“In questa Valle di Lacrime” di Francesco Zanolla. Inedito

Oggi ospitiamo un secondo racconto inedito di Francesco Zanolla; il primo, Divinazione, potete leggerlo qui.

Alessandra Trevisan

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IN QUESTA VALLE DI LACRIME

These are the tracks we lay to take us from fire
These are the scars made by our chains
(The Black Heart Procession)

……………..Robin Tunney è un’attrice americana. Classe 1972.
……………..Interpreta l’agente del California Bureau of Investigation Teresa Lisbon nella serie “The Mentalist”. Magari qualcuno la ricorda anche in “Supernova”, mediocre pellicola fantascientifica del 2000, dove si esibiva nuda in un fugace amplesso a gravità 0 prima di venir tolta dalle spese dal cattivo di turno.
……………..Ora è proprio la Robin Tunney di “Supernova”, gli stessi profondi occhi verdi, gli stessi capelli corti e corvini, quella che mi sta tamponando un taglio sopra il sopracciglio destro.
……………..Non siamo nello spazio profondo, però. Siamo nel vano posteriore di un’ambulanza ferma a bordo strada, appena fuori dal parcheggio del Parentesi. E lei non è nuda, ma indossa una tuta della Croce Rossa.
……………..L’altro paramedico sta assistendo il dottore, intento a controllare le pupille di un tizio seduto sul predellino. Si sente stonato, dice. Gli gira tutto. Non ha preso nulla. Un paio di Havana Cola. Non di più.
……………..“Dicono tutti così” mi spiega Robin, mentre con una garza di cotone imbevuta di tintura di iodio inizia a disinfettarmi la ferita. Lo dice in italiano. E l’accento non è proprio californiano. Piuttosto, direi del Centro. Marche o Umbria.
……………..“E lei invece, che ha combinato?”, mi chiede.
……………..“Qualcuno ha aperto una porta del bagno. Con un po’ troppa energia” mento.
……………..“Cose che capitano” dice, ma non credo l’abbia bevuta.
……………..Il buttafuori all’entrata del Parentesi il primo colpo lo aveva tirato allo sterno. Qualcosa di poco definito. Più di una manata. Meno di un pugno. Ma faceva male comunque. Ero andato indietro barcollando.
……………..“Tutto qui?” avevo urlato dopo essermi stabilizzato sulle gambe. Allora era arrivato il gancio al sopracciglio. Quello sì, tirato con sentimento.
……………..A quel punto qualcuno si era messo in mezzo. In due o tre avevano bloccato il bestione.
……………..Qualcun altro mi aveva messo un braccio attorno alle spalle, allontanandomi dalle transenne. “Lascia perdere. Non è serata” mi aveva grugnito nell’orecchio prima di lasciarmi andare con una leggera spinta verso il parcheggio.
……………..Mi ero passato una mano sulla faccia e sulla fronte. Scosse di elettricità sopra l’occhio destro. E sangue sui polpastrelli. Avevo controllato gli occhi. Le palpebre. Asciutte come fiumare in agosto. Eppure faceva male. Sì che faceva male.
……………..Avevo raggiunto l’ambulanza, ferma come ogni sabato notte appena fuori del parcheggio di uno dei locali più frequentati della zona, per fornire assistenza ai reduci della movida.
……………..“È un taglio sottile ma profondo. Però niente punti ” dice Robin, gettando la garza. “Adesso copriamo.”
……………..Si avvicina per mettermi un cerotto. Fiuto tracce di deodorante evaporato.
……………..“Ecco fatto” dice. Mi aiuta a venir giù dalla lettiga.
……………..Un odore familiare. Fino a sei mesi fa mi capitava di annusarlo spesso. Dalla stessa distanza, a volte anche più da vicino.
……………..“Grazie”
……………..C’è qualcos’altro che vorrei dirle? Non mi pare. E poi non mi viene in mente niente.
……………..Quando torno alla macchina, sono le tre e venti del mattino.
……………..Cerco di respirare piano. Lo sterno mi fa ancora male.
……………..Per fortuna mi fa ancora male.


