Mese: dicembre 2014

Reloaded – riproposte natalizie #8 – KURT COBAIN, PER QUEL CHE NE SO (A VENT’ANNI DALLA MORTE)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

Kurt Cobain On 'MTV Unplugged' - @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

«Per dire, non avevo neanche..non avevo neanche sentito nominare i Nirvana finché non è morto lui […] È roba assolutamente pazzesca. Ma incredibilmente carica di dolore. Cioè, se uno…insomma, hai presente tutto quello che stavo cercando di dire, in maniera goffa, un po’ a tentoni, sulla nostra generazione? Ecco, Cobain ha trovato..Cobain ha trovato dei modi incredibilmente potenti e disturbanti di dire la stessa cosa.»

David Foster Wallace

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Il buon padre di famiglia

monolocale

 

“Il conduttore dichiara d’aver constatato che i locali

che costituiscono l’appartamento locatogli

sono da custodirsi con la diligenza

del buon padre di famiglia”

.

Dunque arrivato a questo punto

senza sapere se mai sarò marito e padre

mi ritrovo a doverlo essere per contratto

nei confronti di un monolocale.

Metri quadri, pareti, caldaia da accudire

mensole da accarezzare, bollette da nutrire

così la burocrazia scavalca la biologia

il carovita, la vita.

Le cose non hanno sguardi di riprovazione

non puoi deluderle come le persone

nessun letto ti rinfaccia di essere disfatto

una tovaglia non addita le briciole

se il forno si rompe

non è contro di te.

Solo con le cose è possibile

un contratto perfetto

una firma sicura e leggibile

righe in piccolo che dicono:

“c’è sempre tempo per rimediare”.

 

@Andrea Accardi

Reloaded – riproposte natalizie #7 – Goliarda Sapienza x 2 (cinema e teatro)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

Lettera aperta 1970 1-bis

 

«… Io, che ho fallito il matrimonio per l’università, per salire su di una cattedra come te: il mio vero idolo, vera figura dell’intellettuale… Perché non mi hai mai detto che la mamma era stata partigiano? Forse ce l’ho fatta a diventare un uomo, che dici papà? Pensare che ci ho fatto pure tre anni di analisi per capirlo, con un cretino come te… la verità è che il talento di una donna si può buttare o bruciare perché rende più in casa in adorazione del tuo…» 

*

A quasi un mese dall’uscita dell’ultimo volume di inediti di Goliarda Sapienza, Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, da cui è tratta anche la citazione di Perfetto delitto che apre il post), e dopo un approfondito articolo di Fabio Michieli che riassume il senso della pubblicazione di questa nuova raccolta di scritti, si pone qui oggi l’accento sull’importanza e sull’influenza che anche il cinema ha avuto nell’Opera della scrittrice catanese, sperando di evidenziare alcuni punti d’interesse sinora mai toccati altrove, tentando infine una riappropriazione di alcune peculiarità autoriali necessarie a ‘tenere assieme’ tutto ciò che ella ha scritto.[1]
Il titolo proposto già connota due qualità di Sapienza mutuate dagli studi condotti secondo le due principali linee critiche, quelle di Monica Farnetti e Giovanna Providenti: “personaggia” porta con sé la straordinaria capacità d’invenzione nella scrittura che ha avuto il suo massimo con il romanzo L’arte della gioia attraverso la creazione della figura di Modesta, e anche il personalissimo stile scrittorio di Goliarda che ricalca i modi del parlato nella sintassi e nella lingua, basandosi in parte sull’utilizzo del dialetto siciliano. “Cinematografara” evidenzia invece l’inclinazione filmica presente e sottesa a tutto il corpus edito, la predisposizione all’inquadratura e all’avere una visione d’insieme della scena (testuale), un’attenzione all’immagine ma anche al sonoro, se si pensa a quanto asserito poco fa riguardo il linguaggio.
La complessa vicenda artistica di Sapienza (non solo come scrittrice) si completa perciò oggi, a poco più di diciotto anni dalla sua morte (avvenuta, lo ricordiamo, nel 1996), con ben tre testi per il teatro, tre per il cinema e un canovaccio teatrale in prosa che prende le fila dall’esperienza a Rebibbia ben narrata nei due romanzi-diario L’università di Rebibbia (Milano, Rizzoli, 1983) e Le certezze del dubbio (Catania, Pellicanolibri, 1987) entrambi riediti più di recente da Einaudi, casa editrice che ha pubblicato anche i Taccuini dell’autrice contenenti parte dell’esperienza carceraria.[2]

