Interviste credibili #16 Nicola Lagioia: La ferocia, i sogni, la scrittura

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Interviste credibili #16 Nicola Lagioia: La ferocia, i sogni, la scrittura

Appunti su La Ferocia (Einaudi, 2014)

È da poco uscito il nuovo romanzo di Nicola Lagioia La ferocia, e come mi accade spesso quando un libro mi colpisce particolarmente ho deciso di non recensirlo in maniera canonica, indicherò qui alcuni elementi guida del romanzo, metterò delle palline con dentro le parole ma poi il racconto del libro prenderà corpo mischiando le mie considerazioni alle risposte dell’autore. Pescando dal cestello le domande.

La Puglia, Bari soprattutto, ma anche la provincia, le statali, le provinciali, la vegetazione, gli odori buoni e cattivi, e sfondi di Roma, Avellino, Salerno. E numerosi altri sfondi che il lettore potrebbe facilmente immaginare esercitandosi in un gioco di sostituzione.

Una famiglia: ricca, borghese, potente. Un marito costruttore, una moglie colta, quattro figli. Sei persone tutte determinate e fragili. Tutte controllate e tutte pronte a esercitare il controllo.

Il gioco: potere, politica, appalti, imbrogli, soldi, cocaina, bellezza, sesso, corruzione, morte, ricatto, rovina, rinascita.

L’amore: Chiara e Michele, due dei quatto fratelli, legati dall’infanzia, morbosamente, carni quasi sovrapposte, inseparabili, anche da lontani, anche da perduti, da morti.

Il Sud: è sempre una faccenda di morte e bellezza, di cose a perdere, di modifiche senza cambiamento.

La ferocia: è una parola che comparirà più volte, quasi ossimorica in un sorriso feroce, silenziosa in un gesto, definitiva in uno sguardo, vendicativa quando somiglierà alla gioia.

Il ruolo degli animali: molti e di molte specie sono presenti nel racconto, sono metafora dei personaggi o lo sono del tempo? Stanno lì a significare un altro tipo di ferocia quella che è della natura, che è sopra il controllo, che viene prima dell’idea del controllo.

La tecnica e la prosa: Tutti gli elementi precedenti insieme a molti altri di cui parleremo con Nicola non avrebbero alcuna ragione di esistere se non fossero manovrati da una perfetta tecnica di scrittura, dalla volontà di salire di livello scegliendo spesso parole che non appartengono al linguaggio comune. La ferocia sarebbe molto meno bello se non fossimo colpiti da frasi, pagine, colme di una suprema e malinconica bellezza.

Nicola Lagioia - fonte railetteratura

Nicola Lagioia – fonte railetteratura

L’intervista

Ciao Nicola, comincio dall’incipit. Il primo pensiero (ma forse prima del pensiero, perché l’immagine è più veloce) che ho fatto dopo le prime pagine, è legato a due posti diversi: leggendo della ragazza che cammina nuda, sporca di sangue, sulla statale Taranto – Bari, di notte, ho visto la circumvallazione esterna di Napoli e una Highway americana, due cose che non c’entrano niente l’una con l’altra, l’elemento comune era Clara, che non sarebbe sopravvissuta comunque. Qual è l’elemento che accomuna (se esiste) la desolazione notturna da Sud Italia a un cupo e abbandonico scenario Nordamericano?

Nessuno, credo, a meno che non lo si voglia associare a un certo Sud gotico, infestato da fantasmi, che esiste anche in Nord America. La contea di Yoknapatawpha di William Faulkner, ad esempio (e in questo caso siamo nel Mississippi). La New Orelans di “Cuore selvaggio” di David Lynch., la Louisiana in “True Detective”. Il confine tra Stati Uniti e Messico di certi romanzi di Cormac McCarthy. Basta poi scendere quel confine, e si passa a Sud del continente americano. Abbiamo il Messico di Roberto Bolaño e Malcolm Lowry, o l’Argentina di Cortàzar e così via. Insomma, in un certo meridione è come se battesse un secondo cuore (un cuore oscuro, un cuore di tenebra) comune a tutti i Sud del mondo. Alcuni scrittori, poeti, registi, artisti (Artaud disperso in Messico strafatto di Peyote, Buñuel dalla Spagna al Messico) lavorano non per restituirne in maniera perfetta la forma (che è annidata nell’ombra) ma almeno quella forma cangiante che è il suo battito. Io sono uno di questi.

