Giorno: 24 ottobre 2014

“andare a settanta su questa statale” (Inedito)

di Luciano Mazziotta 

emilia

andare a settanta su questa statale
è come quell’incubo che ti insegue una bestia
e non riesci ad urlare e c’ho sonno
il caffè non mi sveglia e c’ho sonno
gliel’ho detto così tante volte
alla cinese che il caffè che fa lei non mi sveglia
che prima o poi mi dirà
qui non si serve caffè
ma il problema non è la miscela
le ho detto il problema è nell’atto
se mette prima il piattino sopra il bancone
poi posa la tazza e solo alla fine
il cucchiaino il caffè non mi sveglia
le ho detto che prima dovrebbe
disporre il piattino e sopra il piattino
il cucchiaino e solo alla fine
la tazza con il caffè ché a me
non è che mi svegli il caffè di per sé
a me sveglia il ting del cucchiaino
sopra il piattino quel ting solo quel ting
mi riesce a svegliare così
è come se da quando sto qui
non mi fossi mai alzato dal letto
le ho detto e c’ho troppo sonno
per andarmene a scuola
come quand’ero studente
e dicevo a mia madre non voglio
oggi non voglio c’ho un mal di pancia
ma ora si deve e ci vado
anche se ho sonno e quella paura
di addormentarmi non voglio mi scoccia
andare a spiegare la punteggiatura
la punteggiatura ma dai
seduti in piedi seduti ché a volte
mi sembra di essere in chiesa
e su questa statale a settanta
è un incubo fino allo slargo
che si può accelerare
ma quando si può accelerare
un camion si piazza davanti
un tir un mezzo pesante
ché bene! ora si deve andare a cinquanta
ché penso che vita deve essere un camion
un tir un mezzo pesante che tutti
quando ti vedono dicono cazzo c’è un tir
o dicono esci prima di casa
se un tir si piazza davanti è la fine
e allora che vita di merda essere un tir
essere un camion che tutti ti evitano
ti guardano male non vedono l’ora
di superarti in corsia di sorpasso
altro che discriminazioni e olocausto
essere un camion deve essere
proprio terribile fino allo slargo
quando sorpasso con compassione
e c’ho sonno continuo ad averlo
in mezzo alla nebbia ché forse
dopo la nebbia chissà cosa c’è
un incidente uno stop
il paradiso dei camion e accelero
per trapassare la nebbia e ficcarmi
con l’auto in mezzo a quel mondo
magari così riesco a svegliarmi
invece dopo la nebbia non c’è
niente di nuovo neppure un posto di blocco
un khamikaze o male che vada una bomba
dopo la nebbia c’è un’altra rotonda
e rallento:

accelero freno freno e ora rallento
non è che non voglia chiamarla vita sta cosa
è solo che su questa statale a settanta
io mi sa che io prima o poi mi addormento.

La Disarmata – cinque napolitudini

copertina1

 

Roberto Bolaño a Piazza Garibaldi

 

I treni che vanno e vengono sono uguali
qui o a Santiago, a Parigi come in Spagna
le stazioni, no le persone ancora meno
i binari sono già letteratura, credo

che avrei rubato libri come in Cile
se fossi nato qua, avrei rubato comunque
mi sarei arrangiato, avrei perso
avrei dimenticato ma non tutto

questa è una frontiera in diagonale
ogni vicolo, ogni incrocio è una linea
e tutto marca una differenza, un’assenza
avrei tenuto a mente il tufo, l’ignoto.

(Gianni Montieri, da Turisti americani)

 

*

nostri figli

 

Si annuvolavano conigli
sotto pelo, palpitanti,
cibo pasto alimento
dna  in transito, un guizzo di
vibrisse, pesci terragni,
immaginando improbabili salvezze nei balzi a scarse miglia,
dannatamente simili ai
nostri padri, ai nostri figli.

 

(Viola Amarelli, da Rettoriche)

 

*

Via Cavalleggeri d’Aosta

 

Ci troveranno abbracciati in questo
sottopasso allagato, in una periferia
di particolato, fazzolettini
e lattice, di acque
e carcasse, senza poterci
distinguere tra il cruscotto
e i sediolini posteriori, ognuno
con la mano sul sesso dell’altro,
tra alito e gemiti impressi sui finestrini
e i tuoi capelli che galleggiano
sciolti nell’abitacolo.
Forse per allora i tuoi seni saranno
scomparsi amore mio — e il mio sguardo
sarà quello attonito e senza pace
di un morto — ma non certo
quello che ci ha resi vivi,
i nostri cenni d’intesa, l’ultimo
spasmo impresso in un gesto,
la gioia feroce
di un amore appena abbozzato.

(Francesco Filia, da Stradario)

 

*

La casa

 

Vivo in una casa vuota,
ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

Resta solo l’utilizzo mancato
d’ogni oggetto, lo puoi vedere, certo,
strabuzzando gli occhi
ome facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio:
il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guarda il cielo
(l’altro l’inferno).
In questo sei un mitico busto,
con i vestiti di tua madre tutto intorno,
la macchina da cucire
che fissa i punti alle gonne.
Allora aspettavi il padre,
l’occhio mansueto del tempo.
Di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso, che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso, riflesso nel vetro:
“I vestiti che indosso
li darò in pasto agli zingari del centro”.

(Vincenzo Frungillo, da Zona est)

 

*

poesia: the napoli heading

 

I chitemmuort
You chitemmuort
He She it lota
We chivestramuort
You piglioncu’
They anna passa’ nu guaio

(Immo, da ‘ci stanno un napoletano un napoletano e un napoletano, ovvero: 8 poesie ma 9 pagine (come higuain) sul significante NAPOL’)