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Reloaded – riproposte natalizie #6 – PURGATORIO DANTESCO: IL PARADISO DEGLI INVIDIOSI

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

dante

Qualche mese fa avevo proposto una riflessione sulla prima cantica della Divina Commedia, nel solco di alcune suggestioni di Auerbach (per rileggerla, qui). Affrontavo in definitiva un problema centrale dell’Inferno, il contrasto tra ragioni umane e ragioni divine, cercando di mostrare come la dignità poetica dei personaggi finisca per sottrarli utopicamente alla dannazione eterna. In altre parole questi personaggi, per quanto dannati e perdenti, non possono che sembrare belli e vincenti agli occhi di noi lettori, proprio grazie alla poesia di Dante. Questo discorso vale molto meno nella seconda cantica, perché nel Purgatorio il divario tra le anime e Dio verrà presto o tardi colmato, e non esiste un’opposizione irriducibile tra dannazione e beatitudine, tra debolezza degli uomini e perfezione celeste. Il pellegrino stesso si stupisce per i canti soavi che accompagnano il transito da una cornice all’altra («Ahi quanto son diverse quelle foci/ da l’infernali! Ché quivi per canti/ s’entra, e là giù per lamenti feroci», cantoXII, vv.112-4). I profili umani risultano dunque molto più sfumati e chiaroscurali, com’è d’altra parte l’atmosfera prevalente di questa cantica. La rappresentazione di alcune anime rimane tuttavia potentissima, come nel caso di Pia de’ Tolomei, morta di morte violenta, da ricordare soprattutto per quel verso («Siena mi fé, disfecemi Maremma», canto V, v. 134) che sembra la più essenziale delle epigrafi. Nascita e morte, a rievocare pure qui nel Purgatorio il tempo troppo breve della vita umana.

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Reloaded – riproposte natalizie #5 – ALTRI DOVE E RITAGLI # 4 – AYSEL

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

spine

La delusione, l’insoddisfazione e la tristezza, questa mattina la fanno da padrone dentro e fuori Clementina. Potremmo definirla fantasma.
Fantasma vitale.
Si muove velocemente: capelli riavviati a casaccio, niente trucco, piega amara alle labbra.
Finito il suo lavoro, si prepara per uscire lasciando il resto da completare a chi ha più ore da fare.
Come sempre passa dall’entrata principale, dove solitamente incontra Aysel, una signora sulla cinquantina di nazionalità turca; lei che, nel corso delle ultime settimane, era riuscita con perseveranza e nonostante il suo tedesco incerto, a dirle di sé in brevi spezzoni mattutini inseriti tra i saluti di rito.
Le aveva raccontato dei suoi cinque figli rimarcando quel numero con il palmo della mano aperta e affannandosi, contando dito per dito, a precisarle con orgoglio di come già tre di loro stessero lavorando: uno in banca, pollice, uno in una grande catena di negozi, indice, e l’altro, dito medio, alla Ford.