Ho letto in una bellissima intervista (la trovate Qui) rilasciata a Giuseppe Zucco su N.I. che la prima scena del libro in pratica l’hai sognata, o comunque l’hai visualizzata in un sogno, ed è successo mentre eri in vacanza al mare, dopo tu e tua moglie avete deciso di cambiare luogo di vacanza? Più seriamente volevo chiederti a cosa somiglia – a quale sensazione/ossessione – un’immagine che dal sogno rimane impressa per mesi dentro la testa?

Assomiglia a un fantasma che ti perseguita. Non senti il rumore di catene, non vedi strane ombre sui muri, ma è molto peggio, perché ce l’hai nella testa. Ti ossessiona, ti rende difficile proprio la giornata, e tu poco a poco gli prendi le misure, provi a dare al fantasma almeno un nome, una sembianza. È un processo che può durare dei mesi. Mesi di coabitazione con un inquilino che di te sa ogni cosa, mentre tu sai pochissimo di lui o di lei. Senti, dentro di te, che c’è qualcosa che non va fino a quando non gli avrai dato forma (non sarà mai una forma stabile, ma a tratti comprensibile, fotografabile sì, come si fotografano gli Ufo o il mostro di Lochness o il fantasma della nostra gemella morta a sedici anni che ritorna in sogno), fino a quando non avrai almeno provato a raccontare la sua storia. Ma per farlo, il fantasma dovrà essere almeno una volta (e almeno per un attimo) catturato dal tuo retino, come Lolita con Humbert Humbert. E sappiamo, alla fine della storia, quale destino avrà Humbert Humbert. Ma almeno ha fatto in tempo a darci quelle magnifiche descrizioni di Lolita mentre gioca a tennis.

La Puglia che torna nei tuoi romanzi, o meglio una Puglia che non se ne va, perché? Eppure (ed è una delle cose che più mi sono piaciute del libro) la storia di Michele e Clara e della loro famiglia, o comunque il tipo di storia, avrebbe potuto essere raccontata partendo da molti altri luoghi, è così?

Può darsi. Sì, probabilmente avrebbe potuto essere raccontata in altri luoghi, ma allora la si sarebbe dovuta mettere in una luce un po’ diversa per produrre lo stesso effetto. Se vuoi ottenere lo stesso effetto di Proust a Positano anziché a Combray, dovrai cambiare qualcosa perché il genius loci agisce sulla tensione emotiva che si respira nella pagina, e anche sull’umore e sulle inclinazioni (ancor più se estemporanee) dei personaggi. Ma lo stesso vale se vuoi ottenere a Parigi l’effetto che La Capria ottiene in “Ferito a morte” a Napoli.

Parliamo di controllo. I componenti della famiglia Salvemini subiscono tutti una forma di controllo, che spesso diventa ricatto, da parte di Vittorio, il capofamiglia, ma tutti a loro volta, nel tempo, nelle varie fasi di sviluppo della storia, ne esercitano una forma. Lo eserciterà Chiara, lo eserciterà Michele, nel suo piccolo lo farà Gioia, lo farà Ruggero ribaltando dove può il controllo del padre. La ferocia sta forse anche in questo non sapersi sottrarre?

Sì, credo che la tua analisi sia giusta. Certe volte è difficile sottrarsi alle forme di dominio che gli altri cercano di esercitare su di noi. Utilizzando i legami di sangue, il sesso, il potere, il ricatto… l’importante è avere gli altri in proprio potere. Questo è insito nell’uomo, è  una dinamica a cui sia il catturando che il catturato non riescono spesso a sottrarsi, ma è una dinamica rovinosa per entrambi. L’uomo predatore è triste e sventurato almeno quanto la preda. Tanto è vero che, quando finalmente, per miracolo, ogni tanto, questi legami malati vengono recisi, torna a stare molto meglio persino chi quel dominio ha cercato di esercitarlo. Essere liberi è la nostra felicità. Essere schiavi – persino della propria ansia di dominio – è invece la nostra condanna.

(pausa tecnica) Quanta fatica bisogna fare affinché un romanzo di circa quattrocento pagine tenga fino alla fine. Tenga come struttura, tenga come invenzione, tenga come lingua, tenga come ritmo. È più lavoro o più sfida? Ed è più bello restarci dentro o guardarlo dopo, a lavoro finito?

Ci vuole moltissima fatica. Almeno per me. Ho lavorato per quattro anni a questo libro, senza fare quasi mai pause, tranne nelle due settimane in cui mi sono sposato (in Grecia, al mare, lontano da tutto, prendendo in ostaggio una trentina di amici, costringendoli a festeggiare per più di dieci giorni). Ma a parte questa tappa fondamentale, in questi anni ho scritto “La ferocia”. E mentre dormivo o mangiavo, pensavo ossessivamente al romanzo, senza pace. Quindi mi verrebbe da dire che è più bello guardare il lavoro finito. Ma starci dentro, col senno del poi, era magnifico. Avevo proprio la sensazione concreta, potente, febbrile, di essere alle prese con qualcosa di più grande di me. Era fantastico, fantastico.

