Giorno: 21 gennaio 2015

Sottomissione – Michel Houellebecq. Una nota critica

sottomissione

Quando tornai in facoltà per fare lezione ebbi per la prima volta la sensazione che potesse succedere qualcosa; che il sistema politico nel quale mi ero abituato a vivere fin dall’infanzia, e che da un bel pezzo si stava palesemente incrinando, potesse esplodere di colpo. Non so esattamente cosa mi diede quest’impressione.

Leggendo Sottomissione, l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Trad. di Vincenzo VegaBompiani, 2015, mi è tornato in mente il film L’invasione degli ultracorpi: il lento penetrare all’interno di una piccola comunità di una specie aliena che si mimetizza e si sostituisce agli abitanti. Lo ammetto, è un’associazione un po’ bizzarra, ma se la fantascienza degli anni ’50 era una metafora della paura dei Rossi che angosciava la società americana, l’associazione si fa meno bislacca. (altro…)

Le cronache della Leda #37 – Quando la Glück mi spiega mio figlio

louise gluck (fonte exeter.edu)

Louise Glück (fonte exeter.edu)

Le cronache della Leda #37 – Quando la Glück mi spiega mio figlio

Mio figlio mi accusa
della sua infelicità, non
a parole, ma nel modo
con cui guarda a terra, procedendo
lentamente nel vialetto; sa
che lo osservo. Per questo
saluta il gatto,
per far vedere che è capace
di mostrare liberamente il suo affetto.
Mio padre faceva
lo stesso col cane.
Mio figlio ed io, siamo i più grandi
esperti viventi in fatto di silenzio.
La neve spazza il cielo;
cambia
direzione, prima
si tuffa in verticale, poi vien giù obliqua.

Si dice che le poesie non vadano spiegate, ma nulla vieta a loro di spiegarci qualcosa, qualcosa di noi stessi. Questa è la poesia. Una cosa che permette, nel lampo di un apri e chiudi finestra, a una signora che vive negli Stati Uniti di scrivere versi tanto puliti, perfetti ed efficaci, da parlarmi al cuore, più di quanto io stessa sappia fare. La poesia annulla lo spazio, accorcia le distanze, mi spiega molto del rapporto che ho con mio figlio, così complicato da oscurare l’amore, eppure non sa dirmi come ricominciare a parlargli. Che fatica.

Non vi ho più parlato di mio figlio, e che cosa dovrei dirvi? Va meglio di prima, anche perché ci amiamo, ma ci mancherà sempre qualcosa. Ciò che ci manca lo colmiamo con il silenzio. Quando stiamo vicini e taciamo, quando camminiamo e non diciamo una parola, quando ci sentiamo su skype e stiamo zitti, guardandoci, per quattro o cinque minuti; quello è il tempo dove il silenzio riempie la nostra mancanza, che ha un nome e quel nome è Saverio. Sarebbe sbagliato dire che non l’abbiamo superata. Il dolore passa e siamo riusciti a fare tutte e due delle vite dignitose, lui anche bella, basta guardare suo figlio. Non siamo riusciti a mettere insieme la sua mancanza, a parlarne insieme, ma parlarne sul serio intendo. Saverio, rimane lì, uno che se ne è andato lasciando un sacco di cose da dire.

Avete mai letto la Glück? No? Beh, è ora di cominciare, io l’ho scoperta grazie a Stefano e di questo lo ringrazio. Stasera portiamo la Luisa al ristorante: prima uscita a cena dopo l’inferno.

Leda

Nota: La poesia di Louise Glück qui riportata è tratta dalla raccolta Ararat, traduzione in italiano e cura di Bianca Tarozzi per In forma di parole (La quarta serie – numero I – gennaio, febbraio, marzo, 2012)