Mese: gennaio 2015

Perigeion

Riceviamo da Antonio Devicienti e volentieri pubblichiamo:
Dal 1° febbraio esordisce PERIGEION, nuovo luogo di interscambio culturale. Vogliamo proseguire sulla strada aperta dalla “Dimora del tempo sospeso” che è stata per noi la casa accogliente nella quale imparare ed incontrare scritture libere, feconde, propositive. Vorremmo allora seguire l’esempio di Francesco Marotta e per questo siamo qui a sognare un luogo in cui, sotto i buoni auspici della farfalla che Francesco scelse a suo tempo come segno di bellezza e di speranza, si possa, avvicinandosi alla terra e su di essa, al contempo, compiendo voli della fantasia e del desiderio  (ed è questo il senso del nome “perìgeion”) attraversare scritture che sappiano restituirci la gioia di leggere e di meditare. Benvenuto dunque a chiunque abbia, con serietà ed onestà, qualcosa da dire, benvenuto a chiunque rechi con sé il desiderio di ascoltare e benvenuto a chiunque creda nella bellezza e nella scrittura come atti di libertà, riscatto e resistenza. Desideriamo non ci sia posto per i narcisismi, né per gli esibizionismi, ma per la poesia e l’arte senza limitanti aggettivi e senza aberranti etichette. Non pubblicheremo nulla di “nostro”, fatti salvi gli articoli di critica e le traduzioni di nostra mano: per il resto Perìgeion vivrà dei contributi di tutti gli amici che vorranno animarlo e sostenerlo. Non ci interessa promuovere i nostri testi o i nostri libri, ma, amici uniti dalla stima e dall’affetto reciproci, ci preme incontrare altri amici (autori o lettori o appartenenti ad entrambe le categorie) e continuare a credere nella necessità di fare arte, di scriverne, di investire in maniera puramente e gioiosamente gratuita tempo ed impegno. http://perigeion.wordpress.com/

 

Francesco Tomada – Portarsi avanti con gli addii

tomada

Francesco Tomada – Portarsi avanti con gli addii – Raffaelli Editore, 2014 – € 12,00

Lo scrittore cileno Roberto Bolaño una volta ha detto: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volti o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria.» (da L’ultima Conversazione, edizioni Sur, 2012); non mi stupirei se Francesco Tomada si trovasse d’accordo con questa affermazione. Il poeta friulano aggiungerebbe qualcosa in più, qualcosa che legherebbe al suolo il pensiero di Bolaño, qualcosa che nasce e che resiste.

L’Italia (è un melograno)

Io in vita mia ho comprato e trapiantato un unico albero
un melograno

ho scelto un angolo del giardino
da dove si vede la ghiera dei monti
dal San Gabriele fino al Nanos
quella cresta è stata Italia e Jugoslavia e poi Slovenia
è stata una terra dolorosa e di rancore

i confini dovrebbero essere come gli orizzonti
quando ti muovi si muovono anche loro
se ti fermi si fermano con te
ma ti fanno sempre sentire al centro esatto del mondo

e patria è dove
un uomo pianta un melograno
e può aspettare di mangiarne i frutti.

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Poesia latinoamericana #3: EDUARDO LIZALDE

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Prosegue con i versi di Edoardo Lizalde, poeta messicano, la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scorso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Eduardo Llizalde

EDUARDO LIZALDE

 Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Eduardo Lizalde (Messico, 1929). Poeta, narratore e saggista. Studiò Filosofia e Musica presso la Universidad Nacional Autónoma de México. È uno dei grandi esponenti della poesia messicana del secolo XX. Attualmente dirige la Biblioteca Nazionale del Messico. Tra i suoi libri si segnalano: Cada cosa es Babel (1966), El tigre en la casa (1970), La zorra enferma (1974), Caza mayor (1979), Tabernarios y eróticos (1989), Rosas (1994) e Otros tigres (1995). Nel 1984 gli fu concessa una borsa di studio dalla Fondazione John Simon Guggenheim. La sua opera è stata insignita di importanti premi letterari, come il Premio Xavier Villaurrutia (1969), il Premio Nazionale di Poesia ad Aguascalientes (1974), il Premio Nazionale di Linguistica y Letteratura (1988), il Premio Iberoamericano di Poesia Ramón López Velarde (2002) e il Premio Federico García Lorca per la poesia (2014).

