Le peregrinazioni angolari di Roberta Durante

di Luca Pasello

Balena

Trasumanar significar per verba non si poria
Se l’atto di nominazione conti qualcosa (e con esso l’omonimia, suo fecondo bug), si può facilmente esperire circuitando per via di suono brand secolari e nomi dell’oggi.
Capita così di sorprendere Durante (!) di Alighiero degli Alighieri nell’atto di affacciare all’aurora della letteratura romanza formidabili sintesi sul dramma della parola.
Forte del proprio (n)omen, Durante Roberta raccoglie l’ingombro immane di quell’eredità problematica mutandone il luogo, dall’esterno/supero – dimensione “ovviamente” indicibile – sin dentro all’abisso stesso dell’io: un terreno ed interiore tragitto, singolarmente declinato in semiotica dell’esistenza e appunto, specularmente, in “dramma semiotico”.
Ciò avviene su più livelli – meglio, per coabitazione complanare di figure e concetti originati da differenti sfere semantiche.
Il primo livello, metafisico lato sensu, assolve al compito supplementare di cemento espressivo ed emotivo, o di leva lirica, insomma: fato, tempo, vita/morte, nulla, presenza/assenza, sostanza, anima compongono passaggi che un pathos intensifica (…ma qui l’assenza è assente | quasi non si comprende | non c’è mente che la colga | non c’è voce che dia voce | a ciò che qui non c’è e si sente [14]; …la mia presenza è un grido di sostanza | che senti solo tu di me distratta [25]).
Un grado sotto, nella sistematica per brevia di Balena, si sta dentro la psiche in andirivieni tra la propriocezione e quel suo stadio più evoluto che è il problema gnoseologico (cresciuto il frutto dopo manca poco | matura in un colore che dà il simbolo | eppure non conosce sé che è il diavolo | nasconde nel suo seme un gran veleno… [6]; …ed io lo sento | non è la percezione non è il tatto | mentre lo penso tocco la ma testa | mentre se parlo fugge la mia messa [28]).
Ma se la metafisica del primo ambito, sia per virtù propria sia per la sua resa emozionata, è funzione connettiva sul versante del contenuto, identica funzione svolge la scala di articolazione dei significanti (all’altro vertice del triangolo semiotico, si direbbe), che sin da subito è proposta quale prospettiva dominante: il suono suona sempre sé | non mente ciò che sente è ciò che è | e semina dispersa la parola | germoglia bene sola la pronuncia | e cresce ciò che dopo emana il seme: | sembra vero ma sotto la lettera è il nulla che luccica (si noti: Balena è paronimia). Il dramma del dire non deriva dunque tanto da un’insufficienza del linguaggio (l’indicibile trasumanar – che si tratti di Pinocchio nello studio del dott. Geppetto, tanto per citare il più esplicito degli ipotesti di Balena?), quanto dalla radicale assunzione della prospettiva semiotica: qui domina non evocato il Charles Sanders Peirce della semiosi illimitata, dove tutto è segno di un segno di un segno… Graduare, dunque, a climax lo statuto del significante da suono a testo, attraverso voce, urlo, lamento, accenti, canto, parola, simbolo è impresa che spossa ed è vana, altro non essendo che un ponte gettato sul nulla, alfa e omega di quella gradazione, conato d’essere che abortisce in “essere segno”. Omega, appunto: siamo forse prigionieri di un qualche ventre oscuro?
Così sembrerebbe, a considerare l’apparente ciclicità del libro. Balena, infatti, si compone di 36 stanze capfinidas e la serie è aperta e chiusa dalla medesima parola. Illusione ottica: il libro non è circolare.
Capita sempre più spesso, du côté de chez Prufrock Spa, che i testi spicchino per una particolare cura della costruzione. Durante, buona ultima, forza l’antico dispositivo provenzale usando i termini in capfinidura (e le parole-rima in generale – per non dire di sinestesie e paronomasie) come punti di snodo per rimandi intertestuali plurimi, sia interni al libro, sia ad esso esterni.
Tra i primi, un esempio per tutti: se adesso non c’è più nulla | basta la voce in gola che brilla [10] richiama [2], sembra vero ma sotto la lettera è il nulla che luccica, ma così collegando il nulla e il suo niente a suono, parola, pronuncia, che tramano la sestina accoppiata a distanza. Quanto ai rinvii allotestuali, così scoperti (l’Alfieri autobiografico dei veraci detti; quel Pinocchio tanto sbalzato; non darci la parola, che è Montale à rebours), sono chiavi ma più ancora, crediamo, riuscitissimi trompe-l’oeil, specchi(etti) poco veraci, ché il gioco è più complesso.
E dunque non cerchio o sfera, non cane che si morde la coda (e pure senza morderla continuerà imperterrito a girare [27]: altro sviamento niente male, da falsa mise en abyme), ma il modello spaziale che sovrintende alla costruzione di Balena sarà piuttosto un cubo troncato, poliedro a 36 spigoli (trentasei!) ogni vertice del quale è nodo e trivio e dove le connessioni si danno per salti.
A queste condizioni, la semiosi illimitata può non essere una trappola per burattini, il nulla non essere morte: un rimando circolare è invito a rileggere, a rileggere, a rileggere e ad ogni giro si devia alla Borges (“Quando ti trovi davanti a un bivio, imboccalo”).
Resta che ogni lettura sia favola/fabula [20] sofferta (lo sviluppo planare del poliedro profila una crux desperationis): è il pregio maggiore del libro, la resa soggettivizzata di temi tanto astratti, questa vitalizzazione del burattino/materia. Al lettore il godimento d’esplorarla.