Mese: febbraio 2015

Traducendo Baudelaire #6

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

il giocatore segreto

Correspondances

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.

Il est des parfums frais comme des chairs d’enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
– Et d’autres, corrompus, riches et triomphants,

Ayant l’expansion des choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens,
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.

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Corrispondenze (trad. di Caterina Vito)

La Natura è un tempio i cui viventi pilastri
A volte sussurrano confuse parole;
L’uomo ci passa attraverso foreste di simboli
Che l’osservano con occhi familiari.

Come lunghi echi che da lontano si confondono
In una tenebrosa e profonda unità,
Vasta come la notte e come la limpidezza,
I profumi, i colori e i suoni si rispondono.

Vi sono profumi freschi come la carne dei bimbi,
Dolci come oboi, verdi come prati,
-E altri, corrotti, ricchi e trionfanti,

Che posseggono l’immensità delle cose infinite,
Come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso
Che cantano gli impeti dell’anima e dei sensi.

 

Questo sonetto, tra i più celebri della raccolta e capolavoro in assoluto della poesia moderna, può essere considerato l’atto fondativo di quel movimento letterario e artistico che verrà poi designato con il nome di Simbolismo. Un movimento che in Francia riconoscerà a ritroso i propri maestri (lo stesso Baudelaire, Rimbaud, Verlaine…), ma che con la nascita di una coscienza estetica (il manifesto di Moréas è del 1886) comincerà il proprio declino sotto il segno di una scrittura codificata e imitativa. Le corrispondenze baudelairiane riattivano l’idea di un’analogia universale, dove parti lontanissime del mondo entrano in rapporto, e perfino sfere sensoriali diverse finiscono per compenetrarsi. La metafora e la sinestesia sono le figure retoriche che esprimono linguisticamente questa unità. Ma la critica dei Lumi a ogni possibile soprannaturale aveva tolto potere a quelle garanzie metafisiche che nel Seicento legittimavano ancora la metaforicità barocca. Le immagini simboliste ricadono dunque inevitabilmente nell’interiorità soggettiva e la illuminano, annunciando quel luogo delle simmetrie profonde che Freud renderà famoso con il nome di inconscio. La proposta di Caterina Vito ha in questo senso aspetti di libertà che sono però coerenti rispetto al significato complessivo del testo. Trasformare il “lasciano uscire” in un “sussurrano” rende le parole della Natura più simili a un vizio dell’orecchio, a una nostra fantasia proiettiva. La “chiarezza” divenuta “limpidezza” infittisce il tessuto analogico, tendendo un filo che dalla luminosità passa all’acqua e ritorna alla luce. I “trasporti” dell’anima e dei sensi, fatti “impeti”, sembrano suggerire che il gioco della corrispondenze non è soltanto armonia, ma rivelazione violenta, strappo, lotta con una verità sempre data e sempre sottratta. (A.A.)

da “I sentimenti dell’insalata” di Ginevra Lamberti

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da I sentimenti dell’insalata
di © Ginevra Lamberti

#1

Sarà stato il duemilaecinque.
Una sera ero con degli amici fuori da un locale che in realtà era una pizzeria riassettata a locale per giovani fattoni che andavano ad ascoltare altri fattoni che suonavano ska-core sfigurandosi di alcol. Si chiamava Quadro Elettrogeno.
Non è durato molto in quanto se c’era una cosa che il proprietario non poteva tollerare era di lavorare tanto. Dietro al bancone e dietro ai suoi baffi, Endrigo lo capivi subito che più gente entrava e gli chiedeva cose da consumare e più la sua faccia si incarogniva. Ho supposto all’epoca che si trattasse di un austero intellettuale di altri tempi, poco avvezzo alle leggi del mercato e ancor meno incline a tollerare il degrado delle nuove generazioni. Mia madre ha poi spiegato che Endrigo se lo ricordava quando erano ragazzi, e il fatto è che semplicemente era dall’alba dei tempi che non aveva voglia di fare niente.
Comunque dicevo che una sera in cui il Quadro Elettrogeno esisteva ancora fiorente, stavo parlando con un amico, quando a un certo punto arriva un tizio ubriaco con cappellino visierato e pantaloni strappati. Ci da una spilletta con su scritto Movimento Veneto per la Denascita. Ci guarda entrambi, poi guarda il mio interlocutore e indicandomi dice ma tu ti rendi conto che questa qua fra qualche anno c’è caso che fa un figlio? Dobbiamo estinguerci, dice.