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GRANDE ES EL ODIO

1

Grande y dorado, amigos, es el odio.
Todo lo grande y lo dorado
viene del odio.
El tiempo es odio.
Dicen que Dios se odiaba en acto,
que se odiaba con fuerza
de los infinitos leones azules
del cosmos;
que se odiaba
para existir.
Nacen del odio, mundos,
óleos perfectísimos, revoluciones,
tabacos excelentes.
Cuando alguien sueña que nos odia, apenas,
dentro del sueño de alguien que nos ama,
ya vivimos el odio perfecto.
Nadie vacila, como en el amor,
a la hora del odio.
El odio es la sola prueba indudable
de la existencia.

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2

Y el miedo es una cosa grande como el odio.
El miedo hace existir a la tarántula,
la vuelve cosa digna de respeto,
la embellece en su desgracia,
rasura sus horrores.
Qué sería de la tarántula, pobre,
flor zoológica y triste,
si no pudiera ser ese tremendo
surtidor de miedo,
ese puño cortado
de un simio negro que enloquece de amor.
La tarántula, oh Bécquer,
que vive enamorada
de una tensa magnolia.
Dicen que mata a veces,
que descarga sus iras en conejos dormidos.
Es cierto,
pero muerde y descarga sus tinturas internas
contra otro,
porque no alcanza a morder sus propios miembros,
y le parece que el cuerpo del que pasa,
el que amaría si lo supiera,
es el suyo.

.

GRANDE È L’ODIO

1

Grande e dorato, amici, è l’odio.
Tutto ciò che è grande e dorato
viene dall’odio.
Il tempo è odio.
Dicono che Dio si odiava in atto,
che si odiava con forza
degli infiniti leoni azzurri
del cosmo;
che si odiava
per esistere.
Nascono dall’odio, mondi,
olii perfettissimi, rivoluzioni,
tabacchi eccellenti.
Quando qualcuno sogna di odiarci, appena,
dentro il sonno di qualcuno che ci ama,
viviamo già l’odio perfetto.
Nessuno vacilla, come nell’amore,
nell’ora dell’odio.
L’odio è la sola prova indubbia
dell’esistenza.

2

E la paura è una cosa grande come l’odio.
La paura fa esistere la tarantola,
la rende cosa degna di rispetto,
l’abbellisce nella sua disgrazia,
rade i suoi orrori.
Che ne sarebbe della tarantola, poverina,
fiore zoologico e triste,
se non potesse essere quel tremendo
fornitore di paura,
quel pugno tagliato
di una scimmia nera che impazzisce d’amore.
La tarantola, oh Bécquer,
che vive innamorata
di una tesa magnolia.
Dicono che a volte uccide,
che scarica le sue ire su conigli addormentati.
È vero,
però morde e scarica le sue tinture interne
contro un altro,
perché non riesce a mordere le proprie membra,
e gli sembra che il corpo che passa,
quello che amerebbe se lo sapesse,
è il suo.

.

.

BELLÍSIMA

Y si uno de esos ángeles
me estrechara de pronto sobre su corazón,
yo sucumbiría ahogado por su existencia
más poderosa.
-Rilke, de nuevo-

Óigame usted, bellísima,
no soporto su amor.
Míreme, observe de qué modo
su amor daña y destruye.
Si fuera usted un poco menos bella,
si tuviera un defecto en algún sitio,
un dedo mutilado y evidente,
alguna cosa ríspida en la voz,
una pequeña cicatriz junto a esos labios
de fruta en movimiento,
una peca en el alma,
una mala pincelada imperceptible
en la sonrisa…
yo podría tolerarla.
Pero su cruel belleza es implacable,
bellísima;
no hay una fronda de reposo
para su hiriente luz
de estrella en permanente fuga
y desespera comprender
que aún la mutilación la haría más bella,
como a ciertas estatuas.

