Sotto il vetrino nero – “NEBBIA ROSSA”

 

cover originale

 

L’edizione italiana di Red Mist è Mondadori 2012, traduzione di A. Biavasco, V. Guani, R. Valla.
PER SUA NATURA, IL SAGGIO CHE SEGUE CONTIENE SPOILER

  1. Il cielo salvi certe cose, tra cui lei.

Il cielo salvi la letteratura d’evasione quando è dotata di tecnica e di intelligenza. Non parlo di libri che vengono, sconsideratamente, considerati tali (penso a saghe come Harry Potter) solo perché best seller in termini di diffusione, libri che gridano al classico dal primo rigo per chiunque abbia le orecchie sgombre dalle fanfare del caso editoriale. Parlo, più banalmente, di mero intrattenimento intelligente, meccanismo perfetto, gioia di correre da un libro come a un aperitivo tra amici.
Best seller, letteratura d’intrattenimento, letteratura d’evasione, fast book, letteratura di consumo sono parole scivolose, che toccano meri dati commerciali quanto fattori intrinseci al libro. Sono concetti di qualità e quantità, e per niente al sicuro da derive blasé. Nel linguaggio che userò d’ora in avanti, chiariamo subito, intenderò nient’altro che quello che Stephen King definì «quella cosa che ti fa dimenticare di avere l’acqua sul fuoco». Nulla toglie che Proust abbia lo stesso effetto, ma la differenza è che è raro che qualcuno afferri Proust dopo aver messo l’acqua sul fuoco. E un libro d’evasione dotato di tecnica e intelligenza, cioè quello a cui mi rivolgo quando sono stufa di togliere l’acqua dal fuoco al momento giusto, deve avere grazia, pulizia di scrittura, ma anche la discrezione necessaria a non chiedermi più attenzione di quanto sia necessario al resto della mia giornata. Come scegliere di guardare Grey’s Anatomy quando potrei mettere su un Buñuel, dando per scontato che non vedrei clip di bambini che cadono dalle altalene con risate preregistrate in sottofondo.
Chiarito ciò. C’è un autore, nella rosa di papabili esempi, per il quale il mio trasporto è pari solo a chi si barda vestito da Skywalker alla convention di Star Wars: Patricia Cornwell.

Patricia Daniels (Cornwell è il nome del suo primo marito) è un’ex analista informatico dell’Ufficio di Medicina Legale della Virginia, una signora bionda sulla sessantina sempre fotografata in tailleur o in tuta tattica. Non ama le mezze misure, infatti (mi permetto di dirlo essendo di dominio pubblico) dichiarò al mondo il suo amore per l’attuale moglie durante una deposizione in tribunale, contro un agente dell’FBI che, avendo scoperto la relazione tra le due ed essendo sposato con la seconda, aveva poco saggiamente tentato di ucciderla.
Con il libro d’esordio Postmortem, del 1990, la Cornwell vinse sette premi letterari e poco più tardi (a quel tempo ero troppo piccola) vinse me. Ho seguito la protagonista, Kay Scarpetta, che in onore delle sue discendenze veronesi passa gran parte del tempo a preparare manicaretti (napoletani) e stappare vini (toscani), quando ancora l’anatomopatologia era un mestiere praticato per me solo dal padre di una mia amica d’infanzia, e in tv i cadaveri avevano al massimo una tinta di cerone. L’ho seguita per ventidue libri. Ventidue casi, ognuno diverso per ambientazione, stile, moventi, modalità sempre più pirotecniche ma mai inverosimili. Meccanismi perfetti che a fine libro portano al riso, perché (Christie insegna) c’è sempre qualcosa, un dettaglio, una frase, una movenza, che avrebbe permesso al lettore di dire “eccolo qui”. L’ho seguita dai quaranta ai sessant’anni (credo che il calcolo sia questo), nel suo essere, anche ammettendo a se stessa, una perfezionista insicura, a volte aggressiva, ma amorevole, piena di compassione per i vivi e per i morti, presente nelle intenzioni ma a volte incapace di fronteggiare dinamiche e relazioni emotive. Ho amato i suoi comprimari, e mi limito a tratteggiarne tre. Benton Weasley, grande amore e poi marito, ed è inutile star qui a descrivere la tipica icona di uomo affascinante e cupo, profiler dell’FBI, protettivo e impeccabile nella scelta del cognac e nella sistemazione del lungo ciuffo bigio (va detto che Benton, per qualche libro, è morto, ma una sollevazione popolare femminile lo ha riportato magicamente in vita all’interno del progetto di protezione testimoni, il cielo abbia in gloria anche i cadaveri non identificati). Pete Marino, altra figura necessaria all’economia della narrazione, bravissimo segugio ma omone spiccio dedito al cibo spazzatura, all’adorazione per ogni donna inarrivabile e alle moto; periodicamente, Kay tenta di farlo disintossicare dai suoi vizi, primo tra tutti il tabagismo (quella contro le sigarette è una crociata fondamentale per la Cornwell, che per il resto mette in mano ai suoi personaggi più bicchieri di whisky che piatti di pasta). Lucy, nipotina geniale, miliardaria già da adolescente grazie ai software di sua invenzione che tuttora non ho ben capito, e in seguito giovane donna capricciosa e dalla personalità paranoide (i miei non sono giudizi personali), hacker con un’adorazione ricambiata (e una mania del controllo unilaterale) nei confronti della zia.
E poi c’è Jaime, ed è qui che vorrei arrivare.