……………..Mando giù mezzo sonnifero prima di andarmene a letto.
……………..Le costole mi fanno sussultare al minimo contatto con il materasso. Così provo a mettermi sulla schiena.
……………..Ossa ammaccate.
……………..Il torace è indolenzito e vibra malamente ad ogni respiro appena un po’ più profondo. Il taglio sopra l’occhio pulsa e prude. Migliaia di uncini minuscoli conficcati tra pelle e carne.
……………..Però questo dolore è reale. Questo dolore è qui e ora.
……………..Sono le quattro passate. Pochi problemi. Tecnicamente è già domenica. Giorno del Signore. Una doccia non guasterebbe. E magari anche un pasto decente. Ma ci ragionerò più tardi.
……………..Questo dolore intanto sembra rimettere le cose nella giusta prospettiva. Riordina le priorità.
……………..Ossa ammaccate. Tessuti tumefatti.
……………..Tre settimane fa ho buscato due pedate negli stinchi da uno degli addetti alla security di una discoteca. Portava enormi anfibi neri, probabilmente con la punta rinforzata. Ho zoppicato per quasi dieci giorni. A chi me lo chiedeva dicevo che era successo giocando a calcetto: la solita entrata kamikaze da parte del solito difensore testa di cazzo.
……………..Per gli occhiali da sole che da lunedì porterò per qualche giorno mi inventerò qualcosa. Un orzaiolo. Un principio di congiuntivite. Una crisi acuta di vampirismo. Casomai qualcuno me lo chiedesse.
……………..Ho preso il sonnifero perché, quando riesce a fare effetto, mi mette a dormire senza sognare.
……………..La cosa più importante però ora è questo dolore. È reale. Ed è benedetto, finché dura.
……………..Ossa ammaccate. Tessuti tumefatti. Croste e spurghi di siero.
……………..Riuscissi a piangerci sopra, sarebbe veramente il massimo.

……………..La prima volta che l’avevo vista. Mi ricordo che leggeva. Un romanzo, il classico mattone per qualche esame di storia della letteratura, pensavo, e sbagliavo, ma l’avrei scoperto solo più tardi. Sulla copertina ritratto d’epoca di dama in nero, cappellino di paglia e orlo di pizzo.
……………..Il titolo non sono riuscito a leggerlo. E ora che ci penso, poi non gliel’ho nemmeno domandato.
……………..Poteva essere Emily Brontë. O Jane Austen.
……………..Il libro era appoggiato sul femore destro, le gambe accavallate, i pantaloni neri, la postura apparentemente neutra.
……………..Le dita magre che correvano sulle righe della pagina. La bocca piccola, le labbra sottili, gli occhi grandi, verdi screziati di grigio.
……………..Poteva essere Flaubert. O Tolstoj. O magari Henry James.
……………..E il seno sotto la maglia che sussultava leggero e ritmico con il respiro. Ancora non sapevo se mai l’avrei toccato. Ma già immaginavo di farlo.

……………..Una decina di giorni dopo la botta al sopracciglio sono di nuovo in pista.
……………..È venerdì sera. È il primo venerdì di giugno. Mancano sei minuti a mezzanotte e questa volta sono davanti al Punto e a Capo.
……………..Una bolgia infernale dentro, dove i bassi martellano come i pistoni del motore dell’Inferno, scavalcando le siepi attorno al giardino estivo del locale che viene riaperto oggi in pompa magna.
……………..Una bolgia infernale fuori, con i soliti pitbull moderatamente upper-fashion che entrano pieni di spocchia, accompagnati dalle solite levriere esageratamente upper-fashion, fendendo la folla nel complesso supinamente upper-fashion che si accalca all’entrata.
……………..La serata è rigorosamente a inviti. HyperExtraExclusive. Che significa: se non sei in una delle liste, evita anche solo di presentarti.
……………..Mentre perlustro la zona nei pressi dell’ingresso, immagino l’effetto di un colpo dritto al naso.
……………..L’armadio semovente, rapato alla moicana, che affianca la tipa in miniabito nero addetta al controllo degli inviti e delle liste, sembrerebbe il tipo giusto per un lavoro del genere.
……………..Una testata, tirata dell’alto verso il basso. Uno scatto secco dei muscoli del collo. Il bordo superiore del suo arco frontale contro la radice del mio naso alla stessa velocità terminale di un missile anticarro che centra il bersaglio.
……………..Immagino schegge d’osso e la camicia bianca che si inzuppa di sangue rosso rubino.
……………..Immagino che dovrebbero bastare un paio di moine, due o tre frecciate riguardanti i suoi presunti gusti sessuali, o le singolari attitudini verso il sesso della compagna e/o madre e/o sorella, magari accompagnate da un tentativo esplicito di forzare il blocco.
……………..Sto imparando a diventare un più che discreto provocatore di buttafuori.
……………..Così mi avvicino all’ingresso. Assumo una specie di posa, infilo le mani in tasca e ogni tanto allungo appena il collo con fare svagato, tentando di sbirciare quel che accade oltre l’entrata che dà sul giardino.
……………..La prima bordata è già in canna. Qualcosa sul taglio di capelli di Armadio. Tipo “Non dirmi che hai pure pagato per farti ridurre così?”, subito dopo aver lasciato che la tipa in miniabito avesse appurato che non ero proprio in nessuna lista.
……………..Immagino le gocce di sangue sulle scarpe e sui pantaloni. Immagino macchie rosse anche sull’asfalto.
……………..Poi immagino una ginocchiata allo stomaco.
……………..Tanto per gradire.

