Giorno: 10 dicembre 2014

True Detective (quando Hitchcock incontra Camus) di Nicolò Barison

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True Detective – Quando Hitchcock incontra Camus

Senza voler fare troppi spoiler sulla trama, cosa non molto carina per gli appassionati di serie tv, True detective è sostanzialmente la storia delle vite di due poliziotti, Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson), le quali si intrecciano ineluttabilmente nella lunga e disperata caccia a un serial killer in Louisiana, durata diciassette anni. Attraverso archi temporali diversi, vengono raccontate le vicende private e le indagini dei due detective, dal 1995 al 2012, anno in cui il caso viene riaperto. Nel 2012 due agenti della Polizia di Stato della Louisiana interrogano separatamente i due ormai ex detective e ora investigatori privati, chiedendo ad ognuno chiarimenti ed informazioni sul caso del brutale ed efferato omicidio di Dora Lange, che nel 1995 li aveva resi famosi.

In True detective si parte dalla più classica delle contrapposizioni, ovvero l’eterna lotta fra il bene e il male, apparentemente opposti e inconciliabili, il tutto condensato negli stilemi propri della classica struttura del giallo, di cui Alfred Hitchcock è stato il padre fondatore. Perché dunque tante attenzioni e tanto clamore verso questa serie? Innanzitutto, alcuni elementi nella struttura narrativa di True Detective funzionano alla grande. Per esempio, i diversi piani temporali e il gioco di verità e menzogna nel racconto del passato fatto nel presente provocano una grande curiosità e attesa per ciò che potrà accadere e contribuiscono a nobilitare il plot, che forse, senza questi balzi temporali, ne risentirebbe in quanto a tensione e mistero. Ancor prima che venisse trasmesso l’episodio pilota,  il creatore della serie, Nick Pizzolatto, dichiarò al New York Times che True Detective non è più complicato del fatto di usare l’indagine attorno a un crimine come una specie di formaggio fuso in cui immergi un’indagine sul carattere umano”. Questa bizzarra metafora “formaggiosa” rispecchia benissimo quelle che sono le priorità e  l’essenza stessa della serie. Proprio qui sta infatti la carta vincente, ovvero l’intrecciarsi delle vicende umane e private dei protagonisti alla mera (e non originalissima, se vogliamo) caccia al serial killer. Durante il corso delle otto puntate che compongono la prima stagione, infatti, la storia riguardante l’indagine non è sempre prioritaria.

Altro motivo di grande interesse è sicuramente il personaggio del nichilista Rust, interpretato da Matthew McConaughey, perno su cui ruota tutta la vicenda. Grande detective in grado di far confessare anche il più reticente dei sospettati, misantropo, solitario, introspettivo, alcolista, drogato, e chi più ne ha più ne metta, è una figura molto carismatica, che ha permesso a McConaughey di rilanciarsi come attore drammatico, dopo una prima parte di carriera non propriamente eccellente, fatta di commedie romantiche strappalacrime. Insomma, il detective Rust ha davvero un innegabile fascino.

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Non bisogna  però dimenticare Martin. Con i suoi conflitti interiori, la sua passione per  le donne,  i problemi con le figlie e il matrimonio in crisi, il personaggio interpretato da Woody Harrelson ha, nondimeno, una profondità e delle sfaccettature che lo rendono profondamente umano.

Altri elementi curatissimi sono le location, i paesaggi vasti e desolati della Louisiana contribuiscono a creare un’atmosfera misteriosa e angosciante, mentre la sigla, accompagnata dalle note di Far From Any Road del gruppo alternativo country statunitense The Handsome Family, è già diventata un cult.

La morale di fondo della serie è una profonda riflessione sulla vita. La figura del detective dall’animo bivalente assurge a metafora della condizione umana: da un lato sembra avere tutte le caratteristiche dell’uomo in rivolta metafisica di Camus, che insorge contro la propria misera condizione, dall’altro è una persona che, al motto di (come direbbe Rust) “la vita fa schifo” e pur trovando tutto assurdo ed incomprensibile, è dotato anche di un innato senso di giustizia, intesa come virtù morale, sulla quale modella ogni sua azione.

© Nicolò Barison

 

Le cronache della Leda #34 – Due che se ne vanno via e il cinema

Vacanze romane (fonte repubblica.it)

Vacanze romane (fonte repubblica.it)

Le cronache della Leda #34 – Due che se ne vanno via e il cinema

Conservo un’unica immagine nella memoria, un uomo e una donna che si allontanano di schiena, la donna tiene l’uomo sottobraccio. Nell’altra mano tiene una borsetta. Di lui si vedono il cappotto e il cappello, forse ha le spalle larghe. Lei ha un cappotto chiaro stretto in vita da una cintura. In una mano ha una borsetta dello stesso colore del cappello. Mi hanno appena accompagnata a scuola, è il primo giorno delle elementari. Io li sto guardando dalla finestra e provo amore per quelle due schiene che mi hanno portata a scuola insieme. È Il primo giorno, quello più importante. Li guardo fino a che quelle schiene diventano due piccoli punti in fondo alla strada, lì dove c’è la chiesa, dove finisce il viale, svoltano. La maestra mi chiama: «Leda, vieni a sederti al tuo banco.» Cominciava la mia lunga carriera scolastica, studentessa e poi insegnante. Ho vissuto tra i banchi più che nel mio salotto. Seduta in cattedra più che in cucina. Questa è stata la mia vita.

Dopo quell’immagine ho soltanto ricordi raccontati di quando ero bambina, per il resto i miei genitori li ho immaginati. Ho immaginato due brave persone che ogni tanto andavano al cinema. Tante volte li ho visti seduti nelle poltrone uno accanto all’altro. Magari ogni tanto con le mani che si sfioravano, con gli occhi che si cercavano al buio ogni tanto, con un commento sussurrato all’orecchio ogni tanto, con mio padre che prendeva una bibita a mia madre nell’intervallo, ogni tanto. A mia madre piaceva la Magnani, poi le piaceva Mastroianni, ma lui piaceva anche a mio padre. A mio padre piacevano i film americani, diceva che il cinema era un sogno e che gli americani quella cosa lì del sognare l’avevano capita meglio. Mia madre sosteneva che, in quanto a sogni, gli europei non avevano nulla da invidiare, sognavano in maniera diversa, e allora anche i film erano diversi. Poi lo guardava e diceva: «E Fellini, allora?», dopo scoppiavano a ridere tutti e due. Chissà come sarebbe stato averli per amici, averli più a lungo.

È morto Mark Strand, aveva ottant’anni, ben spesi, molto ben spesi. È morto e mi dispiace tanto, ma muore mai veramente un poeta? In un certo senso no, e io mi aggrappo a quel “certo senso” e stasera vado dalla Luisa con un suo libro e le leggo qualche poesia.

Leda