Giorno: 9 gennaio 2015

Due manifestazioni a cura dell’Associazione culturale Luigi Bernardi (10 e 11 gennaio)

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Siamo orgogliosi di annunciarvi che sabato 10 gennaio a partire dalle 17.30 inaugureremo il Fondo Luigi Bernardi presso la biblioteca dell’Alliance Française di Bologna, in via de Marchi 4. Si tratta di 800 titoli in lingua francese di genere polar, comprendenti intere collane, alcune storiche (come la Série Noire di Gallimard, la Rivages Noir, la Suite NoireFuturopolice, i mitici Bouiquins e tante altre ) e finora introvabili in Italia. Ci saranno Marcello Fois, Pino Cacucci, Emidio Clementi, Francesca Rimondi e Doug Headline, figlio dello scrittore Jean-Patrick Manchette.

Nell’occasione verrà inaugurata anche una mostra di tavole ispirate ai racconti di Pallottole vaganti, realizzate da artisti vicini a Luigi, come Otto Gabos, Onofrio Catacchio, Andrea Accardi, Roberto Baldazzini, Grazia Lobaccaro, Giancarlo Caracuzzo, Enrico Fornaroli e studenti del corso di fumetto e illustrazioni dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

 
Di seguito il programma dettagliato dell’evento.
17:30 Benvenuto di Martine Pagan, direttrice Alliance Française
17:35 Interventi di Marco Bernardi, Enrico Fornaroli, Francesca Rimondi
18:10  Letture a cura di Pino Cacucci, Marcello Fois, Emidio Clementi, Doug Headline. Letture in lingua francese e italiana a cura di Annachiara Masetti e Silvia Lamboglia
18:45 Musica a cura del duo Camera80
19:10 Francesco Mastria presenta il lavoro di catalogazione. A seguire inaugurazione della targa per Luigi Bernardi in biblioteca.
19:30 – 20:30 Inaugurazione della mostra “Pallottole vaganti” a cura di Otto Gabos e Onofrio Catacchio. Cocktail con playlist in sottofondo.
 
 
Domenica 11 gennaio, invece, presso la biblioteca del comune di Ozzano, si terrà la manifestazione “Ricordando Luigi Bernardi”, pensata in contemporanea all’evento di sabato presso l’Alliance Francaise.
A partire dalle 17.30 verrà inaugurata anche qui la mostra ispirata a Pallottole vaganti, alla presenza di Otto Gabos, curatore, e realizzata dagli studenti del corso di fumetto dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

Il ragazzo invisibile: il supereroe tutto italiano di Gabriele Salvatores (di Nicolò Barison)

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Il ragazzo invisibile: il supereroe tutto italiano di Gabriele Salvatores

Michele è un adolescente come tanti altri che vive in un’anonima cittadina sul mare (il film è stato girato a Trieste). A scuola non è molto popolare, anzi, non brilla nello studio, non eccelle negli sport ed è pure bullizzato da due compagni di classe. Michele vorrebbe avere l’attenzione di Stella, la ragazza che in classe non riesce a smettere di guardare, anche se ha la sensazione che lei proprio non si accorga di lui. Un mattino, però, la routine monotona delle giornate viene interrotta da una scoperta straordinaria: Michele fa la doccia, si lava i denti e, guardandosi allo specchio, si accorge di essere invisibile. Da quel momento nulla sarà più come prima e il giovane Michele dovrà affrontare la più straordinaria delle avventure.

