Giorno: 30 ottobre 2014

Cartografie di Viola Amarelli

cartografie viola

Una voce tremenda e terribile. Certe volte si scorda, ma poi arriva improvvisa. Prova a rimpicciolirsi, rifugiarsi in un angolo, via. Non funziona, la colpa è la sua. Disattento combina guai.

Cartografie di Viola Amarelli, Zona contemporanea, 2013, è un libro enigmatico e affascinante,composto da più sequenze di prose che, attraverso un processo di messe a fuoco e zoom, di distanziamenti e depistaggi, di dialoghi e monologhi, di personaggi che si delineano per squarci di luce, o per chiaroscuri sulla pagina, mette in atto una serie di mappe della solitudine, o meglio per solitari, come l’autrice stessa dichiara nel (post scripta) del libro. E tutto il libro risulta essere uno sguardo al tempo stesso spietato, ironico e partecipe della condizione umana, di quel legno storto che è l’uomo. Questa appare essere l’idea di fondo che è alla base del libro e della intera scrittura della Amarelli, un’antropologia negativa, il rifiuto dell’ottimismo umano e sociale. Questa presa di coscienza, che nell’autrice sembra definitiva, permette uno sguardo libero e disincantato e le permette anche di cogliere gli aspetti meno appariscenti della condizione umana, i recessi più nascosti, i bizzarri umori di una varia umanità, senza mai cadere nell’intimismo della confessione ma mantenendo uno sguardo asciutto, distaccato, come se le visioni di questo libro scorressero su una lastra lucida, su uno specchio che le riflette nella nostra coscienza, come momenti di un divenire eterno dal quale l’occhio dello scrittore si può elevare con sovrano distacco. Come chi ha attraversato il dolore e la disperazione della vita e ne è uscito immunizzato, non che il dolore non esista più, ma è reso per ciò che è, accidente transitorio che non può scalfire l’inviolabilità del sé, di ciò che permane. La conquista di questa imperturbabilità è presente in molti personaggi del libro, come in (da dove), capitolo cardine del libro, dove la catabasi del protagonista, divenuto barbone, è al tempo stesso una via di liberazione, un raggiungere il grado zero dell’esistenza, in cui le finzioni quotidiane sono messe a nudo, mostrate come tali definitivamente e viste nel loro carattere illusorio e transeunte.

Il lutto, la depressione, stronzate, era già stanco, e stare da solo, in fondo ama anche sopra, era un tale sollievo. Tagliare, fermarsi a quello che conta. Dormire, mangiare, guardare. Fissarsi sui fondamentali.

La lingua, affilata e spietata, limpida nel suo dettato, ma anche ironica e, al tempo stesso, con squarci di comprensione e pietà, è essa stessa un momento di conoscenza. La parola per Viola Amarelli è uno strumento di precisione, una lente microscopica, una sonda di profondità che scandaglia ciò che a uno sguardo distratto non può essere percepito. Lo stesso ritmo del dettato – a volte incalzante, a volte invece elusivo, come se le situazione emergessero da uno sfondo immemorabile che permette di definirle solo per scorci e illuminazioni momentanee, frammenti, alcuni dei quali cadenzati con allitterazioni, consonanze, fitta punteggiatura e richiami fonici – è funzionale al momento gnoseologico e al suo fine etico, il distacco. Il mondo deve essere percepito, la vita deve essere detta, perché solo attraversandoli è possibile staccarsene, perché se così non fosse si rimarrebbe legati al samsara, alla ruota della vita, come mostra il frammento (sete), e quindi al dolore che offusca la mente. La pietas per l’autrice è nel dire sino in fondo ciò che va detto, nel cogliere le miserie umane per quel che sono. La scrittura serve a liberarsene definitivamente attraverso un moto della mente, una frase, di solito posta alla fine del capitolo, che illumina a ritroso l’intero frammento, che squarcia la chiacchiera inautentica dell’esistenza, che mostra il volto autentico e terribile della vita, con ironia sottile, senza disperazione però, perché è un lusso che chi scrive non può permettersi.

Come se morire non fosse lo stesso una pulsione. Ecco, il punto è questo, immagino, ma è inutile dirlo. Liberarsi. Se no, pervicace, sgusci in qualcosa d’altro, e neanche sai perché. Ammesso ci sia, un motivo, un motore. Liberarsi. Lacché. E padroni. Chiudi gli occhi. La prossima volta li evito entrambi. Almeno ci provo.

© Francesco Filia

Viola Amarelli, Cartografie. Nota di Anna Maria Curci 27/09/2013