BELLISSIMA

E se uno di quegli angeli
mi stringesse all’improvviso sul suo cuore,
io soccomberei soffocato dalla sua esistenza
più potente.
– Rilke, di nuovo –

Mi ascolti lei, bellissima,
non sopporto il suo amore.
Mi guardi. Osservi in che modo
il suo amore danneggia e distrugge.
Se lei fosse un po’ meno bella,
se avesse un difetto in qualche posto,
un dito mutilato ed evidente,
qualche cosa di aspro nella voce,
una piccola cicatrice vicino a quelle labbra
di frutta in movimento,
un neo nell’anima,
una brutta pennellata impercettibile
nel sorriso…
io potrei tollerarla.
Ma la sua crudele bellezza è implacabile,
bellissima;
non c’è una fronda di sollievo
contro la sua infilzante luce
di stella in fuga permanente
e dispera a comprendere
che persino la mutilazione la renderebbe più bella,
come in certe statue.

__________

Poesia latinoamericana #1: Nicanor Parra

Poesia latinoamericana #2: Alejandra Pizarnik

Emiliano Ventura, Edgar Allan Poe. Un americano fuori posto.

Poe

 

Emiliano Ventura

 

Edgar Allan Poe. Un americano fuori posto

 

 

“La vita è ancora in quei capelli, la morte è nei suoi occhi”.

Edgar Allan Poe, Lenore

Nel 1849 gli Stati Uniti si preparano a dar forma al ‘destino manifesto’, cioè a spingersi verso ovest confidando aprioristicamente nella ‘superiorità’ della civiltà europea (bianca) nei confronti della civiltà dei nativi d’America (gli indiani selvaggi). Nello stesso anno, a Baltimora, un uomo muore appena quarantenne in preda a uno stato d’incoscienza; quell’uomo è un famoso poeta e scrittore si chiama Edgar Allan Poe.
Mentre la giovane nazione statunitense si volta all’ovest, lo scrittore, poeta e giornalista Edgar Allan Poe si volge all’est; Inghilterra, Germania, Francia, Italia e Grecia sono i luoghi dei suoi autori, dei suoi interessi poetici e letterari.
È stato D.H. Lawrence a far notare la profonda differenza tra J.F. Cooper, lo scrittore che crea il mito della frontiera americana (per cui l’ovest) e Poe, tra i più europei degli scrittori americani.
La sua breve vita si articola in un binario immaginario, ma lineare, che unisce Richmond, Baltimora, Filadelfia, New York e Boston; tutte queste città sono posizionate lungo un percorso di una certa linearità, da sud verso nord lungo la costa orientale degli Stati Uniti, il lettore più disciplinato può tentare una verifica su una qualsiasi cartina geografica.
Edgar Allan Poe nasce a Boston, nel nord, ma è il sud con la Virginia e Richmond a segnare il paesaggio indelebile della sua infanzia e adolescenza. Avrà sempre pose da aristocratico fieramente elegante, anche nella povertà, condizione che conoscerà molto bene. Scettico del progresso e della democrazia sarà una delle voci più critiche della sua società, dei suoi poeti e intellettuali.
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Presentazione La Disarmata

disarmata
alle ore 17.00
Biblioteca Benedetto Croce, Via Francesco De Mura n. 2/bis – Vomero – Napoli ( Via Luca Giordano)

Viola Amarelli, Francesco Filia, Vincenzo Frungillo, Immo, Gianni Montieri

nell’ambito del ciclo di incontri Apeiron ideato da Bruno Pezzella

presentano

LA DISARMATA (Cfr edizioni, 2014)
Con

Antonio Filippetti
Bruno Pezzella
Aldo Spina ( reading)

Le cronache della Leda #38 – “Avevi una gonna rossa”

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Le cronache della Leda #38 – “Avevi una gonna rossa”