Il ragazzo invisibile, ultima fatica del regista premio Oscar nel 1992 con l’indimenticabile Mediterraneo, è un film indubbiamente affascinante e curioso, che mescola la classica storia di formazione adolescenziale al genere fantastico, affrontando la tematica dei supereroi, il che, già di per sé, costituisce una vera e propria rivoluzione per il Cinema italiano. E, come in ogni storia di giovani supereroi che si rispetti, ci sono tutti gli elementi che la contraddistinguono. Il protagonista è infatti un ragazzino con problemi d’identità e di relazione con gli altri coetanei e con gli adulti, che prova un senso di inadeguatezza verso il mondo che lo circonda. Subisce le vessazioni di due bulli della scuola e non riesce a reagire, s’invaghisce perdutamente di una compagna di classe, ma non si fa avanti. Fino a quando scopre di avere il superpotere di diventare invisibile. E da lì in avanti cambieranno molte cose. Michele si prenderà parecchie rivincite e diventerà l’eroe del suo paese. Fra momenti poetici, comici e anche con una certa dose di azione e di effetti speciali di buon livello, il ragazzino crescerà e si troverà davanti a delle scelte importanti, che cambieranno profondamente il suo destino.

Fra The Amazing Spider-Man e Io non ho paura, tra fantasy e commedia, diretto senza sbavature e con grande sicurezza da Salvatores, Il ragazzo invisibile regge il confronto con le numerose pellicole sui supereroi Made in USA, anzi va anche oltre, perché questo film non è solo azione ed effetti speciali. Salvatores infatti si preoccupa anche delle psicologie dei suoi personaggi, rendendoli pieni di sfaccettature e non monodimensionali. Parte del merito di tutto ciò è anche dovuto ad un cast notevole, dove su tutti spiccano Valeria Golino (poliziotto e madre di Michele) e un insolito Fabrizio Bentivoglio in una parte molto divertente. Gabriele Salvatores affronta i temi a lui più cari come l’adolescenza, il rapporto genitori figli, il mondo dei bambini contrapposto a quello degli adulti, le difficoltà di trovare un proprio posto nel mondo e li mescola in un contesto fantastico popolato di sette segrete russe, poteri paranormali e misteriose sparizioni, dando libero sfogo alla fantasia, ma, al tempo stesso, ancorato in una cornice molto affascinante e realistica come può essere un paese di pescatori come Trieste.

Coraggioso esperimento di “cinecomic all’italiana”, Il ragazzo invisibile strizza l’occhio al mondo dei teenager, ma in realtà è una fiaba per tutte le età, in grado di emozionare anche gli adulti, con una splendida colonna sonora (che spazia dai Gorillaz fino alla musica classica) e con una morale di fondo molto “umana”, nonostante si tratti di una pellicola sui supereroi, che rilancia l’importanza di una sana normalità.

 © Nicolò Barison

 

Nota di Lettura a In (nessuna) Patagonia di Mariano Bàino

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Via, in Patagonia! Solo che, lo sai, man mano che resti in un posto le cose e le persone si sbracano, si mettono a marcire e a puzzare appositamente per te.

Leggendo In (nessuna) Patagonia, ad est dell’equatore, 2014, l’ultimo libro di Mariano Bàino, l’idea che mi sono fatto è che sia un’originale e sofferta meditazione sulla fine. La Patagonia è, per antonomasia, la fin del mundo, dove è necessario andare per definire i limiti del mondo. La Patagonia è soprattutto il luogo in cui molti uomini sono giunti, dove si sono ritrovati e in gran parte persi e Bàino racconta le storie di chi, dalle varie parti del globo, è arrivato lì, per lavorarci (le spartenze strazianti degli emigranti), per esplorarla o per puro spirito d’avventura. Ma il libro di Bàino ripercorre anche la fine delle popolazioni e delle culture originarie della Terra del fuoco e della Patagonia, che, come in altre parti d’America, sono state annientate a seguito dell’incontro con gli europei. Inoltre la Patagonia è anche l’occasione per meditare, in maniera asciutta e sobria come nei brani di diario che concorrono a comporre questo libro, sulla propria vita, sui desideri, le idee e le passioni che l’hanno mossa, una meditazione sul lento finire dell’esistenza individuale, ora che essa ha imboccato la parte discendente del suo arco. Ma anche la fine, non si sa se definitiva o momentanea, del rapporto della voce narrante con la sua terra d’origine, l’Italia, oggetto di riflessioni amare e spietate. In ultimo, il libro è anche una riflessione sulla fine del genere letterario con cui l’autore si confronta in queste pagine. La letteratura di viaggio è morta perché non c’è nulla da scoprire, nell’epoca del turismo globale tutto è già visto, già scoperto, quello del turismo non è un viaggiare ma uno spostarsi per ritrovare altrove ciò che si ha nel quotidiano. Bàino quindi si confronta con un’impresa paradossale, dire ciò che è impossibile allo stato delle cose dire, la sua in fondo è un’operazione volutamente inattuale, non è più il viaggiatore che diventa nessuno -come Ulisse, archetipo dei viaggiatori della letteratura occidentale, per poter sfuggire ai pericoli del suo errare – ma è il luogo da visitare a diventare nessuno, ad essere una parentesi in un eterno qui e ora. Come parlare di ciò che si è sottratto alla parola per consunzione? Come parlare di un’epoca che non accetta più di essere detta, almeno nelle forme tradizionali?