(pausa fashion – angolo inutile) Ti danno fastidio frasi cose come “Libro necessario” “Libro definitivo” “Il grande romanzo…” “Libro fondamentale”? A me pare che ultimamente siano abusate, nel senso che non si vede l’ora di usarle, dimenticandone altre, forse più importanti, come “Libro bello”.

La verità, non me ne importa niente. A me interessa che si parli bene dei miei libri perché così magari se ne vende qualcuno in più, il libro dopo un anno dall’uscita va bene (fino ad ora con me non c’è stato editore che ci abbia perso un centesimo, anzi, ci hanno tutti moderatamente guadagnato, di questo ne faccio un punto d’onore) e io posso scrivere il prossimo con più calma. A me interessa solo scrivere romanzi. Ma per farlo come dico io (se il tempo impiegato è una risorsa, i miei romanzi sono l’equivalente di una produzione cinematografica ad alto budget) devo vendere abbastanza bene il precedente. Mi interessa scrivere, poi i lettori e i critici sono liberi di dire quello che vogliono. Non passa giorno che non mi definiscono un autore di “romanzi grandiosi” o di “grandi bluff”. Sarei alternativamente uno scrittore importante o un impostore. Mi colpisce il fatto di suscitare reazioni così forti. Ma le traduco sempre in termini utilitaristici. Serviranno (persino le stroncature) a scrivere il mio prossimo libro in santa pace? Penso solo a questo. A tutto ciò che mi rende più difficile o più facile affrontare il prossimo libro.

(pausa omaggio) A un certo punto della narrazione riguardo a  Gioia (la più piccola dei fratelli Salvemini) si dice: “Le mancava chiunque”. È un omaggio a DFW?

Non sei il primo che mi fa notare questa cosa. Non ci avevo pensato. Mi fa piacere averlo fatto anche preterintenzionalmente. Più che ai suoi libri, sono molto affezionato a ciò che DFW ha rappresentato per l’editoria italiana. Ricordo la maratona organizzata da Fandango per il reading completo di “Infinite Jest”. Collaboro da anni con la casa editrice di alcuni libri di DFW, c’è una foto in cui uno dei due editori di questa casa editrice, minimum fax (e in quel caso specifico, Marco Cassini) e DFW si scambiano la bandana dietro un diner negli Stati Uniti. Mi fermo qui altrimenti mi viene un po’ di magone.

Clara e Michele, sono due personaggi splendidi. Michele lo trovo anche più interessante di Clara, ma in realtà sono una cosa sola, a volte sovrapposti, al di là dell’ipotetico incesto mancato. Questo amore tra i due fratelli, questa distanza messa tra loro, questo ostinato mancarsi e non cercarsi mai davvero è il motore, è ciò che muove la storia. Dove finisce Clara comincia Michele, in modo in cui lei ha vissuto nasce da quel distacco, distacco che si ricompone alla sua morte, e lì nell’assenza di Clara (assenza più acuta presenza – scriveva Bertolucci) che Michele agisce, spinto da qualcosa che è oltre i normali legami. È più o meno così? Come hai cominciato a costruirli? Da dove arriva Michele?

Michele è un idiota dostoevskjiano. È parente del Benji de “L’urlo e il furore”, e anche un po’ anche di Amleto. È  lunare, storto, ma la sua fragilità lo mette in contatto con l’Altro. Ha qualcosa a che fare anche con i vari Nick Drake, con i Syd Barrett… È capace, soprattutto, di entrare in comunicazione profonda con le persone che ama. Quella comunicazione profonda che poi diventa pericolosa, perché a toccare il sublime ci si brucia, ci si fa male, ci si distrugge e si rischia di distruggere. Quando due persone sono disposte a entrare tra di loro in una comunicazione così profonda, stai sicuro che stai per avere una grande storia da raccontare, ma anche che qualcuno si farà male. Michele è anche un detective, un indagatore dell’incubo. Solo che, al posto della ragione come strumento d’indagine, ha la “luccicanza”. Io ho rischiato di essere un bambino idiota, e a quella parte lì ho cercato di attingere per formare il nucleo irriducibile di Michele. Che ovviamente contiene anche altro.