Siamo andate poi a cena, noi quattro. Io, la Wanda, l’Adriana e, di nuovo, la Luisa. Abbiamo prenotato per le sette, all’Osteria Sottocasa, il ristorante preferito della Luisa. Ci siamo trovate lì, quattro vecchie, arzille e raggianti. La Luisa è arrivata in blu, pullover e gonna lunga, ma la meraviglia è stata la Wanda. È arrivata con una gonna rossa da film, una di quelle che portava quando eravamo ragazze. Ha sorriso quando si è accorta che avevamo capito. «Dove mi hanno portato le mie gonne rosse?» Ha detto, guardandoci con l’aria a metà tra il mesto e il divertito. «Per arrivare a essere vostra inseparabile amica sarebbe bastato molto meno, e così è stato, ma io mi ricordo quando sceglievo le gonne, quando il primo occhio cadeva sul rosso. Il giallo è sempre stato troppo per me. Il blu eri tu, Leda. E voi due eravate altri colori, Luisa la più vivace, io volevo il rosso, come in quella poesia di Giudici, te la ricordi Leda?»

Avevi una gonna rossa
dove ti porterà?

Non spero che tu possa
restare come sei nella diversa
vita a cui torni senza le tue care
menzogne:

mi ripeto che non è
amore incontro alla fortuna avversa
immaginare te.

«Me la ricordo» ho detto «e mi ricordo di te, Wanda. Eri tu il fuoco, eri tu la verità, non le tue gonne rosse. Eri il miraggio di molti, la fantasia di pochi, l’amore di qualcuno. Eri menzogna per chi non sapeva avvicinarti. Eri la luna, la gonna rossa la tua ombra.»

Siamo rimaste in silenzio un po’ e ci siamo strette le mani, tra i piatti e le posate. La Luisa ha detto: «Leda, ma tu quante poesie sai?» e poi, senza aspettare la risposta: «Ordiniamo? Adriana non prenderai i ravioli come al solito, vero?» Siamo scoppiate tutte a ridere mentre l’Adriana mandava la Luisa a quel paese. Mentre il cameriere si avvicinava, la Luisa ha aggiunto: «È bello essere vive.» «È bellissimo.» ha risposto la Wanda.

Leda

Nota: La poesia di Giovanni Giudici è tratta da Svolta (Prove del teatro), in Giovanni Giudici  – I versi della vita (Meridiano, Mondadori)

Poesie della memoria (di Anna Maria Curci e Gianni Montieri)

berlino - foto di gianni montieri

berlino – foto di gianni montieri

Roma, 16 ottobre 1943

Se Cassandra è Celeste,
è vestita di nero
è scarmigliata e sciatta
è fradicia di pioggia.

A vuoto profetizza,
scombinata com’è.
«Sfiduciata speranza»
apre gli occhi e li chiude.

Nell’alba successiva
le grida stropicciate.
Razzia, rastrellamento
nel cielo grigio topo.

 

 

Sachsenhausen, febbraio 2010

 

Tredici mesi fa a Sachsenhausen
corteggiava la neve il paradosso
dietro l’angolo, oltre il passeggio e quei
villini; in fila sgranavamo muti
nomi, biglietti, lembi di presenze.

Nel pomeriggio di fine febbraio
c’era chi preferiva altre visioni,
stracci colorati, East Side Gallery.

C’incontrammo la sera in Friedrichstraße.

 

 

 

Birkenau, 24 ottobre 2012

 

Il vento non serpeggia, il vento attizza
l’abbaiare di voci e pastori tedeschi.

La voce ferma e tremante di Sami
non pronuncia il nome, ma «links!» e «rechts!»,
spartiti per straziare corpi e storie.

Al crematorio due, al lato opposto
del suo Sonderkommando, il suo ricordo:
dov’era, Shlomo, ai giorni, Shekinah?

Di fronte alla baracca dei bambini
Andra e Tatiana parlano di Sergio,
del passo avanti e l’orrore di Amburgo.

