Giorno: 20 gennaio 2015

LE VIE PROFONDE DELL’IO (LETTERA-LETTURA PER “PORTA A OGNUNO”)

Porta a ognuno_jpg

Gentile Cristiano,
ho letto con curiosità sincera e sincera partecipazione il tuo libro Porta a ognuno, pubblicato dall’Arcolaio nel 2012. Molti sostengono a questo proposito che il lirismo sia morto, che siamo oggi in una fase nuova della poesia: quella della “post-lirica”, dell’io decentrato, delocalizzato. Ai margini quindi del genere letterario in questione, almeno in senso tradizionale; un genere pertanto sempre più aperto ad altre forme: il racconto, il poemetto, il monologo di taglio teatrale, persino il romanzo. Un nome per tutti: il romagnolo Raffaello Baldini. Da tempo non credo in maniera così netta e totalizzante a questa definizione: il lirismo non è morto, si è semplicemente trasformato, diventando duttile, contaminato e aperto, senza dubbio; però vive ancora, resiste e la tua raccolta poetica ne è una prova, anzi un esempio emblematico, autentico, vibrante. Consistente e significativo, aggiungerei. In effetti qui l’io poetante concepisce la verità come qualcosa di assolutamente soggettivo, interiore ed intimo, come del resto sottolinea la nota affermazione sull’interiorità come luogo della verità da parte di Agostino, affermazione citata non a caso dal tuo stesso libro (p. 45). E il filtro dell’io coscienziale e lirico appunto in tutti i versi tuoi è fondamentale, un vero nucleo e insieme una forma, un approccio espressivo attraverso cui cercare e far emergere il nudo, semplice vero, senza menzogne o pose o ipocrisie: “La verità, niente interpretazioni/allora e ora” (p.  51). Così, il filtro lirico-soggettivo è talmente forte e strutturante che oggetti, cose, fasi del giorno e della vita, persone, luoghi e situazioni passano tutti attraverso questa dogana, questa tua poesia intima che chiede letteralmente (mi collego alle numerose frasi interrogative) un biglietto, quello della “verità” coscienziale, dell’autenticità profonda, dell’esame scavante che buca, brucia stereotipi e facili conclusioni. Quindi  vediamo un viaggio interiore, esistenziale, memoriale, con l’elaborazione del lutto, con i frammenti del passato che riaffiorano, con l’indagine sul tempo quotidiano, con la perlustrazione del vuoto esistenziale e  antropologico che assedia l’umanità “liquida”  (Bauman) e contemporanea.  (altro…)

11h (nuovi modi per uscirne) – inedito di Simone Burratti

di Simone Burratti

Da "Nostalghia" di Tarkovskij.

Da “Nostalghia” di Tarkovskij.

Reazioni, soluzioni, adescamenti alla solitudine. Per farlo nel modo giusto. Libero da tutti i mondi a cui non ho accesso. Dalle profondità che mi controllano. Senza pensare più a spie di senso nella tenda che si muove nel momento in cui mi giro a guardarla. A congiunzioni alternative possibili. O alla luce quasi religiosa del cellulare sul comodino, innalzato a oracolo della mia sera, come a un’ultima forma di salvezza. Le donne e gli dèi erano a un altro livello. Le mani luminose che scendono in soccorso dal soffitto e se tutto va bene mi portano via. Piccole speranze per grandi uomini, piccoli uomini per grandi ambizioni. Gli alieni entrano sempre nelle menti in cui dovrebbero. E invece poi: l’evoluzione della specie. (Almeno per quanto mi riguarda). Dio che esce dal suo tempio e se ne va ovunque. Troppo ovunque. E cioè non qui. La luce slitta lentamente sui grandi quadranti della mia stanza. Vivo sempre meno e il mio corpo è sempre più grande. Nella mia stanza non ci sono vortici di vento e polvere, e tutto è sotto il mio controllo. Bisogni fisiologici, azioni prerenderizzate. Il cavatappi che scintilla nell’ombra del suo cassetto, come un’ancora al sicuro in fondo al mare. Le dipendenze mi fanno sentire più tranquillo. Che dividono la giornata in prima delle sei e dopo le sei. E cioè: finalmente le sei. E allora eccola lì la mia salvezza, il buio in fondo al bicchiere che mi inghiotte e mi promette che qualcosa può succedere. Il più degno sostituto di quello che può succedere. E ancora: la stanza che vibra, il lampo bianco in mezzo agli occhi –– e tutto su lungo la pancia, a esaurimento forze. Un minuto di silenzio per il nostro imperatore. Titolo provvisorio: nuovi modi per uscirne. Io che sto bene qui ma quando sto qui non sto bene. Ma poi, una volta fuori da qualsiasi svolta o evento: andare dove. E soprattutto: con chi. Tornare a casa è la parte più difficile della vita. Temporeggiare, il verbo più esatto per la contemplazione. Fontana o torrente che sia. Il rumore dell’acqua. Il rumore dell’acqua per tutta la mia vita. Quando sento finalmente che nessuno mi è caro. E allora di nuovo buio, porte chiuse, serrande abbassate. Posizione orizzontale come l’unica possibile. E tappi per le orecchie.