……………..Sono quasi sei mesi che passo i sabati mattina in parcheggi scambiatori. Seduto in auto, ascolto l’autoradio. Scaldo il sedile. Batto le dita sul volante.
……………..Mi capita di dividere quegli oceani di cemento con autisti di corriere in pausa sigaretta, fattorini pigri, pensionati bolsi e casalinghe smunte cariche di buste e borse della spesa. Passo ore ad osservare la scansione delle piazzole di sosta delle auto e come vanno riempiendosi e svuotandosi secondo schemi sconosciuti, che mutano minuto per minuto.
……………..Anche se sono passati quasi sei mesi, l’aletta parasole è ancora abbassata dal lato del passeggero. Lo sportellino che copre il piccolo specchio rettangolare è ancora sollevato. Ancora capelli, uno o due, sullo schienale e sul poggiatesta del sedile.
……………..E così torno a pensare a lei.
……………..Continuo a trapassare dal sonno alla coscienza in maniera brusca. Capita una o due volte per notte. È una specie di colpo di frusta psichico che quasi mi mozza il respiro in gola. Allora, per qualche attimo ritorno alla penombra tiepida della sua camera, Amy Hempel sulla mensola che sovrasta la testa del letto: Ragioni per vivere.
……………..E non è che non ci abbia provato. A fare quello che tutti dicono vada fatto in queste situazioni, intendo. Razionalizzare. Raffreddare. Distanziarsi.
……………..Chiudi e sigilla quella porta. Me l’avevano detto tutti. Fattene una ragione.
……………..In fondo non sei il primo, patetico coglione che veste panni simili.
……………..Questo non lo dicevano, ma era un sotto-testo che non faticavo a percepire.
……………..Trascorro gran parte del tempo non dedicato ai doveri quotidiani da solo. In attesa di un qualche evento decisivo che non ne vuol saperne di accadere. Mi accontento di trovare nuove zone d’ombra e altri angoli morti. Presidio spazi vitali in camere vuote. Guardo la città che brucia dall’alto di una collina.
……………..Ma poi arriva quasi sempre, a tradimento un’anamorfica improvvisa, un primo piano angolatissimo del suo viso. A meno di cinque centimetri dal mio.
……………..Fuori dal bar, la primavera che smetteva di essere timida per prendersi ciò che le spettava. Le sue mani che cercavano i miei polsi. Le sue gambe vicinissime alle mie, le ginocchia che si sfioravano, mentre aspettavamo il mio caffè, la sua spremuta e magari un pretesto per andarcene.
……………..Allora misuro la mia stanza a passi tardi e lenti. Mordo la federa del cuscino dopo averlo preso a pugni. Mormoro a ripetizione il suo nome abbracciando strette le ante dell’armadio.
……………..Mio malgrado, la materia che la costruisce è diventata eterna.

