Giorno: 24 novembre 2014

Diario del Torino Film Festival #1

TFF2014

DIARIO DEL TORINO FILM FESTIVAL #1

LA SORPRESA IT FOLLOWS, LA DELUSIONE THE BABADOOK E LA STANDING OVATION PER L’ITALIANO N-CAPACE

di Nicolò Barison

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È stato un inizio di festival molto intenso, ricco di spunti e di film interessanti. Sale gremite, code infinite alle biglietterie, volantini del programma del Festival a tutti gli angoli delle strade, poster promozionali che tappezzano Torino, una grande festa per la città, come tutti gli anni. Il programma questo primo fine settimana è stato molto ricco e i film da vedere tantissimi, per cui l’organizzazione delle varie visioni è stata indispensabile.
Ma veniamo ora ai film. Per quanto riguarda il Concorso, il capolavoro che non ti aspetti è sicuramente il bellissimo e italianissimo N-Capace di Eleonora Danco. Una donna, che si fa chiamare ‘Anima in pena’, viaggia tra Terracina e Roma, spesso in pigiama, altre volte vestita di bianco, molte volte seduta su un letto, intervista giovani, vecchi, uomini, donne, ponendo loro domande sulla vita, la morte, il sesso, la scuola, la politica, la religione. Le riposte che le vengono fornite sono davvero commoventi e danno vita ad un bizzarro esperimento che fa da anello di congiunzione fra il grottesco e una lucida e spietata analisi della “spaesata” società in cui viviamo.
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Si ristampi #5 – Giancarlo Marmori: Lo sproloquio (di Riccardo De Gennaro)

lo sproloquio

Si ristampi #5 – Giancarlo Marmori: Lo sproloquio (di Riccardo De Gennaro)

Tra gli scrittori italiani dimenticati Giancarlo Marmori è uno dei più dimenticati. Qualcuno, forse, lo ricorda come corrispondente da Parigi per le pagine culturali dell’Espresso, altri potrebbero imbattersi in lui leggendo “Le leggi dell’ospitalità” del suo amico Pierre Klossowski di cui fu traduttore, ma pochissimi sanno che scrisse uno dei migliori romanzi sperimentali italiani, “Lo sproloquio”, pubblicato dapprima in Francia (“La parlerie”, Edition de Seuil, 1962) e soltanto l’anno dopo in Italia (Feltrinelli, ottobre 1963). I critici dell’epoca parlarono di questo testo come di un altro “Aspettando Godot” e la Nouvelle Revue Française colse nel romanzo “una metafisica della quotidianità che ricorda quella di Beckett e Ionesco”.

   “Lo sproloquio” è il racconto del vagabondaggio notturno di due singolari personaggi di cui sappiamo e sapremo poco fino alla fine. Il primo si chiama semplicemente Max ed è un poeta che vorrebbe pubblicare i suoi diari; il secondo, battezzato più enigmaticamente Paradiso, è un giramondo senza arte né parte, che vorrebbe pubblicarglieli. Oltre ad assomigliare a Vladimiro ed Estragone, Max e Paradiso potrebbero essere la versione novecentesca, priva di certezze, di Bouvard e Pécuchet, ma fanno pensare anche a Faust e Mefistofele. I due camminano, conversando tra loro, per le vie di una città che probabilmente è Parigi, sebbene non se ne abbia prova. Nel loro girovagare di una sola notte non incontrano nessuno, ad eccezione di alcune mute ed oniriche comparse, un omino piccolo e calvo che si toglie e si rimette il cappello, una ragazzina dalle trecce grigie nel suo pigiama… A dominare la scena sono la neve, che cade fitta dal primo all’ultimo momento, e un’infinità di gabbiani sempre più aggressivi. È Paradiso che guida la coppia, ma lo fa con estrema leggerezza, mai con autorità: “Libri, libri – dice – non lo vedi che ormai sono di carta anch’io?”.  Non hanno una mèta, ma ad un certo punto se ne danno una: raggiungere la biblioteca di Paradiso, che ha promesso a Max di regalargli l’edizione berlinese di un libro che nel titolo contiene la parola “Andenken”, memoria. Ma Paradiso, che per imprecisati motivi è abituato a cambiare spesso residenza, stenta a ritrovare casa: “Per ogni pagina della mia vita, per ogni luogo, avevo una memoria infallibile”, si rammarica. Andenken.

