Giorno: 3 gennaio 2015

Reloaded – riproposte natalizie #10: CON LENTEZZA: INTERVISTA A ELISA RUOTOLO

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

 

elisa ruotolo / ovunque proteggici fonte kataweb.it

elisa ruotolo / ovunque proteggici
fonte kataweb.it

 

Incontro per la prima volta Elisa Ruotolo al Festivaletteratura di Mantova, una mattina di sole. La seconda frase che scambio con lei riguarda il concetto di “lettura lenta”, l’unica possibile, per me, di fronte al suo romanzo Ovunque, proteggici, edito da Nottetempo nel 2014. Per un attimo temo di star dicendo la cosa sbagliata, che sarebbe forse carino tenere per me (perché sto dicendo anche questo, mi accorgo) il fatto di non aver superato le poche pagine al giorno, e di essere spesso tornata indietro con la lettura, accorgendomi di essere rimasta impigliata in una parola come si ruzzola su un sasso in un viale. Scopro invece che Elisa Ruotolo coglie benissimo quello che intendo, che il mio è rispetto nell’incontro con una prosa densa e incendiata, chiara ma non semplice, una lingua in grado di sterzare tra un’immagine e la successiva con il polso fermo della migliore poesia.
Quello stesso pomeriggio seguo il suo incontro con il pubblico, e siamo in molti, scopro con piacere, a condividere quest’esperienza di rallentamento, di concentrazione, di dedizione alla pagina di un libro con la volontà di addentrarsi a occhi aperti nelle parole. Da questo, e dal suo modo di annuire, ho l’impressione di ricevere una chiave importante per comprendere la particolarità della scrittura della Ruotolo, porosa e minerale come una zona flegrea: l’abilità e la pazienza di saper decantare.

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Per noi che leggiamo, è questo che si avverte: una sapienza nel gesto, ma anche una sapienza nell’attesa. Cos’è, per te, il legame con le tue parole?

Le parole per me sono tutto, sono la voce di ogni storia, perciò non vanno usate o scelte a dozzina. C’è qualcosa di sacro nel loro utilizzo, unitamente alla consapevolezza che l’interscambiabilità sinonimica non è mai perfetta, assoluta: cioè ogni parola in una frase deve avere la sua collocazione più esatta, la sua necessità; può sembrare strano, ma a volte lo spostamento di un avverbio o di un aggettivo ha il potere di migliorare un periodo o di farlo collassare. Scrivere mi è sempre parso un lavoro molto simile a quello dell’artigiano, quanto alla cura, ma richiede anche l’irripetibile accoramento della madre. Il senso d’attesa, poi, cui molti fanno cenno mi pare una naturale conseguenza del riguardo applicato in fase di scrittura: come se chiedessi al lettore un ricambio, in termini di concessione di tempo. I libri dovrebbero fare questo: chiederci le ore della giornata, invaderle, occuparle con una determinazione legionaria.

Nei tuoi libri (penso anche alla raccolta Ho rubato la pioggia, uscita per Nottetempo nel 2010) lo sfondo è una provincia non meglio identificata ma chiaramente identificabile, un Sud guardingo e superstizioso, di roccia più che di costiera. Si avverte, nonostante siano praticamente assenti le descrizioni, come si avvertono tutte le dinamiche di una piccola comunità di provincia. Mi chiedevo, leggendo, se ti sei posta il problema di entrare in comunicazione con chi ha avuto altri imprinting, i lettori abituati all’occhiata più vasta della città, o se costruire una dimensione così credibile ti è venuto naturale nel corso della scrittura.

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