  1. Foste pure il diavolo, ma siete bella

Jaime Berger è alta, porta tailleur nei cui spacchi diffida dal guardare, ha corti capelli neri e occhi azzurri. Anche Kay, che «ha più o meno la sua età», porta tailleur (quando non va in giro in tuta tattica), ma non ha spacchi in cui impedire la visuale. Stessi occhi, ma corti capelli biondi. Jaime è un procuratore distrettuale, si occupa di reati a sfondo sessuale. Pochi personaggi sono meno descritti di lei, su meno comprimari (Jaime compare in L’ultimo distretto e avremo a che fare con lei in maniera progressivamente più incisiva per nove libri) la penna si ferma con meno intenzione. Va detto che la Cornwell, con un’operazione che io personalmente trovo geniale, passa dalla prima alla terza persona di libro in libro in base alla visuale che vuole fornire degli eventi; ma non c’è narratore onnisciente che basti a seguire Jaime in casa sua, o che ci dica che sta divorziando da suo marito. Eppure, pochi comprimari sono più saldi e precisi di lei. Sappiamo tutto: sappiamo quanto è altezzosa dalla maniera lenta con cui infila il cappotto, conosciamo il suo fascino da come muove il collo per far sentire il profumo agrumato. Lungo sette dei nove libri in cui compare, Jaime è la stronza con cui Kay vorrebbe avere meno a che fare possibile, per una sola ragione: Jaime è il suo doppio. È la Kay nera, portata allo stremo, la disperata; è la donna dal fascino che Kay non potrà mai avere ma che non ha nulla di quello che Kay ha.
Fino a Lucy. Scopo della vita sentimentale di Lucy, fino a quel momento, è stato innamorarsi di Carrie, una psicopatica che ha rischiato di far finire la saga verso il decimo libro come l’Amleto di Shakespeare. Ma da quando Kay apre una porta e scopre che Lucy sta confidando un segreto a un procuratore distrettuale (una storia torbida, non che Jaime sia molto per la quale, e non capisce neanche bene cosa la trattenga lì) e non a sua zia, eccolo, “eccolo qui”, diciamo noi.
Siamo in Calliphora. Servono ancora molti libri (tre, per la precisione) perché si arrivi a Kay Scarpetta, e le due, ormai con una gestibile differenza di età (la rampante ventottenne con tanta voglia di spaccare il mondo, la scorbutica quarantaseienne con tanta paura di invecchiare) si cercano, si innamorano, si amano.
Felici della cosa come un tavolo di legno, Kay e Jaime entrano in contatto personale. Condividono feste comandate. L’idillio dura tre pagine, non di più, e ancora noi di Jaime sappiamo tutto. Le sue emicranie ogni volta che Lucy apre bocca, il suo cercarle la mano ogni volta che se il cielo vuole sta zitta.
Ma qui siamo ancora nella sfera del best seller. Quello di cui volevo parlare è altro, è Nebbia rossa.