Non sediamo sui fiumi a Babilonia,
ma il nostro pianto è in piedi e scuote il vento.

© Anna Maria Curci

***

 

SACHSENHAUSEN

 

I

Ho ascoltato il silenzio parola per parola
nella piazza dell’appello
ho raschiato i nomi dalle croci
e vi ho chiamati

chiedere scusa a ognuno
a giustifica parziale del non essere
nato in tempo, non aver tirato fuori
nessuno dal solco della storia.

 

II

Giù dalle scale è tutto bianco
di piastrella in piastrella:  agghiaccia
ovunque è il lucido a tenere banco
due tavoli di marmo contro il muro
dalla finestra un raggio opaco
una rasoiata rosso sangue.

 

III

Appena fuori dal paese
il campo di concentramento
dentro il campo, il carcere
un solo angusto corridoio
celle a sinistra, celle a destra
un metro per un metro
nessuna finestra, poca aria
per gli ospiti nessuna cortesia.

 

IV

Non lo diresti sotto questo cielo azzurro
in questo agosto luminoso
Berlino dietro l’angolo e qui
tutto questo verde, questa pace
non diresti dei trenta letti in pochi metri
dei cessi scavati nel terreno
del tanfo, ancora nelle cucine
non diresti mai che fra una fine e l’altra
sui muri si disegnava
qualcuno sorrideva prima di morire.

 

V

Sto seduto su una lapide
Roberta e Daniela
tornate a Berlino al sicuro,
lo sguardo è smarrito
a ogni angolo del campo
a ogni torre di vedetta

con una camicia da escursione
mi sento stupido, mi sembro niente.

 

VI

Andando avanti oltre l’ultimo museo
dietro le baracche russe: il cimitero
un cancello elettrico piantato
in mezzo  al nulla
oggi basta premere il pulsante.

 

VII

Faccio al contrario il percorso
dal campo al treno: 1,5 km
penso di nuovo a voi
trascinati in colonna
verso il cancello di ferro
mi domando chi fosse l’ultimo
a chiudere la fila
quanta aria in più
avrà potuto respirare.

 

(Un epilogo)

Il 27 gennaio dobbiamo ricordare
è questa la particolare memoria
che scherza e mette insieme flash
così nello stesso giorno io ricordo
l’Olocausto e il cielo azzurro d’agosto
in cui ho visitato un campo di sterminio

e poi nella stessa piccola scatola
-pensando a madri che non hanno potuto
a padri che non hanno vissuto- compare
una donna in minigonna che balla
con il figlio in braccio e canta
“ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao”

© Gianni Montieri

da “TerraeMotus” (inedito di Fabio Orecchini)

di Fabio Orecchini

Stormi di corvi sopra onda di messi.
Di qual cielo il blu? Dell’infero? Del superno?
Saetta tarda, che dardeggi nell’anima.
Rafforzato sibilo. Ravvicinata brace. I due mondi.

Paul Celan, Grata di parole

Tutto è fra tregue di materie in attrito

Giuliano Mesa, Poesie per un romanzo d’avventura

Opera visiva dell'autore tratta da "Modelli di bocche" realizzata con pennino su supporto digitale.

Opera visiva dell’autore tratta da “Modelli di bocche” realizzata con pennino su supporto digitale.

sequenza mancante

1

2

3

4

5

Sito dell’autore: http://fabioorecchinipoesia.wix.com/dismissione

“Tradimenti. L’opera di Pinter tra contemporaneità e memoria” di Massimiliano Cappello

