11h (nuovi modi per uscirne) – inedito di Simone Burratti

di Simone Burratti

Da "Nostalghia" di Tarkovskij.
Da “Nostalghia” di Tarkovskij.

Reazioni, soluzioni, adescamenti alla solitudine. Per farlo nel modo giusto. Libero da tutti i mondi a cui non ho accesso. Dalle profondità che mi controllano. Senza pensare più a spie di senso nella tenda che si muove nel momento in cui mi giro a guardarla. A congiunzioni alternative possibili. O alla luce quasi religiosa del cellulare sul comodino, innalzato a oracolo della mia sera, come a un’ultima forma di salvezza. Le donne e gli dèi erano a un altro livello. Le mani luminose che scendono in soccorso dal soffitto e se tutto va bene mi portano via. Piccole speranze per grandi uomini, piccoli uomini per grandi ambizioni. Gli alieni entrano sempre nelle menti in cui dovrebbero. E invece poi: l’evoluzione della specie. (Almeno per quanto mi riguarda). Dio che esce dal suo tempio e se ne va ovunque. Troppo ovunque. E cioè non qui. La luce slitta lentamente sui grandi quadranti della mia stanza. Vivo sempre meno e il mio corpo è sempre più grande. Nella mia stanza non ci sono vortici di vento e polvere, e tutto è sotto il mio controllo. Bisogni fisiologici, azioni prerenderizzate. Il cavatappi che scintilla nell’ombra del suo cassetto, come un’ancora al sicuro in fondo al mare. Le dipendenze mi fanno sentire più tranquillo. Che dividono la giornata in prima delle sei e dopo le sei. E cioè: finalmente le sei. E allora eccola lì la mia salvezza, il buio in fondo al bicchiere che mi inghiotte e mi promette che qualcosa può succedere. Il più degno sostituto di quello che può succedere. E ancora: la stanza che vibra, il lampo bianco in mezzo agli occhi –– e tutto su lungo la pancia, a esaurimento forze. Un minuto di silenzio per il nostro imperatore. Titolo provvisorio: nuovi modi per uscirne. Io che sto bene qui ma quando sto qui non sto bene. Ma poi, una volta fuori da qualsiasi svolta o evento: andare dove. E soprattutto: con chi. Tornare a casa è la parte più difficile della vita. Temporeggiare, il verbo più esatto per la contemplazione. Fontana o torrente che sia. Il rumore dell’acqua. Il rumore dell’acqua per tutta la mia vita. Quando sento finalmente che nessuno mi è caro. E allora di nuovo buio, porte chiuse, serrande abbassate. Posizione orizzontale come l’unica possibile. E tappi per le orecchie.

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