  1. Nebbia rossa

Non si sa perché le due si siano lasciate. Lo si scoprirà, con calma. Si scoprirà che era una macchinazione di Jaime, che aveva usato le abilità di hacker di Lucy per togliersi castagne illegali dal fuoco, sacrificandola alla sua carriera. Poco importa, se non a definire l’arazzo di un personaggio sgradevole e nero, che nessuno ha intenzione di riabilitare. Ma non corriamo; la domanda, all’inizio del libro, è: che fine ha fatto Jaime Berger? Lo scorso libro era finito con una bella cena di Natale, dove Jaime, per quanto ebrea, aiutava a sistemare le lucine senza che nessuno facesse battute sul fatto che sarebbe saltato l’impianto elettrico. Ed ora siamo ad agosto, e personalmente sono a pagina cinquantasei, e personalmente sono anche abbastanza affezionata a questo personaggio, eppure non si hanno tracce di lei.

cover

Nebbia rossa comincia, dopo qualche problema a far partire la jeep in un luogo sperduto della Georgia, con una lunga conversazione con una detenuta. Tutti i libri della Cornwell abitano alcuni luoghi ben precisi: sale autoptiche, scene del crimine (siano esse case, cimiteri, fondali marini), a volte carceri, il tutto alternato, ma senza eccessivo richiamo di moduli narrativi, a inseguimenti e fughe. La Cornwell conosce il suo mestiere, sa dosare. Ora, va detto che io ormai seguo tutto questo in una sorta di anestesia, e mi lascio guidare fino allo scioglimento senza badare bene ai dettagli e senza preoccuparmi di essermi persa qualcosa: sono, ormai, affezionata alle persone, non alle loro vicende professionali. Ma mi accorgo subito che qualcosa non va. Il dialogo tra Kay e la detenuta è perfetto, la gestualità dosata, gli elementi esterni ridotti al minimo e gestiti come note di regia; le oscillazioni di umore della detenuta vanno dal dolore alla furia, e a questo Kay risponde con la fermezza, ma raramente si avverte il bisogno, grazie a scelte felicissime di frase, di indicare alcuna mimica facciale. “Teatro”, ho pensato: una perfetta padronanza di scrittura teatrale.
Siamo a pagina 56, e dopo un breve stacco Kay si reca in una casa per scoprire chi ha combinato l’incontro con la detenuta. Ed ecco Jaime, i capelli appena un po’ più lunghi, le gambe magre. «Vorrei alzarmi per abbracciarla», pensa Kay, ma avverte la distanza. Manipolatrice ai limiti del crudele, Jaime vuole aiuto da Kay per un caso, ma ha dovuto attirarla con l’inganno perché non sapeva come avrebbe reagito dopo la vicenda con Lucy. Diva mancata, diva riuscita, dimostra solo nominandola di avere un cuore: «è come amare un cavallo meraviglioso che un giorno ti farà rompere l’osso del collo». Ma questo solo alla fine, prima che Kay esca sbattendo la porta. Il resto della conversazione è tentativo cerebrale di Jaime di coinvolgere Kay in un caso che non le interessa. Capacità di far leva su quello che la riguarda, discorsi, velati o meno, su quello che può tornarle comodo. È un’arringa. Per decine di pagine, due mostri di oratoria si tengono testa, ora annusandosi ora azzannando. Sto cercando una metafora animale, ma se Jaime rende facili la tigre quanto lo squalo Kay non esce dalla sfera dell’umano, resta luminosa per reagire al buio, ed è qui, in questa manciata di lezione di scrittura, in questa pièce dall’equilibrio perfetto, che si mette a fuoco un dato narrativo fondamentale: quanto le due siano il perturbante di se stesse.
Siamo a pagina 138 quando Kay lascia la casa sbattendo la porta, e vediamo Jaime, dalla finestra, percorrere la stanza come se stesse male, come se l’ubriachezza (diva mancata, diva riuscita, Jaime beve molto) che le ha assonnato gli occhi stesse diventando nausea. Poi sono indagini, e riunioni, e autopsie, e gente che cade misteriosamente avvelenata.
Jaime muore quasi cento pagine dopo. O almeno è quasi cento pagine dopo che realizziamo insieme con Kay che Jaime è morta. Era anche lei un bersaglio degli avvelenamenti. Scopriamo il suo cadavere, fredda per essere morta poco dopo che Kay andasse via. Insieme con Kay, ricordiamo di aver provato a chiamarla due volte e di averle dato della stronza perché non rispondeva; insieme con Kay, pensiamo che forse quelli di ieri non erano i sintomi dell’ubriachezza, che avremmo potuto fermarci appena un po’ per controllare come stava; insieme con Kay, ricordiamo che siamo stati noi a portare il sushi consegnato da un fattorino senza pensarci su due volte; insieme con Kay, e su questo non abbiamo scusante alcuna, ci accorgiamo di aver passato cento pagine senza chiederci cosa ne era stato di lei. Posiamo il libro per un attimo. Sentiamo che avremmo potuto fare qualcosa, vorremmo tanto – abbiamo senso di colpa perché qualcuno di carta è morto e noi non abbiamo fatto nulla. E questo, dottoressa Cornwell, è creare un personaggio.
Riprendiamo il libro solo per scoprire che, morendo, stava componendo il numero di Lucy. E questo, dottoressa Cornwell, è sbatterci in faccia che al personaggio, di noi, non frega nulla.
Con i suoi libri lei ha fatto evasione, dottoressa Cornwell; ma con Jaime Berger, che ora mi è cara come Liliana del Pasticciaccio o l’alano Bendicò, lei ha fatto letteratura.