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Reloaded – riproposte natalizie #4 – ADRIANO SPATOLA “L’OBLÒ”

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

oblo

Si è già detto in altre occasioni che il 2013 è stato un anno di grande pubblicazioni e ristampe. Se, per esempio, la Mondadori si è dedicata alla pubblicazione di importanti Oscar, come quello di Nanni Balestrini, case editrici più specialistiche hanno mostrato il mai cessato interesse per il romanzo sperimentale, e soprattutto per quegli atti del convegno di Palermo del 1963, che raccoglievano tutti gli interventi della neoavanguardia nell’ambito della narrativa: per l’Orma infatti è uscito Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Col senno di poi.
 A fianco, però, dell’interesse per il dibattito, cosa che ha sempre appassionato tutti gli ammiratori dell’ultima avanguardia storica del Novecento, va rilevata una mancanza di circolazione della letteratura primaria. Ancora introvabili restano i grandi classici della narrativa sperimentale di quegli anni. Vero è che Il giuoco dell’Oca di Sanguineti è rintracciabile, se pure con un po’ di sforzo. E vero è che, grazie, innanzitutto, alla casa editrice DeriveApprodi, anche i romanzi di Nanni Balestrini sono rimasti nel circuito. Pure l’opera di Corrado Costa può essere sfogliata, grazie soprattutto all’interesse di Marco Giovenale e Mariangela Guatteri, che, nell’ambito del gruppo GAMMM, e poi per la casa editrice Benway, hanno ristampato, e (prima, con estrema fatica) trascritto L’educazione sentimentale dello scrittore dell’autore sopraccitato, testo dedicato al “miglior mugnaio”, ovvero Adriano Spatola. È pur vero però che, al momento, a fronte di questi interessi, resta comunque molto difficile avere la possibilità di leggere testi comePartita di Antonio Porta, oppure, cosa di cui si parlerà in particolare in questa pagina L’Oblò di Adriano Spatola. Se “si ristampi” è il titolo della rubrica che abbiamo deciso di inaugurare, l’invito è tautologico: Adriano Spatola, L’Oblò, la cui unica edizione è del 1964 per le Comete Feltrinelli, si ristampi!

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Reloaded – riproposte natalizie #3 – L’ANGELO CHE È STATO

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

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Elegie duinesi di Rilke, inizio della Prima Elegia:[1]

Se pur gridassi, chi m’udrebbe dalle gerarchie
degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.

Nel suo Esserci («presenza», nella traduzione di Rella) l’Angelo è tremendo. Ognuno di loro lo è. Come ombre distanti, alte su di noi, a guardarci dall’orizzonte della bellezza. Ci spaventano, nel loro carico di mistero, ci fanno tremare.[2]
Riconducibile più al Satana della tradizione islamica, Iblīs,[3] che non alla figura di un custode che ci accompagni nel nostro cammino (com’è per l’Islam Jibrīl, il rivelatore, o il Gabriele cristiano, l’annunciatore),[4] l’Angelo di Rilke non si cura di noi. È una forza come dire straniera, che semplicemente sta, in assoluta trascendenza.[5]

Eppure c’è, sta appunto, nel suo fortissimo Dasein. Rispetto all’Angelo, siamo noi piuttosto aesserci debolmente, capaci di estraneità a noi stessi, proprio perché paradossalmente costretti in noi stessi, dispersi come sempre nell’attesa (Erwartung), di amore o di tempo finalmente realizzato.[6]
A noi resta un compito, il compito che fu essenziale per l’arte di Rilke e che sembra imporsi di nuovo ai nostri occhi, oggi: imparare a vedere, qui, nel mondo già interpretato (in der gedeuteten Welt).[7] Con coraggio, fuori dalla strada dell’abitudine. Vedere, certo, e saperlo anche dire, perché «tutto congiura a tacere di noi».[8] Con quali armi affrontare questo compito? Pietà di sguardo e misura di linguaggio – potremmo forse dire – in grado di rivolgersi sia al passato sia al futuro, affrontando in ogni caso, nell’una o nell’altra direzione, una tensione drammatica.
Compito dell’uomo, e della storia. Attraggono ancora, in questo senso, e a proposito di questa inevitabile tensione, le celebri parole di Benjamin riferite all’Angelus Novus di Klee:

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Reloaded – riproposte natalizie #2 – TUTTI I GIORNI NATALE – DI HEINRICH BÖLL

