Giorno: 31 ottobre 2014

Come una lettera (inedito)

di Luciano Mazziotta

foto ps

non est extrinsecus malum nostrum: intra nos est, in visceribus ipsis sedet.

(Seneca)

 

 

Quando scrivi “rinunciavamo”
è chiaro, caro, che altro che
di rinunciare parli e chiara
è la distanza tra il te di ora
…………………………………..e il te di allora.
Ma questo scacco, questo balzo,
il metro di chi vuole avere cura
nel futuro del presente e la rinuncia
del passato la tratta con pietà
io non lo capisco, non ce la faccio,
Gianni.
…………Non era la rinuncia, quella,
la forma, sola, dello stare al mondo
per stare al mondo e basta?
Non era la rinuncia
una sopravvivenza? Perché mai
dovremmo adesso ripudiarla
con la maturità?

Firmiamo la resa senza pietà.

Senza suicidio, certo,
ma senza compassione:
il morto dal superstite si aspetta
che muoia anche lui presto e non racconti
com’è che sono morti
gli altri. Se c’è da morire morire
si deve, non puoi opporti, Gianni,
non posso io e se anche lo potessi
non vorrei.
……………..Qui c’è la nebbia, c’è
da adeguarsi alla fine
continuando a rinunciare, Gianni,
al bene non meno che al male:

io ho già dimenticato i compleanni.

La gentilezza di Jucci

Franco-Buffoni

La gentilezza, soprattutto. Questo è il pensiero che viene d’acchito dalla lettura di Jucci, l’ultima raccolta di Franco Buffoni, da poco uscita per Lo Specchio Mondadori.
Gentilezza, il risultato della grazia, qualcosa di grande e compiuto, il frutto di un’azione delicata e sofferta che la memoria dell’autore ha voluto e dovuto svolgere.
Si respira un’aria potentemente intima nel corso di queste pagine, un’aria che circola come in una sola grande stanza dove scintilla al centro una figura, Jucci, il cui nome tuttavia è esplicitato soltanto tre volte (in Controluce, in La lunga nota medievale, in Sapessi, tiglio). «Sono stato molto in dubbio / Prima di chiamarti per nome in poesia», scrive l’autore; meglio allora servirsi di appellativi, i diversi modi, dolci e aspri insieme, di dipingerne la figura (“usignolo in trappola”; “funambola”, che significativamente il poeta le attribuisce due volte; “stratosferica sfinge”; “gattino rannicchiato freddo”).
È la storia di un decennio: con Jucci gli studi, le scoperte a portata di mano, il futuro da disegnare. Lei, donna “sensibilissima e sapiente”, gli è stata fedele compagna di viaggio nell’amore controverso dei vent’anni. Ma nel cuore di quella controversia ecco i segni di un indirizzo diverso: l’omosessualità pronta a pronunciarsi con tormento, l’evoluzione personale, un profilo che si fa strada, il Buffoni di dopo, Buffoni ora.
Un libro di viaggio, dunque, che piegandosi nel passato apre proprio lì un suo risvolto futuro. “Questa è la storia di due persone che, pur amandosi, si sono dilaniate”, scrive l’autore nelle note conclusive. Il nodo di quest’opera, “indignazione-sgomento-pietà”, «Da quella infermeria dell’anima» dove la poesia è scatto e ferita, si risolve attraverso gli strumenti della dolcezza per consegnarsi infine al lettore con sintesi di voce universale, voce appunto gentile. (altro…)