Quando s’intravedono i primi bagliori dell’alba, i due giungono finalmente a destinazione. La casa di Paradiso, situata in riva al fiume, è sventrata, i libri della sua biblioteca, che si trova all’ultimo piano, hanno perso ogni traccia di costa e di copertina. E Paradiso non riesce a trovare il volume che voleva regalare a Max. Impegnato a cercare i suoi occhiali dimenticati tra le pagine di qualche libro, ora non ne ricorda neppure il titolo. Il dialogo tra i due strani personaggi continua ad essere ondivago, talvolta è fitto, talaltra rarefatto, ma non porta mai a una conclusione. La neve entra da uno squarcio nel tetto, i gabbiani svolazzano come pipistrelli sulle loro teste e fa maledettamente freddo. Paradiso afferra Max per le ascelle e lo conduce al piano terra, poi alla propria barca, ormeggiata sul fiume. Tra poco sarà giorno. I due amici proseguono il loro viaggio sull’acqua. Onde alte, neve, nebbia. Il fiume non è la Senna, ma ricorda lo Stige. Al termine ultimo della notte, Max vi si tuffa come un delfino, Paradiso lo arpiona e riporta il corpo a bordo. Lo chiamerà invano, mentre a lui “morire è praticamente impossibile”.

   Nei libri successivi lo stile di Marmori si fa più estetizzante. “Storia di Vous” è un romanzo erotico che si rifà a Bataille e allo stesso Klossowski, “La Venere di Milo” un romanzo storico-immaginifico ambientato nella prima metà dell’Ottocento ai tempi della guerra tra i greci e i turchi, “Gabriele” il romanzo incompiuto dedicato alla vita dell’amato Dante Gabriel Rossetti. Testimoniata dai saggi contenuti in “Le vergini funeste”, dalla monografia su Tamara de Lempicka, nonché dall’antologia di scritti sull’arte “La bellezza è difficile”, la passione di Marmori per i preraffaelliti, l’art nouveau, il simbolismo e, in particolare, per d’Annunzio (quando andò a vivere a Parigi riempì una valigia con le opere del poeta) lo portò a una sorta di emarginazione. C’era chi lo considerava un esteta reazionario con sensibilità e modi d’inizio Novecento. Al contrario, Marmori fu un intellettuale di grandissima cultura, testimone di tutti i movimenti e le avanguardie artistiche e letterarie che si succedettero a Parigi tra gli anni Cinquanta e i primissimi anni Ottanta. Conquistato più dalla Bellezza che dall’Ideologia, non si curò di chi lo accusava di mancanza d’impegno politico (dopo “Lo sproloquio” si allontanò dal Gruppo 63, dov’era stato trascinato da Feltrinelli, ma di cui non condivideva gli orientamenti teorici).

   Sandro Viola, con cui ogni giorno si dava appuntamento al Café Flore, dove Marmori arrivava con il suo inseparabile “trench” color latte, gli riconobbe “una solidità intellettuale che nel giornalismo italiano ho poi ritrovato, in quasi quarant’anni, non più di due o tre volte ancora”. Italo Calvino – in occasione della sua morte, avvenuta nel febbraio 1982 ­– scrisse su Repubblica: “Sul piano dell’immaginazione, niente per lui era abbastanza audace”. Alto, dinoccolato, quasi filiforme come una scultura di Giacometti, lo scrittore – che era nato a La Spezia nel 1926 – è diventato invisibile. Nessuno dei suoi libri è stato più ristampato. È lui l’uomo di carta.

© Riccardo De Gennaro