A quarantacinque anni di distanza da quella sera nutrirci tutti si è rivelato impossibile. Non si può dire che non ce l’aspettassimo.
Quello che nessuno si sarebbe mai aspettato è che saremmo riusciti a trovare delle soluzioni alternative alle guerre civili, mondiali, batteriologiche, nucleari. Non è chiaro come dal basso verso l’alto abbia iniziato a prendere forma quello che i libri di storia contemporanea chiamano Il Vento del Buon Senso, ma i più sostengono che tutto cominciò a cambiare in meglio da quando Gianni Morandi fu proclamato Papa.
Il Vento del Buon Senso è il movimento che ha gettato le basi per l’elaborazione del Metodo.
I teorici del Metodo inizialmente ritennero opportuno di prendere in considerazione i deliri dei ragazzini coi pantaloni strappati e dei loro mentori, e di proporre l’interruzione volontaria e controllata della proliferazione della specie umana. Arrivare ad una conclusione positiva delle trattative fu impossibile, nessuno sui grandi numeri avrebbe potuto accettare un simile cambiamento se non a prezzo di quei soprusi e quelle violenze che Il Metodo si era ripromesso di lasciare indietro per sempre.
Si decise allora di lavorare su massicce campagne educative volte ad un cambiamento radicale dell’alimentazione e all’incoraggiamento della formazione di famiglie omogenitoriali. Allo stato attuale delle cose l’adozione è una pratica obbligatoria per tutti i tipi di coppie ed anche per i singoli che desiderino crescere una creatura, almeno per quanto concerne il primogenito.
Dopo una parentesi dapprima vegetariana e in seguito vegana che riscosse un insperato successo, qualcuno iniziò ad interrogarsi riguardo i sentimenti dell’insalata, e il cibo smise di esistere nella sua versione organica. Si provò da principio ad eliminarlo del tutto sintetizzando in provette e compresse tutto ciò di cui il corpo umano abbisogna. Tecnicamente la pratica funzionò, ma si decise di fare un passo indietro notando come le persone ed in particolare i popoli provenienti da Bacino del Mediterraneo, Medio Oriente e Sud Est Asiatico, privati di questo rito, si immalinconissero irrimediabilmente.
Il Metodo è in continua evoluzione, lo stanno ancora studiando. L’assunto da cui partono gli studi è che siamo consapevoli del fatto che niente è perfetto.
La nuova religione è la Fisica (che ha dunque smesso di essere definita scienza per questioni di marketing) con una netta predominanza di fedeli per quanto riguarda quella quantistica. In modo analogo alla questione delle messe in latino, la maggior parte delle persone a dire il vero non ci capisce molto, ma rispetto alle fedi precedenti ha il vantaggio di essere l’unica vera religione dell’amore. Questo vale soprattutto per i fedeli più anziani, che basano il loro culto sulla visione di Stargate e semplificano la teoria dei multi versi concludendo che questa in potenza legittima tutte le altre fedi e anche quelle non esistenti. A quarantacinque anni di distanza, senza più lotta per il cibo, con una dieta povera di carni rosse (che comunque sono farlocche, cioè inorganiche) e nessuna scusa teorica né pratica per bisticciare, la gente è in effetti più calma. Anche un po’ più annoiata e meno creativa, ma sulla questione del divertimento e del brivido dati dal paradosso e dalla negazione del negativo i teorici del Metodo stanno ancora lavorando.
Mi soffermerei anche sulla brillante risoluzione delle questioni energetiche, idriche e di smaltimento dei rifiuti, ma ho settantacinque anni ed ho studiato lingue morte, nel senso che ora tutti parlano l’Indondese, un idioma nato dallo sciagurato incontro tra Indonesiano e Thailandese. Dicevo che ho settantacinque anni e ho studiato lingue morte, delle cose scientifiche non è che ne abbia mai capito molto.

*

La versione integrale di questo racconto è uscita sul nr. 01 di Scottecs Megazine, trimestrale di fumetti e roba buffa di Sio, edito da Shockdom da febbraio 2015:
http://www.scottecsmegazine.com/#scottecs-megazine

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Ginevra Lamberti nasce nel 1985 e viene da Vittorio Veneto e da Roma. Al momento vive a Venezia, dove lavora come copywriter; collabora anche con l’Associazione Culturale Flat di Mestre. Dal 2009 cura il blog http://inbassoadestra.wordpress.com, diario della sua esperienza di studio in Russia. Ha pubblicato racconti, tra gli altri, per la rivista letteraria “Nuovi Argomenti” (Mondadori), per “Linus” e per “Scottecs Megazine” (Shockdom). A seguito del corso di scrittura creativa Pordenonescrive 2012, tenuto da Alberto Garlini e Gian Mario Villalta, presenta, tra sei selezionati in tutta Italia, un racconto inedito nell’ambito dell’incontro “Roland”, svoltosi nel corso del festival letterario Pordenonelegge 2012. Il racconto in questione diventerà il primo capitolo del suo primo romanzo, in via di pubblicazione nel 2015 per la casa editrice Nottetempo.

