Giorno: 12 dicembre 2014

Ivano Mugnaini – TRE PAROLE ILLEGGIBILI

biennale architettura 2010 - foto gm

biennale architettura 2010 – foto gm

TRE PAROLE ILLEGGIBILI

 

 

            Aristide Nicodemi cercava da anni un senso all’attività che lo portava a sporcare il bianco immacolato dei fogli con simboli grafici. Gli venne in mente un parallelo: senza alterigia, quasi con pena, si accorse che lo scrittore è una specie di dio, un essere costretto alla creazione, incatenato alla necessità di dare carne e sangue a pensieri eterei. In ogni racconto e in ogni romanzo uno scrittore prova a generare un mondo, fragile, traballante, minato dalla violenza dell’imperfezione, dalla bruttezza e dall’assurdo. Le alternative sono due: interrompere l’attività, negando in tal modo la sua natura innata, oppure individuare il percorso che conduce alla comprensione profonda, difficile, forse utopica.

          A Santa Rita, patrona dei sogni impossibili, decise di rivolgersi Nicodemi. Un dio può chiedere aiuto ad una santa? – rifletté, con il più amaro dei sorrisi. Ma anche un dio necessita aiuto, si rispose. Meglio mendicare che morire, concluse. La Santa degli impossibili lo osservò, ieratica, enigmatica, e non una parola uscì dall’ineffabile bocca. Quella stessa mattina giunse a Nicodemi una rivista letteraria. Altre parole, pensò, acqua nel mare. Quando l’occhio gli cadde su un articolo, però, qualcosa si accese. Nella lettera autografa dello chirurgo-scrittore morente, Giuseppe Bonaviri, riportata in forma originale, c’erano tre parole illeggibili. In quel foglio con tanto di intestazione dello studio medico dello scrivente, tra segni scritti con mano malferma ma in qualche modo intelligibili, c’erano tre parole che sfuggivano a qualsiasi tentativo di decifrazione. Tre parole: un numero mai casuale, la perfezione nascosta nell’imperfezione. E se fosse lì il senso che cerco?, si chiese Nicodemi. Studiò quel foglio, con enorme attenzione. Sentì, con la ragione e con l’istinto, che la verità di un dio può essere celata negli sgorbi di un chirurgo che non sapeva né poteva curare se stesso, forse divenuto cieco, forse demente.

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