Giorno: 12 febbraio 2015

Poesia latinoamericana #5: Nicolás Guillén

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il quinto appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicato a Nicolás Guillén, poeta cubano. Continua così la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scorso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Nicolás Guillén

NICOLÁS GUILLÉN

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Nicolás Guillén (Cuba, 1902 ‑ 1989). È considerato un genuino rappresentante della poesia nera del suo paese. È entrato nel partito comunista nel 1937 e dopo il trionfo della Rivoluzione cubana del 1959 ha assunto incarichi e missioni diplomatiche. Tra le sue opere vale la pena di segnalare: Motivos de son (1930), Sóngoro cosongo. Poemas mulatos (1931), West Indies Ltd. (1934), Cantos para soldados y sones para turistas (1937), Poema en cuatro angustias y una esperanza (1937), El son entero (1947), La paloma de vuelo popular (1958), Tengo (1964), Poemas de amor (1964), El gran zoo (1967), La rueda dentada (1972), El diario que a diario (1972) e Por el mar de las Antillas anda un barco de papel. Poemas para niños y mayores de edad (1977).

CANCIÓN

¡De qué callada manera
se me adentra usted sonriendo,
como si fuera la primavera !
¡Yo, muriendo!

Y de qué modo sutil
me derramo en la camisa
todas las flores de abril

¿Quién le dijo que yo era
risa siempre, nunca llanto,
como si fuera
la primavera?
¡No soy tanto!

En cambio, ¡Qué espiritual
que usted me brinde una rosa
de su rosal principal!

De qué callada manera
se me adentra usted sonriendo,
como si fuera la primavera
¡Yo, muriendo!

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CANZONE

In che silenziosa maniera
mi si addentra lei sorridendo
come fosse la primavera!
Io, morendo!

E in che modo sottile
mi rovescio sulla camicia
tutti i fiori di aprile

Chi le ha detto che io ero
riso sempre, mai pianto,
come fossi davvero
la primavera?
Non così tanto!

Però, com’è spirituale
che lei mi offra una rosa
del suo roseto principale

In che silenziosa maniera
mi si addentra lei sorridendo
come fosse la primavera!
Io, morendo!

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. (altro…)

TRA PATRIARCHI E PROFETI, IL “SOLSTIZIO” DI ROBERTO DEIDIER (di Piergiorgio Viti)

Roberto Deidier, Solstizio (Lo Specchio, Mondadori, 2014)Leggere Solstizio di Roberto Deidier vuol dire percorrere un viaggio, un viaggio che va oltre “il tempo” e “lo spazio” e che piuttosto attraversa la meraviglia e quindi la disperazione. Molti sono i riferimenti (da Carver a Mantegna, dai profeti agli autori greci e latini, passando per le varie città dell’Italia e dell’Europa dove ha soggiornato) con cui Deidier si rapporta, in un confronto speculare e doloroso. Queste telluriche sollecitazioni, spesso del/dal passato, portano il poeta a “fissare in faccia la distruzione”: ieri era la fine di Sodoma e Gomorra, che ha tramutato in statua di sale la moglie di Lot; oggi è la società dei “post-“ (post-industriale, post-ideologica, post-moderna ecc.), “puntinista” per dirla alla Bauman, in cui il poeta, con il suo canto, prova inutilmente a risvegliare le coscienze, ma è da solo, inascoltato. C’è dunque, in Solstizio, tra partenze e arrivi, in un viavai di figure profetiche e mitologiche, la consapevolezza di un’appartenenza, uno “stare al mondo”, un “esser-ci”, difficile che in un certo senso recupera la “visio” del poeta civile proprio perché in-civile, “animale estraneo” che vorrebbe, come il trapezista di Il secondo trapezio, cercare una presa, un’ancora di salvezza (o quasi: un’ancora di bellezza, la Musa con cui il libro si chiude). Proprio Il secondo trapezio è forse la sezione più esemplificativa della poetica di Deidier: prendendo le mosse da un racconto di Kafka, l’acrobata viene presentato sempre in bilico sul vuoto, quel vuoto (culturale, sociale ecc.) che l’autore tenta di riscattare tenendo vicini, per sé e per gli altri, i suoi lettori, i riferimenti che forgiano e corroborano la sua elegante poesia. Vi è dunque, parafrasando il titolo di un testo, una “filosofia del disagio”, perché la quotidianità viene presentata come “male necessario”, in cui però   le “sillabe stellate” rendono più sopportabile il pianto, cioè la fatica di (sopra)vivere. In sostanza, per Deidier il poeta è a tutti gli effetti un eroe moderno, come l’Enea di ascendenza caproniana, l’unico capace di dire l’indicibile e in grado di varcare insieme passato, presente e futuro.

© Piergiorgio Viti

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Il secondo trapezio

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I

Non capivo quanto fosse difficile
Quell’arte di giocare con le altezze,
Di passare da un vuoto a un altro vuoto
E farne corpo, fasci, movimento.
Così scorreva intera la sua vita,
All’inizio cercando perfezione
Poi per un’abitudine tiranna.
Se era al seguito di una compagnia
Giorno e notte restava sul trapezio:
Quel poco che chiedeva come cibo
O quant’altro gli occorreva, all’istante
Gli salivano pronti gli inservienti.

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V

Non fosse stato per tutti quei viaggi
Da un luogo all’altro, così faticosi,
Se ne sarebbe vissuto discosto
Sul suo trapezio. Facevo di tutto
Per sottrarlo a sofferenze gratuite:
Per spostarci nella stessa città
Noleggiavo automobili da corsa,
Di notte o alle prime luci dell’alba
Sfrecciavamo per le strade deserte,
Mai abbastanza veloci da distrarlo.
Era un vero struggimento: sui treni
Dormiva sulla rete dei bagagli
In un vagone prenotato apposta.

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IX

Fu più semplice per me consolarlo.
Gli promisi che avrei telegrafato
Per richiedere il secondo trapezio,
Lo avrebbe trovato al nostro arrivo.
M’accusai di averlo fatto esibire
Su quell’unica sbarra solamente,
Me ne tornai a leggere il mio libro
Ma non ero tranquillo come prima:
Che quei pensieri non fossero stati
L’inizio di un tormento mai cessato?
Gli minavano forse l’esistenza?
Nel sonno dopo il pianto gl’intravidi
La prima ruga sulla fronte liscia.

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Musa

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I

Lo vedo, sei imbronciata e la ragione
Resta dalla tua parte per intero.
Le parole disperse in prospettive
Di segni scialbi, echi senza enigmi;
Di questo vuoto immagini eloquenti,
Talmente chiare da non dire nulla.

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VI

Il passato mi trattiene per mano,
Nel sonno mi congiunge con il sogno,
Al mattino dispensa adrenalina
E il presente senza te si dimena
Come un gatto accecato, perso il cibo.
Se solo guardo avanti tu non torni:
Il tuo silenzio ha un sapore di fine,
La tua lingua un mistero da evitare.

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XIII

Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirsi ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.