Giorno: 7 febbraio 2015

Boschi lupi luci. Poeti dalla Basilicata # 2 – Vito Santoliquido

La rubrica Boschi lupi luci. Poeti dalla Basilicata trae la prima parte del suo nome dal titolo di una raccolta di poesie di Felice Di Nubila e si pone l’obiettivo di presentare voci poetiche dalla terra lucana. La seconda puntata è dedicata alla poesia di Vito Santoliquido, nato a Forenza, in provincia di Potenza.

Odilon Redon - Un étrange jongleur (1885); fonte wikiart.org

Odilon Redon – Un étrange jongleur (1885); fonte wikiart.org

«Aver riguardo per quell’apocrifo / dolore»: sta in questa esortazione la chiave di accesso alla poesia di Vito Santoliquido; da qui scaturisce, allo stesso tempo, la sorgente che ne illumina l’impervia bellezza. Sì, impervia, come i tornanti interminabili che occorre affrontare nel percorrere le strade della sua regione d’origine, la Basilicata. Come accade lì, anche qui ci si imbatte di rado in rettilinei e può capitare che il coraggioso inerpicarsi sia all’improvviso schiaffeggiato da uno scarno cartello che, registrando una frana che si manifesta come ineluttabile, precluda la possibilità di raggiungere la meta, almeno per la strada che ci eravamo ‘pianamente’ e prosaicamente prefigurati.  Anche qui, tuttavia, la sosta inattesa, spesso sul ciglio dell’orrido («Un estremo passo giù dalla scogliera»), dinanzi ai «funebri / barlumi», e il conseguente cambio obbligato di percorso possono riservare, e riservano, aperture altrimenti inaccessibili, visuali su colori nitidi, come forse conoscevamo soltanto dall’immaginario, dal sogno, da un’intuizione mescolata di slancio in avanti e nostalgia di un’era perduta. Sehnsucht, dunque, e il richiamo al fulcro del romanticismo tedesco e, in particolare, a Novalis che ne è suo sommo interprete non è casuale da parte mia: nei testi qui proposti anche la prosa, come in Fossili, si illumina, trascolora e trasfigura per passare alla vita autentica, che si manifesta con la chiarezza e il nitore che le ‘usate cose’ hanno da tempo perduto. «Aver riguardo» vuol dire non solo porgere l’orecchio alla musica, semplice e ardua, palese e misteriosa, delle cose e dei luoghi («pollini d’argentini / arpeggi, d’intorno»; «lingue di lupo, rose-spine del / rovo»), ma anche ripercorrere, con la sollecitudine che sgorga da una familiarità scelta consapevolmente, forme, generi e voci di una tradizione poetica che parte da lontano e arriva fino ai tempi nostri, come evidenziano alcuni titoli – Madrigale privato, Ottetto – e i tributi a poeti e poetiche, vivi e partecipati, manifesti, come per Montale e Bertolucci, ovvero intessuti nei versi, in un gioco di rimandi a figure, armonie e citazioni rivisitate e rinnovate.  Chi legge e ascolta, sa che l’esplorazione del nascosto, la ricerca nell’apocrifo daranno frutti.

© Anna Maria Curci

Acquaforte

Questi passi lunghi lenti passi tuoi
a misurare l’estate, a battere
le pulsazioni del cuore – gli alluvioni
il vento la cocciniglia quel
cerchio di fuoco
nel vespro
ad anello del mare – persiane
d’ombra le tue
dita. Non
un’orma
sulla fanghiglia dei cento
autunni fa. Eppure tu
sei qui (e l’anima mi si stilla in gocce di nubi
grigio-azzurre, che
me le bevo
con le pupille). Schiudi lente le labbra: il corpo si svela
– sembra smaltato
alabastro
acquaforte (vedi le macchie, le luci-colori calcate
sulla pelle
assiderata, dalla gabbietta d’ossa vedi
che tralucono le lanterne
crepuscolari: le
lucciole). Osservo intanto
questo corpo
questo corpo mio assopito
tronco che lo sfogliano
i licheni nevosamente sfacendosi di funghi
e rugiada se ne sta
disteso in un campo d’ondeggianti ricci nocciola e
pietre
di cielo.

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