Giorno: 12 gennaio 2015

“Tra cielo e volto” di Luciano Nota, letto da Marco Onofrio

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“Tra cielo e volto” di Luciano Nota, letto da Marco Onofrio

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PRINCIPIO

Sono Adamo.
Non ho ombra che mi veli.
Non t’intralci la mia naturalezza.
Accomodati.

Così comincia, e non per caso, la silloge poetica Tra cielo e volto (Edizioni del Leone, 2012, pp. 80, € 10), di Luciano Nota. Il poeta lucano esplicita, fin dalla soglia del libro, l’ideale che aggancia il suo sguardo, a mo’ di stella polare, stanandolo – per intenzione profonda e contraria – da una predisposizione tutt’altro che “chiara”, anzi: proclive a una cifra ellittica, obliqua e starei per dire enigmatica, nella scelta delle immagini e nella cucitura delle singole parole. Ci s’intenda: nessun tipo di arzigogolo alterato (se non, forse, laddove cerca o impone da fuori alcuni “effetti” di meccanica musicale), ma la misteriosa complessità delle cose semplici, tanto più indecifrabili quanto più essenziali. Nota indica subito il percorso che lo vede protendersi alla dimensione adamitica della “naturalezza”, assunta come idea classica di giusta armonia, di aderenza d’ogni cosa al Logos interno, e quindi di fedeltà a una dinamica più o meno spontanea di rivelazione del noumeno, nella scorza aperta della superficie; ma lo fa prendendo la rincorsa da un terreno franoso e infido di ombre, di inquietudini, di incertezze, di dolore macerato nella coscienza del tempo, nella ferita dell’imperfezione.
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Quando arrivarono gli alieni

di Gherardo Bortolotti

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23.

A testa bassa, nella minima estensione del nostro concetto di vita e di realtà, ci concedevamo alle lunghe sedute di connessione ai server del distretto che costituivano il nostro impiego, per il quale, chiusi gli occhi e inserito il cavo nello spinotto craniale, abbandonavamo i nostri brevi giorni alle maree dei dati e dei contenuti. Riaffioravamo dopo decine di ore, quasi ripagati dal solo tempo perduto, dallo iato prodotto nella nostra vita, ma comunque anche realmente pagati, dotati di un salario che proliferava i propri ricatti nel tessuto di ciò che ritenevano reale, come radici filiformi ed estesissime che, dalla superficie dell’ovvio, della giornata qualunque, arrivavano al nero cuore di ciò che non sapevamo più dire.

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