  1. Pietà

Ciò che dà il guizzo a un libro per essere tale è il basso continuo. Un tema ostinato, dichiarato o nascosto, che neanche la più rocambolesca delle storie riesce a nascondere.
«Non si può amare incondizionatamente, fino alla fine», pensa Kay all’inizio del libro riguardo un personaggio del passato a lei molto vicino, che aveva spesso protetto e che si era macchiato di crimini prima di morire. «Gli altri possono bruciarti le tue riserve d’amore, esaurendole. Non è colpa tua se a un certo punto l’amore finisce, ed è liberatorio rendersene conto. […] Quando ho esaminato il suo cadavere nello scantinato della sua casa di Salem, non ho provato amore. Era rigido e freddo, cocciuto e inamovibile, con i suoi sporchi segreti nella morte come era stato in vita. Una parte di me era contenta che non ci fosse più. Sollevata, grata. “Grazie della libertà che mi hai concesso. Grazie di essertene andato per sempre, così non mi sentirò più in dovere di sprecare altro tempo e altre energie per te.»
Dovrebbe suonarci come profetico, se l’ultima frase compiuta che Kay dirà a Jaime sarà: «Purtroppo non sono brava a tagliare i ponti con le persone. Solo alla fine, dopo che sono morte, a volte mi concedo di provare sollievo perché non ne potevo più.»
Io adoravo Jaime Berger, ma questo è un mio problema con lo scegliere le persone da frequentare. Eppure Jaime è stata con noi per nove libri, ha amato un comprimario importante (e fare coppia con Lucy Farinelli è materia di medaglia al valore) ed è stata descritta nel modo più lieve che un romanziere possa usare: il movimento, il vestiario, il tono di voce, il modo di portarsi la mano alla tempia quando ha l’emicrania. Kay odiava Jaime Berger, ma non per gelosia o per l’antipatia che i buoni portano ai disumani, tanto più che Kay è meno che buona, ma per il sentimento del perturbante che dal primo incontro non l’ha mai lasciata. Ovviamente la morte (tanto più per un anatomopatologo) scatena la più profonda pietà: «Guardo il cadavere sul letto, la vestaglia appena raccolta sui fianchi. Jaime non ha altro addosso e non posso sopportare che l’agente dai capelli rossi sulla porta o chiunque altro la veda in queste condizioni […] La morte si è presa gioco della bellezza perfetta di Jaime Berger, sfigurandola in maniera oscena e grottesca, e non voglio che Lucy la veda così.»
Ma non è solo questo: Kay è terrorizzata dalla sua morte, perché Jaime era il suo doppio. Ho letto ancora poco del libro successivo, ma non c’è una parola su di lei, è rimossa, cancellata, e questo in una saga dove qualsiasi caduto si compiange. «Sento» dice Kay mentre considera mostruoso quello che vive in quella stanza «che qualcosa dentro di me sta cambiando»