 

Camminare nella luce. Su Umberto Bellintani (di Renzo Favaron)

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Camminare nella luce. Umberto Bellintani – Forse un viso tra mille (seguito dal carteggio con Primo Mazzolari). Passigli Poesia.

«La poesia non matura nel verso ma nel cuore» scriveva Primo Mazzolari in una lettera indirizzata a Umberto Bellintani. Era l’agosto 1953, anno in cui usciva Forse un viso tra mille (del poeta di San Benedetto Po). Da allora sono passati sessanta anni, ma la frase di Primo Mazzolari ha un valore che va al di là del tempo, e non solo per il suo destinatario.
È come se il prete di Bozzolo dicesse: «La poesia non è solo suono o inchiostro rappreso, anzi: è qualcosa che si porta dentro e che governa la vita di colui (colei) che la porta». Come se in sé contenesse pensiero e azione (e questo farebbe pensare, guardando alle biografie di Primo Mazzolari e di Umberto Bellintani, che più chiara espressione ne fosse il prete). Invece è proprio dal poeta appartato che scaturisce questa immagine, questa figura. Nel carteggio stampato insieme a Forse un viso tra mille, Umberto Bellintani si apre e parla della sua fede. Così scrive: «Se non riesco ad amare Dio, riesco bene ad amare Cristo perché à sofferto, ha amato, è stato crocefisso». Chiaro come il sole: il poeta dichiara di non avere una fede cieca e assoluta, caso mai crede nel figlio di Dio, perché «à sofferto, ha amato». È proprio nella sofferenza che conosce l’amore e nell’amore che conosce la sofferenza, che Primo Mazzolari e Umberto Bellintani coincidono, e attraverso cui va colto e letto l’impegno civile e morale della loro opera (religiosa e politica, nel caso del primo e, nel caso del secondo, discretamente poetica).
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Poesia latinoamericana #6: Roque Dalton

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

La sesta finestra aperta sulla poesia latinoamericana è dedicata a Roque Dalton, poeta salvadoregno. Continua così il nostro viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Roque Dalton

ROQUE DALTON

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Roque Dalton (El Salvador, 1935 ‑ 1975). Poeta, narratore e saggista. Tra le sue opere figurano: La ventana en el rostro (1962), El turno del ofendido (1962), Los testimonios (1964), Taberna y otros lugares (Premio Casa de las Américas, 1969), Miguel Mármol. Los sucesos de 1932 en El Salvador (1972), Historias prohibidas del pulgarcito (1974), Pobrecito poeta que era yo… (1975), Poemas clandestinos (1975) e Un libro rojo para Lenin (1986, postumo). Nel 1956 fondò il Círculo Literario Universitario. Nel 1960 viene imprigionato e poi liberato nell’ottobre dello stesso anno, quando fu rovesciato il governo del presidente José María Lemus. A partire da allora ha viaggiato in diversi paesi. È stato assassinato nel maggio del 1975 dai suoi compagni dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo.

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SOBRE DOLORES DE CABEZA

 

Es bello ser comunista,
aunque cause muchos dolores de cabeza.

Y es que el dolor de cabeza de los comunistas
se supone histórico, es decir
que no cede ante las tabletas analgésicas
sino sólo ante la realización del Paraíso en la tierra.
Así es la cosa.

Bajo el capitalismo nos duele la cabeza y nos arrancan la cabeza.
En la lucha por la Revolución la cabeza es una bomba de retardo.
En la construcción socialista planificamos el dolor de cabeza
lo cual no lo hace escasear, sino todo lo contrario.

El comunismo será, entre otras cosas,
Una aspirina del tamaño del sol.

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Martino Baldi – YOU GO TO MY HEAD (liberamente ispirato alla figura di Chet Baker)

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Martino Baldi – YOU GO TO MY HEAD (liberamente ispirato alla figura di Chet Baker)