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Heinrich Böll scrisse il racconto Nicht nur zur Weihnachtszeit (tradotto in italiano con il titolo Tutti i giorni Natale) sessanta anni fa. Trenta anni fa l’ho letto per la prima volta e torno spesso a scorrerne le pagine, sempre spiazzata dalla attualità della sua satira, nella duplice dimensione pubblica e privata. Allora largo a zia Milla e alla sua strampalata famiglia, chissà che qualcuno non si riconosca e riconosca qualcuno.
Dal racconto riporto i primi due dei dodici capitoli e invito tutti a leggerne il seguito nel volume Racconti umoristici e satirici (Aus: Gesammelte Erzählungen von Heinrich Böll.© 1981 Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln; Die Schwarzen Schafe © 1983 Lamuv Verlag, Bornheim-Merten. Traduzione di Lea Ritter Santini; Qualcosa accadrà Diario della capitale sono tradotti da Marianello Marianelli; © 1964 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A., Milano) (Anna Maria Curci)

Tutti i giorni Natale
1

Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.
Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti alle orecchie dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio. Le muffe della decomposizione si sono annidate sotto la crosta spessa e dura del decoro, colonie di mortali parassiti che annunciano la fine dell’integrità di tutta una razza.
Oggi dobbiamo rimpiangere di non aver ascoltato la voce di nostro cugino Franz, che cominciò presto a farci notare le terribili conseguenze che avrebbe avuto un fatto “di per sé innocente”.
Un avvenimento in sé così irrilevante che la misura delle sue conseguenze ora ci spaventa; Franz ci aveva avvertiti in tempo. Purtroppo godeva di ben poca reputazione. Aveva scelto una professione che non era mai comparsa sino allora in tutta la nostra parentela e che non avrebbe nemmeno dovuto comparire: Franz fa il pugile. Melanconico già nella giovinezza, e di una devozione che venne sempre definita: “esagerato fervore” prese presto strade che diedero non poche preoccupazioni a mio zio Franz – uomo dal cuor d’oro. Quel figliolo aveva la passione di sottrarsi ai suoi doveri scolastici, in una misura che non può venir definita normale. Si incontrava con equivoci compagni in parchi fuori mano ed in folti cespugli di periferia. Là si esercitavano nelle dure regole dei pugni e delle lotte, senza mostrarsi per nulla preoccupati del fatto che il retaggio umanistico venisse così trascurato. Questi “duri” mostrarono ben presto i vizi della loro generazione, che ha già dimostrato nel frattempo di non valere nulla. Le eccitanti battaglie spirituali dei secoli passati non lì interessavano, occupati com’erano con le dubbie eccitazioni del proprio secolo. All’inizio mi sembrò che la devozione di Franz fosse in contrasto con questi regolari esercizi di attiva e passiva brutalità. Pure oggi comincio a capire qualcosa: dovrò tornarci sopra.

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Giovanni Raboni, Mattina di Natale

Giovanni Raboni

Mattina di Natale

Gli sguatteri del principe, amico dei miei amici,
escono di buonora nella piazza
già coperta di neve
battendo i denti per il freddo nei loro bianchi grembiali
e chiamano con grida e casseruole
gli sparuti passanti: un venditore
di castagne, un soldato, un suonatore
di cornamusa, due spazzacamini…
che s’infilino presto nell’umido portone
del palazzo e poi giù nelle cucine soffocanti – li aiutino a servire
nella piccola cappella indicibilmente profana
un’anatra arrosto sul pavimento.

 

© Giovanni Raboni (Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

Il vecchio e il calcio: omaggio a Zeman

zeman

.

Alla fine è successo. Qualcuno se lo aspettava, io fingevo di non pensarci. Ieri il Cagliari ha esonerato il suo allenatore, Zdenek Zeman. Pure se la matematica era impietosa (2 vittorie, 6 pareggi, 8 sconfitte) resta comunque in qualche modo un’enorme cazzata. Premessa: se pensate che tutto questo non c’entri con la poesia, non capite nulla, né di calcio né di poesia.