  1. Ma che volete da lei?

«La Cornwell al suo meglio. Un must per tutti i fan della Scarpetta», recita The Indipendent sulla mia quarta di copertina. Aveva una tale ragione che a lettura ultimata non riesco a star ferma. Devo sapere, con qualche anno di ritardo (il libro è del 2012) quali sono state le reazioni dei suddetti fan. So dove andare: un blog estremamente frequentato dagli amanti del genere, goodreads, che ospita gente che come me ha il costume di Skywalker nell’armadio per ogni evenienza. Delle due l’una, mi dico: si spareranno petardi o lo si calcolerà come un libro sottotono rispetto agli altri. Si può amarla o meno, ma non può passare inosservata la differenza palpabile che fa di questa costola di libro un oggetto luminoso in mezzo agli altri.
Scopro con stupore che la media di stellette è due su cinque. Qualcuno si chiede perché uccidere un personaggio proprio nell’unico libro in cui gli si dà spessore, ma ignoro il commento; un’altra descrive Kay Scarpetta come un personaggio “paranoico, autocentrato e miserabile”: a parte il “miserabile”, che mi sembra eccessivo, mi chiedo perché aspettare diciannove libri per scoprire una realtà di cui la Cornwell non ha mai fatto mistero, come se attribuire i difetti di una persona angosciata e insicura a un personaggio che si vuole costruito come angosciato e insicuro rappresenti un problema. Fine delle polemiche. La discussione generale verte, scopro, attorno a uno dei dati che ho messo in luce: un libro quieto, dall’andamento ad atti teatrali, in cui il dialogo fa da padrone, dallo stile letterario misurato e più alto dei precedenti, e che pochi avrebbero attribuito alla Cornwell se non fosse stato per il nome dei personaggi. I voti relativi a questo ragionamento sono stati dalle una alle cinque stelline, ma queste sono valutazioni che spettano alla dottoressa Cornwell, o al massimo al suo editore.
Con mia somma gioia, una signora di nome Julie (mi scusi ma lei è il mio eroe) ha definito Jaime “alter-ego” della protagonista e ha consigliato a Kay di «darsi una controllata».
«Quanto stai diventando scura, Kay», riflette una lettrice a due stelle mentre io pagherei per sentir dire a un mio personaggio una cosa del genere.
La maggior parte degli appassionati, quelli che cominciano la frase con «ho letto tutti i libri», si dichiara spiazzato, e la valutazione non è mai intermedia ma schizza dalle due alle cinque stelle. E questo vuol dire una sola cosa: una donna di sessant’anni, multimiliardaria e a capo di una Fondazione di beneficenza tra le più attive al mondo, autrice di una saga di best seller senza troppe pretese se non quella di intrattenere, ha deciso di scrivere un libro e ha dimostrato di saperlo fare dannatamente bene.
A chiudere la polemica tra i fan, un ragazzo scrive di non essere più interessato ai casi, ma di continuare a comprare i libri per seguire le vicende dei personaggi, come se fosse una soap-opera.
Sono terribilmente d’accordo con lui, ma con una riserva. Continuo a seguirli, sì, perché devo sapere chi lascerà chi, chi amerà e quanto, e se ci scapperanno dei morti. Quindi compro i libri successivi, perché quando si è in un sentiero bisogna seguirlo. Ribadisco, sono ancora indietro per dare un giudizio, eppure dopo Nebbia rossa scopro quello che sapevo: non li avverto abbastanza. Mi chiedo se ero troppo affezionata a Jaime, se avevo per lei una tenerezza che andava oltre la chiusura del libro, se mi pesa la sua mancanza. Non è quello. È che adesso Kay è più aggressiva, al momento sta per lasciare Benton per un trentenne, non vede l’ora di lanciarsi sul cognac. Il suo doppio è morto, e lei, malamente, l’ha assorbito. Uno dei due, prescrivono la psicanalisi come la letteratura, doveva morire, e ho il dubbio che non sia stata Jaime. Jaime è più forte. Si rassegni, dottoressa Cornwell, perché in qualcosa è stata troppo brava: Kay si è rotta, perché il suo meccanismo interno era Jaime.

© Giovanna Amato

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