojórquez

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 Mario Bojórquez

Mario Bojórquez 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez 

 

Mario Bojórquez (Messico, 1968). È autore di libri di poesia, saggi e traduzioni. La sua opera ha ottenuto diversi riconoscimenti, come il Premio Statale di Letteratura della Baja California (1991), il Premio Nazionale di Poesia Clemencia Isaura (1995), il Premio Nazionale de Poesia Enriqueta Ochoa (1996), il Premio di Poesia Abigael Bohórquez (1996), il Premio Nazionale di Poesia Aguascalientes (2007), e il Premio Bellas Artes de Ensayo Literario José Revueltas (2010). Recentemente ha ricevuto il Premio Alhambra di Poesia Americana (2012), concesso dal Patronato de la Alhambra y Generalife e il Festival Internazionale di Poesia di Granada, Spagna, e la Distinzione Príncipe Tecayehuatzin de Huexotzinco. Tra i suoi libri vale la pena menzionare: Pájaros sueltos (1991), Contradanza de pie y de barro (1996), Diván de Mouraria (1999), El deseo postergado (2007) e El rayo y la memoria (2012). 

 

 

CASIDA DEL ODIO

 

I

Todos tenemos una partícula de odio
un leve filamento dorando azul el día
en un oscuro lecho de magnolias

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II

Todos
tenemos una partícula de odio macerando sus jugos
enmarcando su alegre floración
su fruta lánguida.

¿Pero qué mares
ay, qué mares, qué abismos tempestuosos golpean
contra el pecho y en lugar de sonrisas abren garras
colmillos?

Levanta el mar su enagua florecida, abajo de su piel va
creciendo otra ola dispersada en su vacua intrepidez elástica.
Levanta el mar su odio y el estruendo se agita contra los
muros célibes del agua y atrás y más atrás viene otra ola,
otro fermento, otra forma secreta que el mar le da a su odio,
se expande sábana de espuma, se alza torre tachonada de
urgencias; es monumento en agua de la furia sin freno.

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Simone Ghelli – Metallurgico

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Simone Ghelli – Metallurgico

 

Ore 5.00: suono meccanico che affonda nelle orecchie, inchiodato al giaciglio, ossa scavate di freddo, brividi sulla pelle. Improvviso, il sogno è svanito. Dieci minuti ancora: testa che si abbassa sotto acqua gelata, nervi addormentati solleticati, esce dalla placenta l’essere urlante e pretende di ritornare al niente. E poi: aroma di caffè e latte bollente, una sacca riempita di fretta con pensieri di resa, il ricordo di occhi spenti dietro a rincorse di parole.
Ore 6.00: odore di bruciato che sale verso stelle incolori, totem di acciaio su profilo costiero. Gli automi in fila recano loro in dono il proprio corpo consunto. Lingue di fuoco colorano l’alba mentre prenoto un biglietto per l’inferno. Cari compagni: è giunta l’ora, stringo i pugni per sentirmi vivo. Una corsa che occupa l’arco di un gesto perché ritorni il medesimo. Producendo vapore per la locomotiva abbiamo deragliato dai binari della catena di montaggio, adagiati a rimorchio non appena il rischio moltiplica la scelta.
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Una frase lunga un libro #5: Joyce Carol Oates – Sulla Boxe

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Una frase lunga un libro #5 – Joyce Carol Oates – Sulla Boxe – 66thand2nd, 2015 – traduzione di Leonardo Marcello Pignataro – € 17,00, ebook € 7,99

“Allo stesso modo non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. Chi come me ha cominciato ad appassionarsi di boxe da bambino – ho seguito la passione di mio padre – è improbabile che la consideri il simbolo di qualcosa che la trascende, come se la sua particolarità stesse nell’essere sintesi o immagine di altro. Posso però valutare l’idea che la vita sia una metafora della boxe – di uno di quegli incontri che si protraggono all’infinito, ripresa dopo ripresa, jab, colpi a vuoto, corpi avvinghiati, un niente di fatto, di nuovo il gong, e poi di nuovo, e tu e il tuo avversario così simili che è impossibile non accorgersi che il tuo avversario sei tu: e perché questa lotta su un palco rialzato, delimitato da corde come un recinto, sotto luci infuocate, crude, spietate, davanti a una folla scalpitante? -, il genere di metafora letteraria dell’inferno. La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe.  Perché se uno ha visto cinquecento incontri di boxe ha visto cinquecento incontri di boxe, e non è il loro comune denominatore, che di certo esiste, la cosa che gli interessa di più. «Se l’ostia è solo un simbolo,» rimarcò una volta la scrittrice cattolica Flannery O’Connor «allora che vada al diavolo!».”