© Gemma Levine/Hulton Archive/Getty Images

© Gemma Levine/Hulton Archive/Getty Images

Tradimenti.
L’opera di Pinter tra contemporaneità e memoria

Esistono delle difficoltà necessarie a ogni incipit, soprattutto nell’approcciarsi criticamente a un testo: lo stabilirsi di una nozione di genere letterario al fine di dotare l’analisi dei giusti appigli, che risulta, nella maggior parte dei casi, un buco nell’acqua; l’approccio spesso troppo focalizzato sulla vicenda, che riduce tutto a una speculazione di contenuto a discapito delle molte strutture soggiacenti a detto testo; il rischio di aderire acriticamente alle dissimulazioni operate dallo scrittore, percorrendo l’opera in una direzione unica e lineare e trascurando così l’edificarsi consapevole di essa.
Questa situazione, che possiamo comodamente definire difficoltà dell’inizio – utilizzando un’espressione di Genette[1] – soggiace a testi di varia natura e, negli esempi proposti dallo stesso Genette, è risolta tramite l’utilizzo di un escamotage di natura temporale. Che si consideri, dunque, la poesia dell’Iliade o la narrazione della Recherche, è possibile osservare una particolare attenzione per l’anacronia nella disposizione degli eventi: questa osservazione è già spia del labile confine tra genere e genere, lasciando intravedere lo spiraglio che permette a una critica consapevole di tessere il suo filo.
Per quanto riguarda il testo drammatico, la storia non cambia: l’idea stessa di un testo per il teatro pone il critico di fronte a considerazioni sulla sua dimensione temporale e sul rapporto che s’instaura tra scena e scena, o all’interno stesso di una di esse. Tutta la speculazione attuata nei secoli riguardo a una teoria dell’arte drammatica discende dai precetti della Poetica di Aristotele, che forniscono uno schema tripartito – composto di tragedia, epopea e commedia (sebbene detta parte risulti assente) – entro cui circoscrivere le possibilità mimetiche e catartiche dei testi letterari: tuttavia, nonostante la canonica tripartizione delle unità[2] – che tanto ebbe successo nel corso dei secoli – nella Poetica viene citata unicamente l’unità d’azione.
Se, dunque, le unità di tempo e luogo sono preferibili ma non necessarie, ecco che il discorso sul genere drammatico si fa più aperto a considerazioni specifiche, da valutare di caso in caso, piuttosto che a definizioni astratte e generalizzanti.
(altro…)

Michela Zanarella, Tre inediti

michela foto

CIELO SPIETATO

Cielo spietato
che mi svuoti lo sguardo
e che in disparte mi porti
a consolarmi di follia.
Ho la mente piegata
in una solitudine
che prova a baciare la vita
che a fatica respiro.
Passeggiano odori
di vuoto
tra mucchi di buio
nella notte,
lacero è il silenzio
che rabbioso mi consuma
l’anima.
Si sono offuscati gli occhi
e come in una bufera
pecco d’ossessione
dietro le costole
di un tempo che mi sommerge
di disperazione.

*

I ROGHI E IL DISFARE DEL MONDO

Ci si abitua
a calpestare memorie
senza vergogna
e a vivere con indifferenza
i roghi e il disfare del mondo.
La guerra
entra nel tempo
come inferno che disonora
la storia. (altro…)

Traducendo Baudelaire #2

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

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L’horloge

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,
Dont le doigt nous menace et nous dit: “Souviens-toi!
Les vibrantes Douleurs dans ton cœur plein d’effroi
Se planteront bientôt comme dans une cible;

Le Plaisir vaporeux fuira vers l’horizon
Ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;
Chaque instant te dévore un morceau du délice
A chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
Chuchote: Souvienstoi! – Rapide, avec sa voix
D’insecte, Maintenant dit: Je suis Autrefois,
Et j’ai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

Remember! Souviens-toi! prodigue! Esto memor!
(Mon gosier de métal parle toutes les langues)
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
Qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
Qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi
Le jour décroît; la nuit augmente, souvienstoi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
Où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
Où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
Où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard!”

 

L’orologio (trad. di Cristina Longo)

Orologio! dio sinistro, tremendo, impassibile,
il cui dito ci minaccia e dice: “Ricordati!
I Dolori vibranti nel tuo cuore pien d’orrore
tosto vi si pianteranno come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come una silfide dietro le quinte;
ogni istante ti divora un boccone di piacere
ad ogni uomo concesso per l’intera sua stagione.