E sì che ne aveva viste di donne… Ne aveva avute centinaia, forse un migliaio, e la povera Charlotte che trovava ancora la forza di amarlo, di spolverare il vecchio sorriso malinconico e luminoso ogni volta che riportava le proprie mani avvizzite sulla maniglia della porta di casa. Sunset Beach cos’altro era per lui? Cos’altro era California? Cos’era il concetto stesso di casa? Un sorriso e l’oceano. Cosa finiva sempre per farlo tornare? Quel cocktail. Luce. Profumo. Sorriso. Oceano. Charlotte doveva sentirlo, aveva le antenne sintonizzate sulla sua stazione. Potevano essere passate settimane o mesi. Si preparava. Doveva essere come un rito per lei. Chissà quanto tempo prima lo indovinava? Chissà quanto prima cominciava a preparare tutto? La casa pulita, ordinata, silenziosa, vuota. Il tempo di liberarsi della valigia, tra la porta e il sofà, posare il cappello sul tavolo, accanto ai fiori freschi, respirare a pieni polmoni il vecchio profumo di legno e sale e luce e attraversare le stanze verso il patio posteriore. Lei era ogni volta lì, di spalle, un ologramma celeste, più luminoso dello sfondo azzurro dell’oceano e del cielo. Oggi come ieri, come sempre. E in mezzo solo brevi e rade telefonate. Qualche cartolina. Molte bugie. Belle però. Bugie dolci. Il vento le accarezzava i capelli tagliati di fresco. Sei tornato anche stavolta. Non dev’essere un granché il mondo là fuori… Si voltava. Sorrideva. Quel sorriso, da più di trent’anni. Non ci pensava mai quando era lontano, eppure adesso, dall’altra parte del mondo, la parte vecchia, in un bar fumoso e affollato, privo di qualsiasi fascino, gli correva quel vento per la testa. L’oceano e il sorriso di Charlotte. Paul era già alla fine dell’introduzione. L’oceano e il sorriso di Charlotte. Dave avrebbe accarezzato il basso per poche battute. L’oceano e il sorriso di Charlotte: uno dentro l’altro. Poi il silenzio di un attimo, quasi il mondo respirasse, e sarebbe toccato a lui far piangere l’aria. Soffiò a vuoto nella tromba per prepararla.

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Faber, canzoni per il compleanno

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Le cronache della Leda #41- Don DeLillo e la mia famiglia

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Le cronache della Leda #41- Don DeLillo e la mia famiglia

Rosemary sentiva le donne parlare del sugo, con mariti o figli, e capiva perfettamente cosa volevano dire. Volevano dire, Non azzardarti a tornare a casa tardi. Volevano dire, questa è una cosa seria quindi bada a quello che fai. Era un monito speciale, un richiamo ai doveri di famiglia. Il piacere, d’accordo, il piacere delle pietanze di famiglia, tutta la storia del cibo, la storia del mangiare, col gusto forte dell’aglio. Ma c’era anche un dovere, un obbligo. Stasera la famiglia esige la presenza di ogni membro. Perché la famiglia per questa gente era un’arte e la tavola imbandita per la cena era il luogo in cui quest’arte trovava la sua espressione.

Mi capita spesso di tornare sui vecchi libri, più precisamente: dentro ai vecchi libri. Seguo un metodo quando leggo, lo chiamo il metodo Pollicino. Lascio briciole tra le pagine. Sottolineo i passaggi  che più mi piacciono e poi, perché i miei libri amo sporcarli, scrivo – a penna – i numeri delle pagine in cui si trovano, di solito, sotto la seconda di copertina, e quando ne ho voglia, ne avverto il bisogno, me le vado a rileggere. In questi giorni mi è capitato di rileggere alcuni passaggi di Underworld, il capolavoro di Don DeLillo. Il passo di Rosemary, del sugo, della famiglia. Una cosa che sembra, a una lettura superficiale, legata alle famiglie del sud, a quelle che emigravano negli Usa, nel Bronx di DeLillo. Eppure quella serie di frasi, di evocazioni, mi riporta esattamente alle domeniche di quando ero bambina, ai pranzi che facevamo dai miei nonni. Lo stare insieme era la nostra arte, e in quella casa contavano le donne, contavano per i motivi che narra lo scrittore americano. Contavano perché eravamo una strana e consapevole famiglia, dove tutti – anche i bambini – sapevano che nulla sarebbe stato possibile senza gli altri, nemmeno il pranzo della domenica. Perciò i libri dicono quello che il lettore sa trovare, a volte coincide con l’idea che aveva in testa lo scrittore, a volte vanno oltre, quelli sono i libri migliori.

Mia nonna, quelle domeniche si alzava molto presto e preparava il ragù. Lei era emiliana, ma il ragù che faceva era un misto tra quello alla bolognese e qualcosa che sapeva dei ragù napoletani. Mia nonna era una a cui piaceva unire, lo faceva a tavola, lo faceva quando ragionava con i figli e il marito, lo faceva con le amiche. Radunava quelle che andavano a messa e quelle che non ci andavano, lei apparteneva alla seconda categoria, e le portava in pasticceria. Diceva che su Dio e la politica avrebbero vinto i dolci. Adorava i bignè. Noi adoravamo lei. Si chiamava Duilia, raccontava che non sapeva perché i suoi l’avessero chiamata così. Era un bel nome e questo era quello che contava. Duilia apparecchiava  lasciando liberi i posti a capotavola. Diceva che a casa sua non c’erano capi, mio nonno sorrideva e mi diceva: «È lei il capo.» Non lo pensava. A volte mi pare che tutte le cose che ho imparato arrivino da quelle domeniche. Lo so io e lo sa Don DeLillo. Quei pranzi erano una cosa seria, si rideva moltissimo.

