Giorno: 26 febbraio 2015

Poesia latinoamericana #7: Gonzalo Rojas

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il settimo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicata a Gonzalo Rojas, poeta cileno. Continua così il nostro viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Gonzalo Rojas

GONZALO ROJAS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

Gonzalo Rojas (Cile, 1917 ‑ 2011). È uno dei grandi punti di riferimento della poesia cilena del Novecento. Tra le sue opere si segnalano: La miseria del hombre (1948), Contra la muerte (1964), Oscuro (1977), Del relámpago (1981), El alumbrado (1986), Antología de aire (1991), Río turbio (1996) e Metamorfosis de lo mismo (2000). A partire dal 1958 ha organizzato i famosi Congressi di Scrittori a Concepción, dove si riunivano, come lui amava affermare, i suoi compaesani di Latinoamericana. Per la sua opera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali vale la pena menzionare il Premio Reina Sofía in Spagna, il Premio Octavio Paz in Messico, il José Hernández in Argentina, il Premio Nazionale di Letteratura e il Premio Cervantes.

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AL SILENCIO

Oh voz, única voz: todo el hueco del mar,
todo el hueco del mar no bastaría,
todo el hueco del cielo,
toda la cavidad de la hermosura
no bastaría para contenerte,
y aunque el hombre callara y este mundo se hundiera
oh majestad, tú nunca,
tú nunca cesarías de estar en todas partes,
porque te sobra el tiempo y el ser, única voz,
porque estás y no estás, y casi eres mi Dios,
y casi eres mi padre cuando estoy más oscuro.

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AL SILENZIO

Oh voce, unica voce: tutto il vuoto del mare
tutto il vuoto del mare non basterebbe,
tutto il vuoto del cielo,
tutta la cavità della bellezza
non basterebbe per contenerti,
e anche se l’uomo tacesse e questo mondo affondasse
oh maestà, tu mai,
tu mai cesseresti di essere ovunque,
perché ti avanza il tempo e l’essere, unica voce,
perché ci sei e non ci sei, e sei quasi il mio Dio,
e sei quasi mio padre quando mi sento più oscuro.

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“In questa Valle di Lacrime” di Francesco Zanolla. Inedito

Oggi ospitiamo un secondo racconto inedito di Francesco Zanolla; il primo, Divinazione, potete leggerlo qui.

Alessandra Trevisan

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IN QUESTA VALLE DI LACRIME

These are the tracks we lay to take us from fire
These are the scars made by our chains
(The Black Heart Procession)

……………..Robin Tunney è un’attrice americana. Classe 1972.
……………..Interpreta l’agente del California Bureau of Investigation Teresa Lisbon nella serie “The Mentalist”. Magari qualcuno la ricorda anche in “Supernova”, mediocre pellicola fantascientifica del 2000, dove si esibiva nuda in un fugace amplesso a gravità 0 prima di venir tolta dalle spese dal cattivo di turno.
……………..Ora è proprio la Robin Tunney di “Supernova”, gli stessi profondi occhi verdi, gli stessi capelli corti e corvini, quella che mi sta tamponando un taglio sopra il sopracciglio destro.
……………..Non siamo nello spazio profondo, però. Siamo nel vano posteriore di un’ambulanza ferma a bordo strada, appena fuori dal parcheggio del Parentesi. E lei non è nuda, ma indossa una tuta della Croce Rossa.
……………..L’altro paramedico sta assistendo il dottore, intento a controllare le pupille di un tizio seduto sul predellino. Si sente stonato, dice. Gli gira tutto. Non ha preso nulla. Un paio di Havana Cola. Non di più.
……………..“Dicono tutti così” mi spiega Robin, mentre con una garza di cotone imbevuta di tintura di iodio inizia a disinfettarmi la ferita. Lo dice in italiano. E l’accento non è proprio californiano. Piuttosto, direi del Centro. Marche o Umbria.
……………..“E lei invece, che ha combinato?”, mi chiede.
……………..“Qualcuno ha aperto una porta del bagno. Con un po’ troppa energia” mento.
……………..“Cose che capitano” dice, ma non credo l’abbia bevuta.
……………..Il buttafuori all’entrata del Parentesi il primo colpo lo aveva tirato allo sterno. Qualcosa di poco definito. Più di una manata. Meno di un pugno. Ma faceva male comunque. Ero andato indietro barcollando.
……………..“Tutto qui?” avevo urlato dopo essermi stabilizzato sulle gambe. Allora era arrivato il gancio al sopracciglio. Quello sì, tirato con sentimento.
……………..A quel punto qualcuno si era messo in mezzo. In due o tre avevano bloccato il bestione.
……………..Qualcun altro mi aveva messo un braccio attorno alle spalle, allontanandomi dalle transenne. “Lascia perdere. Non è serata” mi aveva grugnito nell’orecchio prima di lasciarmi andare con una leggera spinta verso il parcheggio.
……………..Mi ero passato una mano sulla faccia e sulla fronte. Scosse di elettricità sopra l’occhio destro. E sangue sui polpastrelli. Avevo controllato gli occhi. Le palpebre. Asciutte come fiumare in agosto. Eppure faceva male. Sì che faceva male.
……………..Avevo raggiunto l’ambulanza, ferma come ogni sabato notte appena fuori del parcheggio di uno dei locali più frequentati della zona, per fornire assistenza ai reduci della movida.
……………..“È un taglio sottile ma profondo. Però niente punti ” dice Robin, gettando la garza. “Adesso copriamo.”
……………..Si avvicina per mettermi un cerotto. Fiuto tracce di deodorante evaporato.
……………..“Ecco fatto” dice. Mi aiuta a venir giù dalla lettiga.
……………..Un odore familiare. Fino a sei mesi fa mi capitava di annusarlo spesso. Dalla stessa distanza, a volte anche più da vicino.
……………..“Grazie”
……………..C’è qualcos’altro che vorrei dirle? Non mi pare. E poi non mi viene in mente niente.
……………..Quando torno alla macchina, sono le tre e venti del mattino.
……………..Cerco di respirare piano. Lo sterno mi fa ancora male.
……………..Per fortuna mi fa ancora male.

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