Da quando tifo Zeman esiste, ed è lì, taciturno e imperturbabile, con il suo 4-3-3 a ogni costo, gioco offensivo, squadra altissima, portiere costretto a giocare coi piedi come se fosse un libero, movimento continuo sulle fasce, pressing, diagonali, sovrapposizioni, inserimenti dal centrocampo, tridente d’attacco lievemente obliquo in modo che il mancino possa colpire (è con lui che Beppe Signori è diventato Beppe Signori).

Insomma, una meraviglia, un sogno, raramente applicabile alla realtà. Tanti gol fatti, una valanga presi (il Cagliari ultimamente segnava pure poco, ma non è colpa di Zeman se Ibarbo è una freccia coi piedi torti). Forse la cosa più triste è che nell’ultima partita ha snaturato il suo schema per un più prudente 4-4-2 (beccandosi comunque tre reti…), e proprio contro la Juventus, tifata da bambino, denunciata e odiata da professionista. La Juventus di Moggi e del doping, per capirci. Zeman che per fare correre in campo i giocatori come forsennati li allenava con sacchi di sabbia legati alle caviglie (e infatti a metà campionato, puntualmente, morivano).

L’ennesimo esonero, e forse è giusto così, i presidenti devono tutelarsi, i risultati contano, se una squadra non vince non vince, poi i tifosi brontolano, la gente mormora, la musica finisce, gli sponsor se ne vanno. E però Zeman resta per sempre un patrimonio del calcio e della letteratura. Per quel suo aspetto fisico da pescatore di Hemingway, magro e imbronciato, solcato dalle sigarette invece che dal sale. E per quella sua idea ostinata, utopica e velleitaria di gioco, e vallo a capire se si parla ancora di calcio. C’è una fine per tutto, e non è detto che sia sempre la retrocessione.

@Andrea Accardi

Reloaded – riproposte natalizie #1 – Intervista a Milo De Angelis e un inedito

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

Milo De Angelis, uno dei poeti più significativi della nostra epoca, parla della sua poesia con Francesco Filia e annuncia il suo prossimo libro di cui pubblichiamo l’inedito che lo concluderà.

1. “Ho cercato con forza in questi anni quel punto in cui sangue e pensiero sono un’unica cosa”. Questa affermazione contenuta nel tuo saggio Poesia e destino, mi sembra che esprima una questione centrale della tua poesia. In che senso pensiero e sangue e quindi teoria e vita sono per te un tutt’uno?

Ho sempre amato, nella parola poetica, la presenza di un pensiero capace di nutrirla e di scorrere insieme a lei. Ma deve essere un pensiero impregnato di vita, pulsazione, tremore, ferita, spaesamento, un pensiero inondato dal sangue. Non un’idea condotta passo dopo passo verso la sua meta, ma qualcosa che si spacca e si lacera, crea irruzione e imminenza. Un pensiero tragico dunque. Quello di Pavese o di Artaud, di Nietzsche o di Marina Cvetaeva, una potenza deduttiva che può incontrare sulla sua strada l’indeducibile e rimanere senza parole.

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Na-tale e quale, o forse no

Luigi Simonetta, Piazza S. Domenico

Luigi Simonetta, Piazza S. Domenico

Na-tale e quale, o forse no
.
Na-tanti voti di ogni bene espressi
in piedi, ai banconi, in fretta e furia
di sganciare gale e lustrini a norma
(mandria sedata recita il copione).
.
Na-tale e quale a tutti gli altri
o forse no, se non hai smesso di cercare il volto
dimesso e splendente, se ti volti ancora
al tocco leggero sulla spalla.
.
Na-scosto agli incalliti torcicollo,
non ha più boccoli, non ha pelle di rosa.
Le rughe schiudono un sorriso malmenato.
In silenzio, tendete le braccia.

.

Anna Maria Curci

Il testo è apparso in precedenza su Carte Sensibili, qui, nell’ambito dell’iniziativa ideata e promossa da Fernanda Ferraresso “Na-tale. Ma chi è, da dove viene e cosa vuole”.