Leda

Nota: Il libro di Don DeLillo – Underworld è edito in Italia da Einaudi, la traduzione è di Delfina Vezzoli

Anteprima di “Soffiati via” – di Vito M. Bonito

di Vito M. Bonito

[Esce in questi giorni il nuovo libro di Vito M. Bonito, Soffiati via, per Il ponte del sale. Qui un estratto della silloge.]

bonito

*


le vere persone diluite
avvengono all’alba

fanno a pioggia
i respiri

cadono a mille
dal cielo
a scintille


*


nostra luce
opaca e nostra

chi rimane cosa rimane

più pura umana
cosa

benedizione
selezione
soluzione
salvezza
macellazione


*


allora una
due tre
quattro solo tre
al bisogno
massimo quattro

in cauda miniàs non pregare
cinque non dire
dimentica l’aria
arrenditi all’ira

quattro ogni notte
sempre ogni notte
pediatrica dose
pediatrica morte


*


un velo liquido
fino all’estasi

trafitta
confusa

brace umana

superinfusa

L’osceno

osceno

Per i Greci, osceno era ciò che non si doveva mettere in scena, perché truculento, eccessivo agli occhi e quindi per la mente: stupri, ammazzamenti, violenze. In teatro poteva occuparsene tutt’al più il Coro, che sapeva riferire al pubblico con parole adeguate, volte a simbolizzare la ferocia di quanto avvenuto, appunto, fuori scena. La proiezione dell’antico è dunque questa, se riconduciamo il termine “osceno” alla skené greca, la scaena latina, forma principale di obscaenus; una proiezione che sempre e una volta di più oggi torna a insegnarci, interrogandoci.
Nei tempi che viviamo mettersi al riparo dall’oscenità pare non sia più possibile. Le leggi dell’audience televisiva, in una tendenza al delirio che è giornalistica in genere, impongono volentieri ai teleutenti e ai lettori dei quotidiani online l’esibizione di un bambino nell’atto di giustiziare un prigioniero inginocchiato, o un killer incappucciato in quello di tagliare la testa a una persona terrorizzata in tunica arancione, o ancora un uomo barbaramente consumato dal rogo… Sono soltanto esempi recenti. Si dirà: dovere della cronaca. Si dirà: è la verità. Non è così, invece. Certo, di fronte a fatti di entità tale, eclatanti, sconvolgenti, questo “dovere” sembra avere ragion d’essere nel mostrare le cose così come sono, nude e crude. Altrimenti la nostra mente chissà – qualcuno potrebbe aggiungere – immaginerebbe di più o di meno, in ogni caso diversamente, e la realtà ne risulterebbe deformata.
Ma appunto, non è così, soprattutto se ricolleghiamo lo stesso meccanismo a qualcosa certamente di peggiore rispetto ai casi citati, perché meno necessario e urgente da riferire al pubblico, cioè l’ingorgo di speculazione che si sprigiona dalla cronaca spicciola dell’efferatezza, come ne fossimo tutti affamati, sempre ansiosi di ingoiarla e ingoiandola di restarvi imprigionati.
Rinati come sempre dall’antico, oggi in maschere a tinte spesso tristi, corriamo il rischio di restare imbrigliati nelle cose, di per sé inconsistenti. Cose, che possono essere oggetti, vicende, “eventi”: tutta un’ordinaria, piccola histoire événementielle sembra imprigionarci nella clausura asfittica dei fatti, quando oggettivare se stessi nelle cose si fa una tentazione irresistibile, e diciamo pure una tendenza in voga tra le “poetiche” odierne.
Se per alcuni quindi deve dominare “il dovere di informare”, senz’altro a noi tocca il dovere di mandar giù tutto (e torna in mente Zanzotto: «… in questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio»). Ed è così che tutto si nutre – è il caso di dirlo – di un’intenzionalità particolarmente velenosa, quella di replicare all’infinito una specie di gara in cui vince chi mostra più orrori in diretta, ben consapevoli che, scomodando Proust, nel meccanismo delle nostre emozioni l’immagine è l’unico elemento essenziale.
È vero, le immagini passeggiano nei nostri occhi, dritte verso la mente, ma il problema è l’assenza di analogia, se siamo solamente nella condizione di subirle. Pensiamo a Auden ne La Mano del Tintore, 1961: «l’uomo è un animale che procede per analogia». E allarghiamo di qui il pensiero, riportiamolo a Eliot, in The Rock, 1934: «Dov’è la saggezza che abbiamo / Perso nella conoscenza? / Dov’è la conoscenza che abbiamo / Perso nell’informazione?». Possiamo conoscere solo costruendole noi le immagini, rendendo visibile ciò che è invisibile – dando così vita, per paradosso e diciamo quasi per errore, proprio all’osceno, portato finalmente in scena – ma solo, questo è il punto, rielaborato dall’intuito della nostra mente, soltanto se la nostra memoria si rende capace di collegarlo coi giusti nessi al semplice accadere dei fatti.
Tornando ora per un attimo all’etimo, se consideriamo che “osceno” si fa anche e principalmente derivare dal latino “obscēnus”, cioè “di malaugurio”, e scavando sempre sul fondo delle parole troviamo che “augurio” contiene in sé non soltanto il senso di un presagio, ma anche il significato di “far crescere”, “aumentare”, si capisce bene – seguendo la direzione di quanto qui s’intende affermare – come a crescere sia, angoscia per angoscia, un cumulo inerte di cose subite per immagini.
Analogia, allegoria e trasfigurazione occorrono sempre, per simbolizzare. Indotti a privarci di questa vera necessità, la nostra visione si sfascia, anzi forse nemmeno è tale, perché senza forma, composizione, e allora non può che essere un mero sovraccarico, un’orgia di immagini insopportabile.
Dovremmo finalmente ammettere che lo vogliamo, il silenzio, il silenzio degli occhi, e che vorremmo tornasse a consegnarci enigmi, cari alla nostra immaginazione. Silenzio, il filtro dei nostri occhi, per osservare, probabilmente, più che guardare. E forse finalmente capire, conoscere.

