Nota a Tribunale della mente di Corrado Benigni (Federica Giordano)

 Benigni, Tribunale 180

“Ogni scomparsa lascia

la traccia di un risveglio

 

Un luogo in cui la coscienza si guarda dall’alto, un luogo dal quale si vedono le azioni con chiarezza, con le proporzioni della verità. Un luogo dove il mondo appare in tutta la sua complicazione, rifuggendo le leggi dell’immanenza e quelle dell’uomo. Questo è il libro di Corrado Benigni. Emerge in questi versi una ferita profonda tra Giustizia e Diritto, una differenza scomoda in quanto facile è il rischio che si finisca per trattare queste due parole come sinonimi. Corrado per inclinazione d’animo e per la sua professione di avvocato, ci pone innanzi a domande che scandagliano la realtà, mettendo in dubbio le stesse regole della convivenza umana:

ogni giorno è un giorno del giudizio/mentre invisibile e universale una mano/ci porta a processo, chiamati a comparire/avanti il tribunale della parola

Di questo testo mi ha molto colpito il richiamo teoretico che la parola esercita sulle nostre vite. Notevole che sia “una mano” a portarci davanti al tribunale, seppur invisibile e universale. Per rappresentare il peso morale delle parole, l’autore ha usato una forma antropomorfa, quasi una coscienza che fa da tramite tra “aldiqua” e “aldilà” che non nomina, e che non è la morte. Il Giorno del Giudizio in questi versi perde il suo connotato biblico per diventare una vicissitudine quotidiana che si perpetua. Come se si venisse trascinati tutti i giorni davanti al tribunale che è dentro di noi, davanti al quale per vigliaccheria o paura chiudiamo gli occhi. Ed è proprio quell’altrove di cui nello stesso testo ci parla, quello in cui ci rifugiamo. La parola “alibi” significa proprio “altrove”. La radice dell’innocenza, sotto la cui ombra cerchiamo di proteggerci, ma come dice Corrado,“nessuno è incolpevole”. Questo riferimento continuo alla giustizia, alla colpa e alla legge si traduce in una lingua volutamente scarna e semplice, fatta di parole granitiche che racchiudono in modo pieno tutte le sfaccettature etimologiche. Anche i versi sono brevi, ben strutturati tra loro, sebbene connotati da una forza metafisica che li rende perfettamente autosufficienti. Il colore è proprio quello degli aforismi, senza però che il moralismo li soffochi nel  loro fascino. A volte il verso viene abbandonato, a favore di una prosa morigerata. C’è grande umanità nei versi di Corrado, una “pietas” ben disposta verso la comprensione e il perdono. Mi sembra possibile un accostamento tra Corrado Benigni e Stefano Rodotà. Questi, nel suo saggio “Elogio del moralismo”, riprende questo termine e lo rivaluta, portando la coscienza davanti al giudizio pubblico, porta tutto fuori usando il disinfettante della luce del sole. Corrado sembra più fiducioso rispetto al compito del tribunale della mente, ormai fallito secondo il più anziano Rodotà.

Da quanto detto sino ad ora, si potrebbe credere che le poesie della raccolta costituiscano quasi il corpus di un saggio più che una raccolta poetica. Al contrario, Corrado non manca di senso estetico, esperto conoscitore di fotografia e abituato a mescolare linguaggi espressivi nelle interviste ai fotografi che cura per la rivista Nuovi Argomenti. Anche in questo contesto, riconosco l’uomo Corrado che ha uno sguardo ampio, abbraccia l’esistenza senza esserne necessariamente invischiato. L’autore tuttavia ha un grande rispetto per l’esperienza. Si può percepire durante la lettura di tutto il libro, il suo personale dramma di avvocato che tutti i giorni fa i conti con uno scarto che ha attraversato tutti i secoli, quello tra la realtà e la volontà dell’uomo di comprenderla a fondo e di giudicarla, di distinguere quello che è corretto da quello che è giusto. Ma, diversamente da Josef K. nella parabola kafkiana, Corrado non rinuncia ad entrare nella Legge, diffidando di tutti i suoi guardiani, lui stesso compreso.

 © Federica Giordano

 

 

Corrado Benigni – Tribunale della mente di Gianni Montieri