……………..Le braccia di Armadio scattano avanti e le sue mani aperte mi spingono le spalle.
……………..È chiaro che questo è solo un avvertimento, la spinta è stata poco più che un colpetto, perché lui torna subito nella posizione base, a braccia conserte. Il viso è privo di espressione. Lo sguardo puntato una spanna sopra le mia testa.
……………..Nonostante la cresta scenografica, Armadio è un professionista. Non un bullo da strada ripulito e imbellettato. C’è odore di agenzia specializzata. Di preparazione specifica. Di addestramento. Magari anche di un passato militare. Insomma, Armadio è uno che, preso nella maniera giusta, può dare grandi soddisfazioni.
……………..Così torno a farmi sotto. Un passo e mezzo, frenando appena lo slancio per arrivare a sfiorare la punta delle sue scarpe con le mie.
……………..“Avanti, non facciamola lunga, fammi entrare”. Glielo soffio praticamente in faccia, alzandomi sulle punte.
……………..“Fammi entrare. Fammi entrare. Fammi entrare.”
Sto violando la sua bolla d’aria. Lo sto facendo deliberatamente. Lascio che le leggi della prossemica lavorino per me.
……………..Armadio arretra di mezzo passo, sciogliendo le braccia lungo il corpo. Lo incalzo, badando a tenere la distanza appena sotto la soglia di quei fatidici quarantacinque centimetri che costituiscono la cosiddetta sfera d’intimità.
……………..Poi mi giro spalancando le braccia, tenendole ben sollevate, come a dire: non sto facendo niente di male, è lui che cerca rogna, sono un bravo ragazzo.
……………..Gli spettatori sono almeno una dozzina, assiepati un paio di metri più indietro. Facce da venerdì sera. Espressioni già lessate da vari giri di aperitivi e chiacchiere inconcludenti.
……………..Mi giro di nuovo verso Armadio e accenno ad oltrepassarlo con uno scarto laterale.
……………..Lui fa un mezzo passo alla sua destra e mi blocca nuovamente la strada, così tento a una leggera spinta, che non lo sposta di un millimetro. Cerco di nuovo di sfilargli di lato, e questa volta mi blocca, afferrandomi il braccio sinistro con una presa fulminea. Poi con una torsione decisa, ma controllata, mi porta il braccio dietro la schiena e mi costringe a girarmi, sicché sono di nuovo con la faccia rivolta al pubblico.
……………..Ancora facce da venerdì sera. Smorfie di delusione per la forse momentanea esclusione dalla festa del momento si mescolano all’attesa un po’ febbrile e un po’ malsana per quel accadrà tra poco.
……………..È davvero bravo. Nonostante la stazza, è stato rapidissimo. Composto. Efficace. Così penso che è meglio se me la gioco tutta adesso che mi tiene sotto scacco, e cerco di assestargli una tallonata sullo stinco destro, buttando contemporaneamente la testa all’indietro, per beccarlo al mento o al petto. Colpisco solo la gamba. Non troppo forte per i suoi standard. Lui si limita a torcermi con più energia il braccio contro la schiena e mi afferra la nuca. Allora sollevo la gamba sinistra e gli scarico un pestone sul piede.
……………..Qualche faccia da venerdì sera accenna a farsi avanti. Forse per intervenire. Forse solo per godersi meglio lo spettacolo. Ma poi Armadio, facendo leva sul braccio imprigionato, mi fa girare verso si lui.
……………..Adesso carica e spara, penso. Chiudo gli occhi e trattengo il respiro, pronto a sputare sangue e muco.
……………..Invece mi afferra il collo della camicia con entrambe le mani e mi tira verso di sé. Mi solleva di peso, finché non mi trovo in punta di piedi, quasi fronte contro fronte.
……………..La classica intimidazione terminale che precede la rappresaglia massiccia.
……………..Però sono io che passo all’azione, prima che lui possa magari darmi un’altra possibilità e mi lasci andare.
……………..“Ti amo. Parliamone” gli sussurro.
……………..Gli stampo un bacio appiccicoso sulla punta del naso, che poi comincio a solleticare e a leccare.
……………..Quando accenno appena a mordicchiarglielo, mi colpisce. Mi assesta un montante destro alla bocca dello stomaco, continuando a tenermi per il colletto con l’altra mano.
……………..Il secondo colpo è una ginocchiata al pube.
……………..Poi mi lascia il colletto e finalmente posso crollare. Il rumore delle rotule che si schiantano all’unisono sul cemento è secco. Come quello di un lucchetto ben oliato che si chiude. Inarco la schiena in avanti e vado faccia a terra. Appoggio la fronte all’asfalto. Chiudo gli occhi, supplice.
……………..Aspetto il colpo di grazia.