Cristiano Poletti

Nota: ringrazio l’amico Beppe Bettani, cui devo lo spunto per questa riflessione e al quale soprattutto le parole iniziali di questo articolo appartengono.

Traducendo Baudelaire #5

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

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Sur Le Tasse en prison d’Eugène Delacroix

Le poète au cachot, débraillé, maladif,
Roulant un manuscrit sous son pied convulsif,
Mesure d’un regard que la terreur enflamme
L’escalier de vertige où s’abîme son âme.

Les rires enivrants dont s’emplit la prison
Vers l’étrange et l’absurde invitent sa raison ;
Le Doute l’environne, et la Peur ridicule,
Hideuse et multiforme, autour de lui circule.

Ce génie enfermé dans un taudis malsain,
Ces grimaces, ces cris, ces spectres dont l’essaim
Tourbillonne, ameuté derrière son oreille,

Ce rêveur que l’horreur de son logis réveille,
Voilà bien ton emblème, Ame aux songes obscurs,
Que le Réel étouffe entre ses quatre murs !

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Sul Tasso in prigione di Eugène Delacroix (trad. di Federica Merati)

Il poeta in cella, trasandato, malato,
sgualcendo un manoscritto con il piede agitato,
osserva con lo sguardo infiammato dal terrore,
l’abisso di vertigine dove sprofonda il suo cuore.

Le risa inebrianti di cui risuona la prigione
allo strano e all’assurdo portan la sua ragione ;
il Dubbio lo assedia, e la Paura orrenda,
multiforme e ridicola, lo circonda.

Questo genio rinchiuso in un tugurio infame,
queste smorfie, queste grida, queste ombre il cui sciame
turbina dietro il suo orecchio, tumultuoso,

questo sognatore risvegliato dal suo alloggio spaventoso,
ecco il tuo emblema, Anima dai sogni oscuri,
che il Reale soffoca tra i suoi quattro muri !

 

Questo componimento è liberamente ispirato al quadro di Delacroix, ed è quindi un’ekphrasis infedele: Tasso nel quadro non ha uno sguardo “infiammato dal terrore”, ma piuttosto assonnato e fuori del mondo. Alla dimensione del sogno Baudelaire ne sovrappone un’altra, altrettanto romantica, quella dell’artista ribelle e perseguitato, che in questa nostra rubrica già fu albatro, già fu Gesù. Il tema della follia contrapposta alla sedicente normalità trova dunque in Tasso, rinchiuso nell’Ospedale Sant’Anna per volontà della famiglia d’Este, l’emblema perfetto. Esiste però un’affinità più profonda tra l’autore della Gerusalemme liberata e la grande letteratura ottocentesca, ed è il fascino del male. Nel poema cristiano viene suggerita per la prima volta una possibile complicità con l’Altro, con l’Infedele, con Satana schierato dalla parte dei pagani, ma è ancora una solidarietà inconscia, che riflette il clima spirituale frantumato della Controriforma. In Baudelaire questa complicità viene invece sbandierata apertamente e provocatoriamente, contro quella classe borghese che si crede pura e invece è marchiata dal peccato. Federica Merati è brava a mantenere il sistema di rime del sonetto, e anche a concedersi qualche piccola deviazione. Nell’originale la vertigine è una “scala” che si può ancora misurare, qui diventa un “abisso” che si osserva e basta, accentuando il terrore e la perdita di controllo. Il tugurio non è più soltanto “malsano”, ma addirittura “infame”, segnato dall’errore, dalla vergogna e dall’ingiustizia. La realtà oggettiva del mondo è ormai irrimediabilmente confusa con la vita morale del soggetto, con lo “sciame” delle sue ombre. Come Dio e Satana sono sempre meno ontologicamente dati, sempre più psicologicamente dirompenti. (A.A.)