“Una musica che risaliva le gravine, entrava nei paesi e raccoglieva il dolore di ogni singolo per disperderlo di nuovo tra le rocce e gli uliveti, simile alle ceneri delle generazioni morte, in modo che su ognuno gravasse la stessa pace. In questo l’infelicità del Sud, il suo intoccato privilegio.” (pag. 65)

Torniamo al Sud per un attimo, è come ho scritto nell’introduzione: bellezza e morte? Un’attesa che mai si compie?

 Attesa, morte, un’attesa che mai si compie. Sì, è vero. Ma anche resurrezione. Si risorge di solito a Sud, appena fuori le mura di Gerusalemme, e prima ancora a Eleusi.

La risata feroce di Michele, la gioia feroce di Ruggero, sono solo due dei momenti in cui compare la parola del titolo, cos’è oltre all’ossimoro?

Due animali lottano tra loro. Stanno giocando. Oppure stanno per sbranarsi. Oppure si stanno accoppiando.

“Poi i pivieri arrivarono sulle saline. Piegando verso destra, mentre le penne grigio oro brillavano al sole, molti di loro cominciarono a perder quota. Scendevano e risalivano, in modo che la grande mano nera tornasse se stessa attimi prima di non essere più niente. Era la zona dei piccoli stagni e dei canali di acqua salmastra. Una spettacolare successione di vasche ne faceva territorio di bellezza suprema. Per gli uccelli migratori erano piccole oasi, l’equivalente dei porti intermedi dove sostavano le flotte impegnate nei viaggi tra continenti. Qui i pivieri bevevano. Si rifocillavano. Si mescolavano con le alzavole, i beccaccini, i delicati fenicotteri rosa impegnati nelle stesse operazioni. Poi riprendevano il volo.” (pag. 317)

Gli animali, soprattutto piccoli. Gli insetti, gli uccelli, sono l’accompagnamento alla storia, una sorta di colonna sonora viva. Sono più metafora dei personaggi o del tempo?

No, sono proprio gli animali. Noi siamo animali. Se siamo un mistero a noi stessi, figuriamoci cosa dev’essere per noi il mistero dei gatti, delle mucche, delle mosche e degli scarafaggi. Come sente il mondo uno scarafaggio? Ce l’ho tra le dita, lo potrei schiacciare, è in mio dominio, il piccolo scarafaggio, e al tempo stesso non ho idea come questa creatura formatasi milioni di anni fa percepisca la luce, il vento, la luna. Non siamo soli sulla terra, e il mondo che percepiamo è solo una parte della realtà. Il realismo non esaurisce la realtà, e di questo gli animali credo siano i testimoni più squillanti e ineludibili.

La scrittura. Questa storia non reggerebbe se non fosse sostenuta dalla scrittura. Tu hai scelto un linguaggio non sempre comune, una tecnica di racconto che tiene il presente e il passato, costantemente, dentro la stessa pagina, la stessa frase. Non semplici flashback, ma un binario solo, era l’unico modo di mantenere – ad esempio- chi è morta come Clara, in vita? Il ricordo doveva svolgersi al tempo presente? Il passato e il presente non potevano rimanere separati, come Clara e Michele?

 Io vengo davvero da una vecchia scuola. Mi ci sono scontrato, rotto la testa, l’ho studiata, e infine amata abbastanza da avere qualcosa in cambio. Uno dei rappresentanti di questa scuola è TS Eliot, quando nei “Quattro quartetti” attacca con:

Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable”.

 

“Tempo presente e tempo passato
forse sono presenti entrambi
nel tempo futuro, e il tempo futuro
è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo
è eternamente presente
tutto il tempo è irredimibile”.

Molto difficile dirla meglio di così.

Cosa pensi quando (ed è capitato spesso) si scrivono cose come “La ferocia è un romanzo difficile” “un romanzo letterario”?

Ho iniziato a provare pietà. Se “La ferocia” è difficile, cosa succede quando prendono in mano “Sotto il vulcano”, o “Il processo”, o “I fratelli Karamazov”, o anche soltanto “Herzog”? “Romanzo letterario” è un orrendo neologismo usato dagli addetti ai lavori per dire che, non essendo un romanzo di Francesco Totti o Lady Gaga, sarà più difficile venderlo.

Sfatiamo una leggenda: esiste un posto dove si possa bere un caffè decente a Roma?

Probabilmente sì, ma io non lo frequento.

***

Intervista di Gianni Montieri. Grazie a Nicola Lagioia

2 comments

  1. Non senza commozione trovo in questa bella intervista, che invoglia senz’altro ad approfondire con la lettura del romanzo i temi affrontati qui, la citazione dei versi di T.S. Eliot che P.D. James scelse come esergo del suo romanzo “The Murder Room”.

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