Giorno: 24 dicembre 2014

Il vecchio e il calcio: omaggio a Zeman

zeman

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Alla fine è successo. Qualcuno se lo aspettava, io fingevo di non pensarci. Ieri il Cagliari ha esonerato il suo allenatore, Zdenek Zeman. Pure se la matematica era impietosa (2 vittorie, 6 pareggi, 8 sconfitte) resta comunque in qualche modo un’enorme cazzata. Premessa: se pensate che tutto questo non c’entri con la poesia, non capite nulla, né di calcio né di poesia.

Da quando tifo Zeman esiste, ed è lì, taciturno e imperturbabile, con il suo 4-3-3 a ogni costo, gioco offensivo, squadra altissima, portiere costretto a giocare coi piedi come se fosse un libero, movimento continuo sulle fasce, pressing, diagonali, sovrapposizioni, inserimenti dal centrocampo, tridente d’attacco lievemente obliquo in modo che il mancino possa colpire (è con lui che Beppe Signori è diventato Beppe Signori).

Insomma, una meraviglia, un sogno, raramente applicabile alla realtà. Tanti gol fatti, una valanga presi (il Cagliari ultimamente segnava pure poco, ma non è colpa di Zeman se Ibarbo è una freccia coi piedi torti). Forse la cosa più triste è che nell’ultima partita ha snaturato il suo schema per un più prudente 4-4-2 (beccandosi comunque tre reti…), e proprio contro la Juventus, tifata da bambino, denunciata e odiata da professionista. La Juventus di Moggi e del doping, per capirci. Zeman che per fare correre in campo i giocatori come forsennati li allenava con sacchi di sabbia legati alle caviglie (e infatti a metà campionato, puntualmente, morivano).

L’ennesimo esonero, e forse è giusto così, i presidenti devono tutelarsi, i risultati contano, se una squadra non vince non vince, poi i tifosi brontolano, la gente mormora, la musica finisce, gli sponsor se ne vanno. E però Zeman resta per sempre un patrimonio del calcio e della letteratura. Per quel suo aspetto fisico da pescatore di Hemingway, magro e imbronciato, solcato dalle sigarette invece che dal sale. E per quella sua idea ostinata, utopica e velleitaria di gioco, e vallo a capire se si parla ancora di calcio. C’è una fine per tutto, e non è detto che sia sempre la retrocessione.

@Andrea Accardi

Reloaded – riproposte natalizie #1 – Intervista a Milo De Angelis e un inedito

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

Milo De Angelis, uno dei poeti più significativi della nostra epoca, parla della sua poesia con Francesco Filia e annuncia il suo prossimo libro di cui pubblichiamo l’inedito che lo concluderà.

1. “Ho cercato con forza in questi anni quel punto in cui sangue e pensiero sono un’unica cosa”. Questa affermazione contenuta nel tuo saggio Poesia e destino, mi sembra che esprima una questione centrale della tua poesia. In che senso pensiero e sangue e quindi teoria e vita sono per te un tutt’uno?

Ho sempre amato, nella parola poetica, la presenza di un pensiero capace di nutrirla e di scorrere insieme a lei. Ma deve essere un pensiero impregnato di vita, pulsazione, tremore, ferita, spaesamento, un pensiero inondato dal sangue. Non un’idea condotta passo dopo passo verso la sua meta, ma qualcosa che si spacca e si lacera, crea irruzione e imminenza. Un pensiero tragico dunque. Quello di Pavese o di Artaud, di Nietzsche o di Marina Cvetaeva, una potenza deduttiva che può incontrare sulla sua strada l’indeducibile e rimanere senza parole.

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