Intervista a Paolo Febbraro

 

foto di Dino Ignani

foto di Dino Ignani

1) Paolo, comincerei chiedendoti del tuo libro uscito da pochissimi giorni, Leggere Seamus Heaney (Fazi, 2015), in cui ripercorri la vita e le opere del grande poeta – premio Nobel nel 1995 – recentemente scomparso. Sarei curiosa della genesi di questo libro, del metodo che puoi esserti dato sin dall’inizio per trattare un materiale così vasto ed estrapolare chiavi di lettura considerata anche quella che può essere, a volte, un’arma a doppio taglio: l’amicizia con l’autore.

Ho conosciuto personalmente Seamus Heaney nel luglio del 2009, nella città toscana di Cetona, sede di un premio prestigioso, la cui giuria aveva scelto lui come personalità internazionale e me fra i cinque finalisti italiani. Prima di allora, Heaney era per me solo uno degli ottimi poeti del panorama mondiale: avevo letto delle sue poesie, non moltissime, grazie alle traduzioni di Franco Buffoni. Ma aver conosciuto lui e sua moglie Marie mi ha introdotto davvero alla sua figura umana e artistica. Una volta pubblicato il mio saggio più impegnativo, L’idiota. Una storia letteraria, nel 2011, mi venne in mente di tentare una lettura complessiva della sua opera, che intanto prendevo a conoscere sempre meglio. Capii presto che avrei scelto come chiave di apertura l’essere Heaney un poeta dell’attraversamento, della cucitura, della difficile conciliazione fra gli opposti: una pietra di guado, o stepping stone, come ha riconosciuto lui stesso. Da questa idea centrale si dipartirono poi altre scoperte, come il rapporto fra Heaney e l’antica poesia anglosassone e irlandese, o con Virgilio o con il nostro Pascoli. Più volte parlammo di questa mia impresa. Purtroppo, la mattina del 30 agosto 2013, quando grazie ad amici irlandesi seppi della sua scomparsa, mi resi conto che avrei dovuto terminare il mio saggio senza il conforto del suo genio affettuoso. Le mie parole persero l’eco che la sua lettura avrebbe rimandato.
HeaneyC’è poi dell’altro: riflettendo su questo mio libro, mi sono accorto che l’ho scritto anche per mettere a disposizione di autori e lettori italiani un contravveleno, una controproposta. L’Italia è afflitta da una – idealistica, hegeliana – dichiarazione di morte nei confronti della poesia, con tanto di sanzione accademica. Questo ha portato al discredito di tutti gli autori, anche di quelli onesti e valorosi, con tanti medio-poeti o verseggiatori che ne hanno approfittato per rifugiarsi nel piccolo narcisismo di un poetare quotidiano, crepuscolare, cronachistico, dimesso; o viceversa, per tendere muscoli che non hanno, alzando i toni. Proporre criticamente la poesia di Heaney, e la sua splendida saggistica, significa per me mostrare di quale entità sono i problemi che la poesia può superare e metabolizzare, e quale sia la sua “normale” grandezza, l’ampiezza delle sue soluzioni formali, la profondità del suo “pescaggio” nelle tradizioni. Credo insomma che il mio sia anche un libro militante, da mettere a disposizione della nostra cultura.

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Un Posto per ogni distanza.