La boxe è per me qualocosa di sfumato e vago, un’idea o un’intuizione, doveva arrivare qualcuno a spiegarmela, doveva arrivare Joyce Carol Oates. Sulla boxe è una raccolta di articoli e saggi, scritti nell’arco di molti anni, da un’appassionata ed esperta di boxe, ma questo non basterebbe a rendere il libro meraviglioso se la Oates non fosse la splendida scrittrice che è. E veniamo alla frase che ho scelto per parlare del libro, intanto la scelta è stata molto difficile, le frasi, le pagine, belle e significative sono moltissime, ma questa mezza pagina è molto interessante per due motivi: il primo ci mostra la qualità di scrittura della Oates e una sua particolare caratteristica quella di portarti parola dopo parola, virgola dopo virgola, facendo salire la tensione e la metafora, al punto, passo per passo, ma durante quei passi non ti nasconde nulla, ti dice dove ti sta portando, lo straordinario sta nel come ci riesce. Il secondo motivo ricorrerà in tutto il libro e ha per titolo: La boxe è una metafora al contrario. Come vedete, il paragrafo della Oates sottolinea di frase in frase come la vita somigli alla boxe, non il contrario, sarebbe facile pensarlo leggendo le frasi, slegandole dal ragionamento di fondo, ma non è così: La boxe però è soltanto come la boxe.

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Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie

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Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio, 2015

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Leggere le poesie di Anna Maria Curci significa, tra le altre cose, accettare numerosi inviti. Significa giocare su più tavoli, con più giocatori. Quando si leggono i versi di Anna Maria Curci, si sta dentro il nostro tempo, molto caro alla scrittrice e traduttrice romana, ma, contemporaneamente, si è invitati a confrontarci con la storia. Quello che è accaduto prima di noi, delle nostre vite e in quelle degli altri, segna il nostro presente e, che ci piaccia o meno, il nostro futuro. La storia entra nelle parole, ci entrano le guerre, i bombardamenti, ci entrano i ricordi, i racconti dei vecchi. Conta la memoria. Il bianco e nero vale quanto una fotografia a colori. L’altro invito che riceviamo è quello del confronto con la letteratura. Anna Maria Curci convoca in queste pagine tutte le sue letture, i suoi studi. I libri e gli autori che ha amato o che l’hanno influenzata. Gli scrittori, quasi sempre europei, sono o citati indirettamente, o menzionati, o, comunque, fonte d’ispirazione. A farla da padrona è la letteratura tedesca, di cui la Curci è ottima e inesauribile traduttrice. Si sente la Bachmann, si sente Trakl, e poi Pastior, e molti altri, ma anche il nostro Scotellaro. Sono lì presenti e irrinunciabili.
Per questi motivi leggere le poesie qui raccolte vuol dire leggere anche molte altre cose, vuol dire mettersi in un’ellisse dentro la quale spostarsi di rimando in rimando, di pronuncia in pronuncia. Significa, in sostanza, prendere appunti e andare poi a cercare qualche libro, qualche passaggio. Traendo ispirazione dalla letteratura che ama, Curci fa un regalo a noi, non ci resta che accettarlo.
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Poesie da “Cotone” di Martina Campi

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Tutte le persone
oggi avevano caldo
e scarpe aperte

dalla maglietta e dallo zaino
residui del giovedì.

Aria, un profumo
ch’è ricordo;

si parte da qui
che c’è la luce giusta.

Mah. Dipende da come
si alza il sole, mi hanno detto.

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*

Le parole lasciate davanti alle stufe
i nodi a scaldare
non finite che parole non avevano
amore.

Nelle macchine chiusi,
a respirare
avvolti nei cappotti.

Altezza dei cieli domenicali che ritornano
che spigoli sobbalzano,
le sedie con le giacche
le stufe accese
stanchezze intorpidite agli occhi
.
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la tua presenza, qui.
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(In fuga dai freddi)

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Nella Foresta tacita

Inizia con questo articolo la nostra collaborazione, come media partner, con la “Biblioteca dei Libri Perduti” (www.libriperduti.it), interessante e doverosa iniziativa editoriale, sviluppo materico dell’archivio critico e storico virtuale gestito proprio da Libri Perduti. La proposta di collaborazione non poteva non trovare una sponda nella nostra redazione che porta avanti già da tempo, con la rubrica “Si ristampi”, una ricerca su un patrimonio letterario scomparso o dimenticato nell’ambito del circuito editoriale.