……………..Rivedo un suo biglietto di auguri che era diventato un segnalibro: una frase che riprende un titolo di un libro, e il suo nome, come un breve tracciato cardiografico, armonico e perfetto.
……………..Ricordo lei che stropiccia il bigliettino della macchinetta elimina code al banco gastronomia del supermercato, e dice qualcosa del tipo “Come facciamo anche solo pensare alla rivoluzione, quando un carrello di supermercato riempito al sabato mattina esaurisce lo spettro delle nostre possibilità esistenziali?” Poi mi guarda e scoppia a ridere. È un po’ troppo, in effetti. E allora io prendo dallo scaffale una bottiglia di vino rosso. Faccio il gesto di infilarla sotto il giaccone. E rido anch’io, mentre alziamo tutti e due fulmineamente il pugno sinistro: gioia e rivoluzione.
……………..E poi mi torna davanti agli occhi un dettaglio della sua mano, la sinistra, sollevata all’altezza del petto. Il dorso verso l’interlocutore, che poi ero io. Le dita unite che puntano verso l’alto, corte e sottili. Unghie divorate alla radice. Anulare e mignolo leggermente flessi. Un gesto spontaneo, compito e composto. Forse sta esprimendo diniego o incredulità. Forse sta solo rafforzando un passaggio del discorso. E un attimo dopo, taglio di montaggio forse non impeccabile, eccola mi sta ascoltando, con un’aria che un accento complice e curioso. Di fianco a lei qualcuno che entrambi conosciamo solo superficialmente sta parlando dell’ultimo cd che ha comprato.
……………..Eravamo al compleanno di una sua amica. Un pub dove suonavano musica dal vivo. Una serata piovigginosa. Avevo avuto la conferma che il reggae mi annoiava da morire.
……………..E poi, le sue braccia attorno alle mie spalle quando usciamo dal locale. Il mio indice che le sfiora le labbra quando ci salutiamo. Ricordo bene anche quello.

……………..Il colpo di grazia. Non arriva. E nemmeno le lacrime.
……………..Invece arriva qualcuno che mi afferra sotto le ascelle e mi aiuta ad alzarmi. Un capannello fitto di persone mi sta addosso. Sudore, acqua di colonia e vapori di alcol mi invadono le narici.
……………..Armadio è qualche metro più in là, assieme ad altre persone dello staff. Sta spiegando quel che è successo. La ragazza con la lista degli invitati diteggia furiosamente sul cellulare.
……………..I miei sollevatori mi fanno indietreggiare di qualche metro, sempre tenendomi per le ascelle.
……………..“Che cazzo t’è preso?” mi domanda qualcuno appoggiandomi una mano al petto. Noto che porta al polso un grosso cronografo in oro e acciaio.
……………..Riesco solo a biascicare timide scuse. Mi divincolo. Barcollo prima avanti e poi indietro, cercando di allontanarmi. Un paio di levriere Upper Fashion si scostano al mio passaggio. Un’altra mi scatta una foto con l’i-phone. La mando a fare in culo, ma solo col pensiero.
……………..“Ti conviene andare prima che arrivi la polizia” mi dice Cronografo. Mi cammina a fianco ancora per qualche passo prima di lasciarmi al mio destino.
……………..Annuisco. È come se un elefante mi avesse camminato sulla bocca dello stomaco. Crampi acuti che diffondono dolore puro e intensissimo.
……………..Mi dirigo a passi incerti verso il parcheggio. Respiro piano, strascico i piedi finché non trovo un cordolo spartitraffico. Mi ci siedo. Anche le ginocchia hanno iniziato a reclamare. Scruto l’asfalto del parcheggio attorno alle mie scarpe.
……………..Ripenso a passi leggeri sull’erba fresca e tenera, a sbuffi di nuvole che si tingono di rosa pallido, al tramonto che inonda i nostri vuoti più profondi. La luce come un fluido, attraverso cui respirare. E poi alla luna, radiosa ed enorme dopo un timido temporale di giugno.
……………..Sfiorarsi le mani, ma non subito. Un altro paio di bicchieri. Farebbe caldo. La luce dovrebbe essere bassa. Densa. Come miele. Tutto fluirebbe e scorrerebbe attraverso i nostri nervi, le ossa, la pelle, e i capelli di lei, tessuti in trame di solstizio.
……………..“Avanti. Lascia andare. Falle uscire.”
……………..Digrigno i denti e strizzo gli occhi mentre porto le ginocchia al petto.
……………..Un filo di saliva mi cola dalla bocca. Un fiore dai petali gelatinosi sboccia sull’asfalto tre le mie scarpe.
……………..“Piangi, stronzo. Piangi.”
……………..Me lo sto ringhiando addosso.
……………..Nulla accade. Come al solito.