Per ora, estraneo in patria. Estraneità idiopatica. Del resto, è l’epoca stessa che è come orfana e esiliata. Oltre che ridicola, certo.

La strada che l’autore intraprende, magistralmente, è la commistione di diversi generi letterari: il diario, il saggio, il racconto, in un discorso che è volutamente iperletterario – perché nel momento in cui mette a confronto vari generi l’autore ne saggia le condizioni di salute – ma che, per rovescio, fa sì che la scrittura si avvicini a ciò che è da sempre il suo oggetto, dire il tutto attraverso il particolare, il dettaglio, la storia, anche minima, di un soggiorno in una terra agli antipodi. Delineare con precisione ciò che si incontra nella parola perché solo dicendolo precisamente, può assumere la forma propria della letteratura, rimandare, cioè, continuamente a qualcos’altro d’inesprimibile. Ecco il perché della Patagonia, da un lato sovraesposta, nel turismo alternativo, in letteratura, anche quella di consumo, basti pensare a Chatwin, dall’altra, irriducibile, come simbolo, a qualsiasi forma di banalizzazione contemporanea.

E per la Patagonia vale, forse, quanto è stato detto da Arbasino per l’italia: << Si aspettano tutti un po’ troppo, mi sa, da questo paese>>. Stereotipo patagonico. Che assumo provocandomi. Che accetto. Perché, come ogni stereotipo, dovrebbe avere una forza vitale. Patagonia, tipo di viaggio ormai standardizzato, che ha superato la frontiera del Kitsch.

Il tentativo dell’autore è quello di rifondare una forma nuova di scrittura abitando la fine, in maniera seria e ironica al tempo stesso: la fine del mondo rappresentato dalla Patagonia, la fine di un genere letterario, la fine del senso della realtà, la fine del proprio paese di origine attraverso l’esilio – l’italia, ytaly deformata in tante parole, mai maiuscole, significanti specchio della deformazione della cosa significata a cui fanno riferimento. La Patagonia, quindi, rappresenta il punto di osservazione eccentrico, in base al quale sondare la realtà, ricostruirne un senso, anche solo labile e momentaneo, che vada oltre la mera logica del consumo. In tale ottica va letta anche l’appendice in cui, attraverso documenti e testi, l’autore ripercorre l’etimologia incerta della parola “Patagonia”, confrontandosi con il mito e le sue possibili riletture. In particolare Bàino si sofferma su ciò che è stato percepito come l’estraneo dalla cultura europea, e su come, a partire da tale percezione, di cui la Patagonia assume valore paradigmatico, si sia costituita l’identità europea nella modernità. Ripercorrendo questi passaggi della storia occidentale e rileggendoli alla luce dell’esperienza individuale di scrittore e individuo, forse sarà possibile ricostruire qualcosa, una parola che abbia un senso per chi la scrive e chi la legge, un’esistenza che rinasca in una logica che accolga senza escludere, o almeno resista all’imperversare del non senso e dell’insignificanza.

© Francesco Filia