Sì, ammettiamo che ci piace parecchio correre il rischio di tentare la lettura di un libro che è già passato sotto i ferri di una grossa parte della critica e affrontare così il percorso tortuoso per evitare il già detto e il già sviscerato. Il rischio poi è ancora più elevato se ci riferiamo ad un testo la cui edizione in lingua originale risale a più di trent’anni fa (1983) e pubblicato solo l’anno scorso da L’Orma editore, grazie al notevole lavoro di Lorenzo Flabbi, traduttore ed editore. Il posto di Annie Ernaux ci è piaciuto così tanto che era impossibile non poter dire la nostra, ma per completezza vi consigliamo di tenere in considerazione, tra le tante, le recensione di Di Mauro su “Alias” e l’intervista di Alessandra Pigliaru per “il Manifesto”. Il-posto-Ernaux

Il Posto non è solo un’identità geografica, il paese del nord della Francia che fa da contorno alla vicenda, ma anche (e perdonate il calembour) la posta in palio nel gioco di ruolo che va via via crescendo tra la posizione sociale del padre (con tutta la Storia che si porta dietro e dentro) e quella a cui inevitabilmente tende la figlia, nata e cresciuta in un momento storico in cui la società si smarca sempre di più e con una velocità incalzante e feroce da tutto ciò che è provincia. Ecco quindi il bisogno di definire i contorni di una separazione e dare un ruolo e il posto giusto al dolore; quello rabbioso di una separazione culturale e quello profondo della separazione sensoriale, affettiva, corporea, per sfuggire definitivamente, come figlia ma anche come scrittrice da quella paura ancestrale, generazionale del trovarsi “fuori posto” e assolversi così dalla colpa di un tradimento culturale e sociale nei confronti della figura paterna, colpa a cui solo la scrittura, attraverso un necessario “scollocamento” può dare un senso di sollievo (come ci dice Genet).
Il libro nasce necessariamente autobiografico ma la continuità narrativa si frantuma e apre finestre continue sul presente, sul lettore, nel bisogno quasi ossessivo di giustificare le scelte semantiche e di rassicurarsi attraverso una scrittura lucida, quasi cinica del non cadere mai nella possibilità del bluff e dell’interpretazione là dove la memoria falla e si accettano con consapevolezza le imprecisioni sfumate dei ricordi che inevitabilmente contornano e arricchiscono questa epica famigliare. Non è un caso che la narrazione esordisca con l’accenno al dubbio quasi demotivante nel porre temporalmente il rapporto tra due eventi così importanti e così dolorosi nella loro contraddittorietà (il funerale del padre e il concorso per l’insegnamento), ma il dubbio si risolve solo attraverso un linguaggio assolutamente puro, scevro da ogni possibilità di accenno al sentimento, alla nostalgia e al giudizio e l’aspetto biografico rimane impermeabile. granitico. Un libro sulla memoria non può tuttavia non fare i conti con Proust e Annie Ernaux non se lo dimentica e anzi lo cita almeno due volte, rimarcando nel corso della narrazione la sua imperativa necessità e convinzione di dover definire sempre e comunque con dignità il limite tra ciò che è memoria e ciò che diventa fiction. Lo scrivere di povertà e di ignoranza, non è mai un espediente estetico come in certe caratterizzazioni proustiane o come nella narrazione cinematografica (l’episodio della carne coi vermi che su ripeterà, perché “…non è la corazzata Potemkin.”) ma è la chiave necessaria, se priva di alcuna autocommiserazione o lettura ironica dei limiti culturali e grammaticali paterni, per riuscire a definire quella lotta impari di una generazione contro una società che troppo velocemente prende distanze siderali dalla rassicurante immutabilità della tradizione (il pranzo dopo il funerale, per esempio), delle abitudini e del rimanere legati a quella condizione di semi ignoranza per cui da un momento storico in poi non è più un alibi l’indistinzione tra il parlare e l’agire, ma la presa d’atto di ritrovarsi in un “posto” di assoluta e palese inferiorità; la prima grande dolorosa frattura tra una generazione cresciuta relazionandosi attraverso il dialetto e un linguaggio di sopravvivenza e chi vede nella padronanza del linguaggio e della grammatica una conferma dell’appartenere ad una classe diversa: – ogni volta che qualcuno mi ha parlato di lui, la narrazione cominciava sempre con “non sapeva né leggere né scrivere”, come se la sua vita e il suo carattere non potessero comprendersi che alla luce di questo dato. Questo lo scrive a proposito della figura del nonno, ma è una caratterizzazione necessaria, per trovare una radice da poter rivelare, che non diventa giustificazione, ma consapevolezza. La bellezza di questo libro sta proprio in quella che non esito a definire un’architettura funzionalista delle frasi dove la pulizia disincantata della scrittura, non è solo cronaca ma è un atto di rispetto, verso la storia di un uomo visto attraverso gli occhi di una figlia e non compare mai la ricerca di un motivo per cui assolversi così come non c’è alcuna ricerca consolatoria in una narrazione precisa, dove la stessa lingua paterna, non viene derisa, ma consapevolmente accettata come necessaria, in quanto lingua delle origini. Ma il Posto da cui la si contempla diventa l’accettazione dolorosa e irreversibile di una condizione diversa e distante.

© Iacopo Ninni