……………..Robin Tunney è un’attrice americana. Classe 1972.
……………..Interpreta l’agente del California Bureau of Investigation Teresa Lisbon nella serie “The Mentalist”. Magari qualcuno la ricorda anche in “Supernova”, mediocre pellicola fantascientifica del 2000, dove si esibiva nuda in un fugace amplesso a gravità 0 prima di venir tolta dalle spese dal cattivo di turno.
……………..Ora è proprio la Robin Tunney di “Supernova”, gli stessi profondi occhi verdi, gli stessi capelli corti e corvini, quella che terminando di immobilizzarmi il polso destro con una garza semirigida, viscida e fredda, che odora di gomma.
……………..Non siamo nello spazio profondo, però. Siamo nel vano posteriore di un’ambulanza ferma a bordo strada, appena fuori dal parcheggio dell’Aperte Virgolette. E lei non è nuda, ma indossa una tuta della Croce Rossa.
……………..L’altro paramedico sta assistendo il dottore, intento a controllare le pupille di un tizio seduto sul predellino. Si sente stonato, dice. Gli gira tutto. Non ha preso nulla. Un paio di Vodka Tonic. Non di più.
……………..“Dicono tutti così” mi spiega Robin, mentre controlla le graffette che tengono stretta la fasciatura. Lo dice anche questa volta in italiano. E l’accento non è proprio californiano. Sempre del Centro, direi. Marche o Umbria.
……………..“E lei invece, che ha combinato?” mi chiede.
……………..“Sono scivolato, uscendo dalla toilette.” mento.
……………..“Cose che capitano” dice, ma non credo l’abbia bevuta.
……………..Il buttafuori all’entrata dell’Aperte Virgolette si era limitato a una spinta. Minima energia. Pochi chilogrammi per secondo, ma era bastata a farmi incespicare malamente all’indietro fino a farmi cadere. La mano destra aveva toccato terra per prima, aperta per ammortizzare la caduta. Mi pareva di aver sentito quel crack sonoro e gagliardo che prelude a una frattura.
……………..Tenendomi il polso in grembo, avevo raggiunto l’ambulanza, ferma come ogni sabato notte appena fuori del parcheggio di uno dei locali più frequentati della zona, per fornire assistenza ai reduci della movida.
……………..“Ha sentito il medico, no?” mi sta dicendo Robin “E’ una slogatura. Niente di rotto. Tra una settimana può togliere la fasciatura.”
……………..Si avvicina e mi mette in mano un blister con due antidolorifici. “Può darsi che stanotte le faccia un po’ male.”
……………..Fiuto tracce di deodorante evaporato.
……………..Un odore familiare. Fino a nove mesi fa mi capitava di annusarlo spesso. Dalla stessa distanza, spesso anche più da vicino.
……………..“Grazie”.
……………..Questa volta le sorrido. Lei ricambia. È carina, davvero.
……………..C’è qualcos’altro che vorrei dirle? È che dovrei cercarlo in un posto sepolto dove non mi avventuro più da tempo.
……………..Così non dico nulla, scendo dalla lettiga, esco dall’ambulanza e penso che magari posso aspettare.
……………..Fino alla prossima medicazione.

© Francesco Zanolla