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forestaLa collana “Multipli” viene inaugurata con il volume Foresta Tacita di Pino d’Alfonso, poeta e artista scomparso nel 2013.

Pino D’Alfonso, calabrese di nascita, cresciuto in Lombardia; militante nella sinistra extraparlamentare e attivo come artista tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso, ha generato e offerto una scrittura fortemente legata all’epoca in cui scrive e performa; nel volume proposto vengono presentati diversi inediti, elaborazioni, riviste e corrette nel corso degli anni, delle  sue prime sperimentazioni futuriste; il volume rimane, nella disposizione a scala della composizione così come nella costruzione figurativa, quasi uno spartito che guida forzatamente verso una lettura ritmica della sua scrittura, la cui scansione si sviluppa come una serie di pattern, concentrati e definiti su visioni, diapositive, scatti fugaci ma ben delimitati di elementi paesaggistici, punti focali di un diario di viaggio che, attraverso la compattezza di una descrizione percettiva, si sviluppa come mappa tridimensionale, che arricchisce di multi-percezioni la ricerca sonora e materica dell’autore (D’Alfonso era anche artista e le sue opere si sviluppavano come realizzazione performativa dei suoi testi).
Il volume raccoglie quindi una serie di inediti a cui D’Alfonso ha lavorato fino alla morte e, in appendice, una serie di riproduzioni delle sue opere.

Con questo articolo noi di Poetarum Silva approfittiamo per invitarvi oggi, lunedì 23 marzo 2015, all’inaugurazione della mostra delle opere di D’Alfonso alle ore 17.30 presso la biblioteca civica di Busto Arsizio; seguirà alle 18 la presentazione del libro presso la libreria Boragno, con le letture di Dome Bulfaro (autore di una nota del testo).

coverpino© Iacopo Ninni

Anna Maria Carpi e il sentimento del tempo

 

Anna Maria Carpi. da qui

Anna Maria Carpi. da qui

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Dove sei Magnificat di Bach,
pura bellezza, fede illimitata
che in te l’umano o qualche umano è salvo?
Anna Maria Carpi

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Si fa parole e musica il pensiero, nella produzione lirica così come nella narrativa di Anna Maria Carpi, guarda in faccia il tempo, bimbo sfrontato che pasticcia e sguscia. La voce non demorde, mentre lo sguardo si china sulla mano che scalfisce il muro e obietta, con forza e decisione, doti unite alla capacità di guardare indietro e oltre, senza dimenticare, sì, ma senza cadere preda di alcuna ‘trasfigurazione’ fallace del ricordo. Mi piace sottolineare oggi, nel giorno del compleanno di Anna Maria Carpi, questo sentimento del tempo, proponendo alla (ri)lettura una poesia dalla raccolta Quando avrò tempo e l’incipit del romanzo di formazione Il principe scarlatto. (A.M. Curci)

QUANDO AVRÒ TEMPO dico
e so che non l’avrò:
mai l’afferro o lo fermo,
non mi sta in mano il tempo,
palpita stride becca vola via.
E io che intanto
ingombro questa casa come un bimbo
che sparge intorno i giochi
e di far ordine non è mai il momento
e nemmeno è capace, se non viene sua madre.

da: Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo. Poesie 2010-2012, Transeuropa edizioni 2013

 

«È da un pezzo ormai che neppure tra amici si parla più di se stessi, di come si è o del proprio destino. Ne manca il tempo, e a parte questo ormai si sa che un io semplice e fisso non c’è, è solo un’apparenza, un assemblaggio di parole o peggio ancora una malattia. Peccato. Anche se è ben vero che quasi tutto ciò che sono l’ho preso da fuori, e molto da mio padre e da mia madre, tanto che a volte mi pare di essere nata anch’io nel loro secolo – che è ormai due secoli fa, perché quando mi hanno messa al mondo si avvicinavano entrambi ai cinquanta. E forse che ho un equilibrio, ho deciso qualcosa, so da che parte andare, se mettermi una volta per tutte in proprio o correre dietro agli altri? No. Che cos’ho di mio? Niente. La mia è soltanto una storia d’obbedienza. A che? A chi? Non lo so. Io lo chiamo il principe scarlatto».

da: Anna Maria Carpi, Il principe scarlatto, Baldini Tartaruga, Milano 2002, p. 7