Tremilaseicento volte in un’ora, il Secondo
sussurra: Ricordati! – Rapido, con voce
d’insetto, l’Adesso dice: Sono il Già-Stato
e ti ho succhiato la vita con la mia tromba immonda!

Remember! Souviens-toi! Esto memor, prodigo!
(la mia gola di metallo parla tutte le lingue.)
I minuti, temerario mortale, sono vene
da non perdere senza averne estratto l’oro!

Ricordati che il Tempo è giocatore ingordo,
vince senza barare ad ogni turno! è la legge.
Il giorno finisce; la notte cresce, ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
e l’augusta Virtù, tua sposa ancor vergine,
e il Rimorso stesso (oh! ultima dimora!),
tutto ti dirà: Muori, vile matusa! è troppo tardi!”

 

 Baudelaire declina qui un tema che esiste da quando esiste l’uomo: l’angoscia per il tempo che passa e che lentamente ma inesorabilmente cancella ogni cosa. Già presente in epoca classica (il carpe diem del poeta non ne è in fondo che il rovescio solare e passeggero), con il cristianesimo questo sentimento della labilità del tutto diventa ancora più cupo e disperato, per far risaltare la fugacità dei beni terreni rispetto all’eternità di Dio. Alla vanitas medievale sembra aggiungersi in epoca moderna anche un’ossessione per il tempo fatta di rapidità, orari, ritmi di lavoro che scandiscono la nuova società borghese (dove “l’azione non è sorella del sogno”). Nella personificazione minacciosa dell’orologio, il tradizionale memento sembra dunque contenere anche qualcosa di un odioso richiamo all’ordine. Cristina Longo rende bene questa compresenza di tradizione e modernità, traducendo lo stesso concetto prima con stile letterario desueto (“tosto”), poi con il corrispettivo registro piano  (“presto”). Da una nota della stessa traduttrice, veniamo a sapere che la perdita delle rime è stata volontariamente compensata da rime interne o allitterazioni (minaccia/dice; cuore/orrore; finisce/cresce; abisso/clessidra), che nel finale riproducono un’estenuata e sibilante agonia (verso 20). Il trattino di quel “Già-Stato” ribadisce anche graficamente l’irrimediabile ritardo di ogni nostro vissuto. (A.A.)

“Divinazione” di Francesco Zanolla. Inedito

© Kersti K.

© Kersti K.

DIVINAZIONE

……………..Oh Sunshine,
……………..your love and beauty passed me by
……………..should I waste my time
……………..in your valley, beneath your sky?
……………..(Kyuss)

……………..Quando per la terza volta lei gli alza la palla in banda con il bagher, lui non può che schiantarla di nuovo sulla rete.
……………..Ancora una volta gliel’ha servita male, bassa e troppo sotto rete, costringendolo ad un mezzo avvitamento carpiato in elevazione che lo ha fatto arrivare fuori tempo alla sbracciata.
……………..Così rumina una mezza bestemmia mentre atterra.
……………..Poi raccoglie la palla e la scaraventa lontanissima, verso la foresta gialla e blu degli ombrelloni.
……………..“Scusa” balbetta lei.
……………..Io guardo la mia compagna di squadra.
……………..“Basta” sentenzia lui ed esce dal campo a testa bassa.
……………..“Ti ho detto scusa” ripete lei, incredula e forse appena un po’ irritata, ma lui ha già imboccato la via delle docce, e così lei, dopo avermi rivolto un’occhiata supplice attraverso le maglie della rete, non può fare altro che trotterellargli dietro, sollevando piccoli spruzzi di sabbia ad ogni passo.
……………..La mia compagna di squadra intanto si è accovacciata a terra, la faccia rivolta al sole del mezzo pomeriggio che picchia come un fabbro sulle nostre teste.
……………..“Ti va di bere qualcosa?” le chiedo.
……………..“Certo” risponde “Ma non dovremmo riprendere la palla?”
……………..Il mare, oltre la cintura colorata delle sdraio e degli ombrelloni è poco più che un singhiozzo soffocato
……………..“Tanto è di Tiz”
(altro…)